Oltre ad essere il nome della più grande casa automobilistica italiana, Fiat è il congiuntivo presente del verbo “fieri” che, in latino, significa “così sia” o “che avvenga”. Era la risposta che, nel Medioevo, il popolo presente alle scomuniche nelle chiese dava al sacerdote che le lanciava nei confronti di qualcuno. Ed è anche la risposta che un management saggio dovrebbe dare, oggi, alle tendenze in atto nel mercato automobilistico.
La notizia è di pochi giorni fa, la Fiat registrerebbe una flessione del 15,6% nelle vendite di auto, nel periodo gennaio-novembre 2012. Nulla di nuovo sotto il sole verrebbe da dire, visto che il trend negativo dura da un pò di tempo, ma la notizia amplificata dai media viene data con grande enfasi e soprattutto con un’accezione negativa alla quale non fa seguito un’obiettiva riflessione generale sulle tendenze in atto.
Succede ad esempio che, invece di analizzare le evoluzioni e le tendenze in corso, per comprendere i mutamenti e adeguare le strategie, ci si ostini a leggere come infausti questi cambiamenti e a voler rianimare a tutti i costi il malato terminale, che rappresenta un modello obsoleto senza futuro.
Invece di prendere atto che, nel caso specifico, il calo delle vendite di auto (che è generale) deriva da una minore disponibilità economica delle persone che le spinge non solo a risparmiare ma anche a “consumare” più saggiamente (c’era chi cambiava auto ogni due anni solo per il gusto di avere un modello nuovo), ci ostiniamo a voler rimettere in piedi un modello consumistico insostenibile che mostra, oggi e con tutta evidenza, i propri limiti.
Invece di comprendere che forse l’auto sta tornando ad essere un mezzo di trasporto piuttosto che uno status simbol, i manager di queste imprese, i politici che li appoggiano e i sindacalisti che li criticano sono al lavoro per capire come tornare ai fasti dei tempi che furono. Invece di iniziare a pensare che forse l’auto, alla stregua dei telefonini, più che un prodotto deve iniziare ad assumere le caratteristiche di un servizio, continuano a riporre le speranze sul prossimo modello (più o meno tecnologico) per risollevare le sorti del marchio e garantire posti di lavoro.
Siamo giunti ad un punto di non ritorno. La più grande fiera del settore in Italia, il Motor Show di Bologna, quest’anno ha rischiato di non essere allestita. Per dare un’idea della crisi che attraversa il settore basti pensare che molte case automobilistiche non vi hanno preso parte mentre altre partecipanti, come la BMW, hanno messo in esposizione e vendita auto usate.
Il prerequisito fondamentale della saggezza, da un punto di vista economico, è la stabilità. Nulla è economicamente sensato se non può avere una continuità nel tempo. E invece noi, illusionisti del XXI secolo, cerchiamo degli alibi per espandere i nostri bisogni, incuranti di questi limiti. Nell’era post-moderna l’abilità viene utilizzata per manipolare la realtà, per piegarla ai nostri bisogni e tutto ciò sembra aver soppiantato la saggezza. Ma per quanto ancora?
Quanto tempo dovrà passare prima che il management della nostra principale casa automobilistica prenda atto che un’epoca è finita? Quando si renderà conto che, preso atto di queste tendenze, l’unica risposta che val la pena di dare è: cosi sia?

Massimiliano Capalbo

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