Calabria? Dov’è? Ah no, grazie.” E’ questa, in sintesi, la risposta più frequente che abbiamo ricevuto dai vari buyer presenti alla 25a edizione di Ecotur, la borsa del turismo naturalistico che si è tenuta a Lanciano, in provincia di Chieti, il 10 aprile scorso. 46 i tour operator in catalogo provenienti da Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Olanda, Polonia, Russia, Spagna, Ungheria e ovviamente Italia, ai quali abbiamo presentato un prodotto assolutamente innovativo, le eco-esperienze di Orme nel Parco, passato praticamente inosservato.
Che la strada fosse tutta in salita lo sapevamo ma credevamo che malgrado le scelte sbagliate, l’improvvisazione e la mancanza di strategia, che hanno caratterizzato la gestione del turismo in questa regione (almeno da 15 anni a questa parte) e grazie all’enorme quantità di denaro (si parla di 200 milioni di euro) spesa per convincere qualcuno a venire a visitarci, qualche passo in avanti fosse stato fatto. Invece nulla. La Calabria continua ad essere bypassata, i turisti che scelgono di visitare il Sud dell’Italia, oggi come ieri, arrivati in Campania puntano dritti verso la Sicilia evitando accuratamente la nostra regione.
Dai feedback ricevuti possiamo circoscrivere le cause a tre ragioni fondamentali: la bassa attrattività del brand Calabria, l’assenza di collegamenti, la poca propensione al rischio da parte dei principali tour operator.
La prima ragione è di carattere culturale e sociale. Decenni di storytelling negativo riguardo la Calabria le cui parole chiave, gli hashtag potremmo dire, sono stati e sono ancora “criminalità”, “povertà”, “inquinamento”, “disorganizzazione”, “degrado”, veri e incontrastati, uniti all’esperienza (negativa) diretta di molti malcapitati, hanno prodotto un passaparola negativo e un immaginario collettivo che nulla ha a che vedere con quello tipico del sogno che caratterizza solitamente l’esperienza “vacanza”. Alla luce di tutto ciò, se vuoi vivere un’esperienza da sogno, “Calabria” non è certamente la prima parola chiave che la tua mente gli associa. Per incidere su questo non c’è bisogno, come ancora erroneamente si continua a fare (ad Expo, ad esempio, andremo a buttare altri due milioni di euro), di martellare il target con pubblicità ma ripartire dal marketing interno, quello rivolto ad imprenditori e popolazione per far comprendere che il turismo è affare (economico e sociale) di tutti. Perché la Calabria è terra sconosciuta innanzitutto ai residenti.
La seconda ragione deriva in parte dalla morfologia del territorio, che rende la regione (per certi versi fortunatamente perché al riparo dall’assalto di massa) difficile da percorrere, e in parte dall’assenza di vivacità che caratterizza i suoi abitanti, lacerati da contrapposizioni e campanilismi sterili, poco propensi a spostarsi (se non costretti dalla ricerca di un lavoro) e poco inclini alla collaborazione e, dunque, all’iniziativa personale. Non c’è da meravigliarsi, allora, se il piano che Ferrovie dello Stato ha presentato il 2 febbraio 2015 ai sindacati prevede un taglio del finanziamento di 46 milioni di euro per l’attraversamento dello Stretto. Non c’è da gridare allo scandalo e recitare il ruolo di vittime se i collegamenti vengono dismessi. Per decenni ci hanno raccontato che per trasformarsi in una destinazione turistica e svilupparsi economicamente la Calabria aveva bisogno del completamento della SA-RC e oggi, che è quasi terminata, quest’autostrada appare sovradimensionata rispetto al traffico. Adesso che è diventata una delle migliori autostrade italiane, adesso che potremmo permetterci di guardare dall’alto in basso quella gruviera dell’A18 Messina-Catania oppure la A15 Parma-La Spezia o ancora la A1 Firenze-Bologna, adesso che le distanze si sono accorciate, ci rendiamo conto che non ci sono le ragioni, le motivazioni, per percorrerla. Un’altra freccia è stata levata all’arco del nostro vittimismo, con quale altra la sostituiremo in futuro? Col crollo del ponte Italia a Laino Borgo, come sta avvenendo in queste settimane, o col miraggio del ponte sullo Stretto che periodicamente viene riproposto a discolpa?
L’ultima motivazione, la poca propensione al rischio da parte dei tour operator, è forse quella più triste. In realtà i grandi TO non si sono mai ripresi da quando il ciclone Internet si è abbattutto sul settore, stravolgendone organizzazione e prospettive. I turisti, da tempo, hanno messo da parte gli intermediari e si costruiscono il proprio pacchetto online, riducendone i costi e personalizzandolo secondo i propri gusti. I grandi TO non conoscono i territori che promuovono, arrancano (hanno tutti bilanci in perdita) poiché trattasi di diversificazioni di grandi gruppi industriali che non hanno nel proprio core business il turismo ma tutt’altro. Quelli più dinamici sono piccoli e non in grado di competere da soli su un mercato così vasto. L’unico modo che i grandi TO hanno per sopravvivere, soprattutto se poco creativi, è quello di farsi pagare dalla politica, proprio come avviene in Calabria, dove quei pochissimi che operano in situazione di oligopolio riescono a competere sul mercato grazie alle sovvenzioni erogate dalla Regione. In cambio drogano il mercato e offrono le immagini delle spiagge piene di “turisti” da far scorrere sui media locali ad uso (propagandistico) e consumo della politica locale.
Il nostro prodotto innovativo ha colpito 4-5 buyer su 46, qualcun altro ha preso appunti, immaginando di proporre cose simili in altri territori più frequentati ma non in Calabria, terra ancora lontana e sconosciuta. Ma noi abbiamo un’altra strategia la cui validità, il feedback ottenuto a Lanciano, non ha fatto altro che rafforzare, la racconteremo solo quando avrà prodotto i risultati attesi, numeri alla mano, come siamo abituati a fare da sempre.

Massimiliano Capalbo

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