Il dpcm del 17 maggio e le ordinanze regionali che hanno seguito l’avvio della Fase 2, contenenti le disposizioni riguardanti la ripresa delle attività economiche, produttive, sociali e sanitarie, sono caratterizzate da un’attenzione, quasi ossessiva, per la sicurezza e la pulizia. Dal distanziamento sociale alla disinfezione di superfici, mani, stoviglie, arredi, maniglie, lettini e ombrelloni, ci avviamo certamente verso la scomparsa del virus ma stiamo preparando il terreno per l’esplosione di allergie, dell’inquinamento ambientale e verso l’indebolimento del sistema immunitario di ciascuno. Se a questo aggiungiamo l’attesa per la somministrazione di vaccini che, per motivi economici saranno distribuiti senza alcun controllo e per motivi scientifici non potranno sortire alcun effetto, ci stiamo avviando verso un piano di diffusione di malattie che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Un piano psicologicamente preparato dai media e materialmente attuato dalle istituzioni su pressione delle lobby farmaceutiche. Dopo aver creato forse la maggiore depressione psicologica di massa del millennio e, conseguentemente, quella economica ci stiamo avviando a creare quella sanitaria. Un’eccessiva pulizia porta, come tutti i medici onesti e preparati sanno, oltre che all’eliminazione dei batteri ambientali nocivi anche alla riduzione dei batteri buoni, quelli che insegnano al nostro sistema immunitario come difendersi dagli agenti cattivi. Il risultato finale è il disorientamento delle nostre difese immunitarie che iniziano ad andare alla ricerca di nuovi nemici da combattere dando vita ad allergie verso sostanze che, invece, dovrebbero essere tollerate. Si tratta di un disturbo ossessivo tipico delle società “civilizzate” che già esisteva prima dell’avvento del Coronavirus e che adesso verrà accresciuto dall’ansia sociale generata da una comunicazione mediatica allarmistica e priva di qualsiasi equilibrio e scientificità.Chi soffre di questo disturbo vive “lo sporco”, come un’indefinibile elemento capace di contagiare o di contaminare. La persona è in stato di perenne allerta, poiché può individuare “insidie igieniche” pressoché ovunque, anche se ognuno ha un suo personale “quadro fobico”, per il quale alcuni oggetti e situazioni sono più temuti dagli altri. Tale forma d’ansia può presentarsi in realtà in forma molto differente da soggetto a soggetto” si legge su un sito specializzato. Per non parlare dell’incremento dell’inquinamento dovuto all’utilizzo di materiale “usa e getta” che sta crescendo in maniera esponenziale spinto dalla fobia per il Coronavirus. I danni di questi comportamenti, prescritti da appositi decreti, resteranno nella storia come un esempio di smarrimento istituzionale della capacità di ragionare.
Quando una società è alla ricerca di sicurezze è, contemporaneamente, anche impegnata ad allontanare da sé le responsabilità per attribuirle a qualcun altro. Il lockdown, infatti, è frutto di questa paura, la paura di prendersi delle responsabilità. Se questa pandemia fosse avvenuta nei primi anni del ‘900, o ancora prima nell’800, non avrebbe prodotto questo risultato, non avrebbe bloccato nulla, sarebbe stata archiviata come un’influenza un pò più aggressiva del solito. Perché la percezione del rischio e del pericolo è un fattore legato alla cultura di un popolo e alle sue esperienze pregresse. L’emergenza Coronavirus non ha fatto altro che rendere ancora più chiaro questo aspetto. La resa del governo di fronte alle pressioni delle regioni è avvenuta contestualmente ad un passaggio di responsabilità mentre molte attività economiche non riapriranno perché, al contrario e giustamente, i titolari non vogliono assumersi alcuna responsabilità. L’Italia è il paese dove il gioco delle responsabilità assomiglia a quello del cerino, queste infatti finiscono per ricadere sempre sull’ultimo che, in ordine di tempo, lo prende in mano. Il magistrato che indaga condanna chi non può dimostrare di avere fatto tutto quello che doveva fare (formalmente) per evitare che accadesse l’irreparabile. A qualcuno la responsabilità deve essere attribuita e di solito è il meno furbo o l’ultimo anello della catena. Molte attività, molti eventi, molte iniziative non riapriranno e non si svolgeranno per una questione di responsabilità. Questa caccia al responsabile, questa ricerca ossessiva di sicurezza che caratterizza la nostra società, sarà anche la ragione della sua paralisi. Il 2020 verrà ricordato come l’anno della fuga dalle responsabilità e verso le malattie.

Massimiliano Capalbo

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