Mi ha colpito molto la morte di Whitney Houston, mi colpisce sempre la morte di un talento. Mi colpisce ed  insieme mi affascina. Mi colpisce osservarlo svanire improvvisamente. Mi affascina scrutare tra le sue pieghe e scoprire le miserie e le virtù dell’uomo o della donna che lo esprimevano.
Il talento dà un senso al nostro essere al mondo. James Hillman nel suo “Il codice dell’anima” parla di vocazione, destino, carattere, ghianda, daimon, tutti sinonimi per indicare l’idea che ciascuno di noi porti in sé qualcosa di unico, originale ed esclusivo, che è con noi fin dalla nascita e che deve essere scoperto e valorizzato nel corso della propria esistenza.
Una voce straordinaria, un fisico perfetto, un’intelligenza spiccata, un’arte innata, questi sono alcuni dei segnali che rivelano la presenza di un talento. Riuscire a riconoscerlo guardandosi dentro è un primo fondamentale passo. Ma il talento da solo non basta, non è sufficiente. Tra il riconoscimento e l’affermazione del talento ci sono da un lato le motivazioni interiori che spingono e dall’altro gli ostacoli e le prove da superare che frenano. Per far sì che le prime possano vincere sulle seconde è necessario mantenersi in allenamento, forgiarsi allo scopo.
In una celebre intervista rilasciata a Diane Sawyer, la Houston affermò “Nessuno mi fa fare niente che non voglia. È una mia decisione. Quindi sono il mio più grande diavolo. Sono il mio miglior amico o il mio peggior nemico.” Ciascuno di noi, infatti, ha dentro di sè un diavolo e un angelo che convivono naturalmente. Eros e Tanatos direbbe Freud, ovvero le pulsioni di vita e di morte che contribuiscono all’agire costruttivo o distruttivo. Uno frena e ostacola, l’altro spinge e agevola.
Riuscire a battere sempre il diavolo che è in noi, forse è questo il segreto. Per fare ciò è necessario riuscire a sviluppare resilienza (ovvero la capacità di resistere) perchè gli unici veri ostacoli che abbiamo provengono dal di dentro, nessun ostacolo esterno potrà mai essere così grande da fermarci, se non glielo permettiamo.
Gli ostacoli esterni servono, hanno un’utilità, un senso, perchè senza di essi non conosceremmo il nostro valore, non misureremmo i nostri limiti. Il superamento degli ostacoli ci consente di misurarci con la vita e di comprendere se abbiamo la stoffa per affrontarla. Tutti abbiamo motivazioni più o meno forti che ci spingono ad agire, il problema sta nella capacità di farle durare, di resistere alle difficoltà, una capacità che può essere migliorata con l’allenamento, se siamo disposti a sacrificarci (dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”). Ma in una società, come quella post-moderna, allevata al riparo dal sacrificio, dalla fatica e dalla sofferenza a farne le spese, purtroppo, è quasi sempre il talento.

Massimiliano Capalbo

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1 commento
  1. marco bertelli
    marco bertelli dice:

    Sono piuttosto in disaccordo con quanto afferma Massimiliano. Io credo che non sia affatto vero che lo sviluppo e l'affermazione del talento debbano passare per una lotta per "battere sempre il diavolo che è in noi", e sicuramente l'ultima cosa che è necessario fare è "riuscire a sviluppare resilienza".
    Einstein, che il talento assoluto lo conosceva benissimo, diceva che "La mente intuitiva (il talento, appunto) è un dono sacro e la mente razionale il suo fedele servo". Nella nostra umana e stupida (ir)razionalità (nessuno si senta offeso per questo), crediamo che il talento sia un qualcosa che abbiamo nel corpo e che sia situato nel DNA o in qualche misterioso recesso della scatola cranica. Di conseguenza si pensa che il nostro talento sia esercitato a discrezione del nostro corpo e dalla mente a lui associata. Non sono d'accordo. Io sono assolutamente convinto che il talento altro non sia che energia pura, presente in grandissima quantità nel cosmo e che sia qualcosa che la mente umana può (e deve) percepire, ma sulla quale non ha la minima possibilità di controllo. Non è sua, la può solo mostrare.
    Continuando la succitata frase, Einstein conclude: "noi abbiamo inventato una società che ha glorificato il servo e ha dimenticato il dono". Questo dovrebbe essere sufficiente a spiegare il motivo per il quale con lo svilupparsi del modello socio economico attuale, negli ultimi decenni abbiamo assistito al dissolversi sconcertnte di talenti come: Jack Kerouac (poeta e scrittore), Charlie Parker (mito del Jazz), Jim Hendrix (rocker), Jim Morrison (poeta e musicista), e via via tanti altri, per finire ai giorni nostri coi casi mediatici di Michael Jackson e della meravigliosa Whitney Houston.
    Un tempo i talenti venivano bruciati perchè facevano paura al potere (Giordano Bruno).
    Oggi si glorifica tramite l'illusorietà della fama e del successo coloro che esprimono un alto tasso di talento, il che, spesso, è il modo migliore per distruggere il "dono divino".
    Non c'è alcun diavolo contro cui lottare, c'è solo da aprire gli occhi.

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