A metà febbraio ho partecipato, a Milano, alle giornate di studi organizzate da Orticola di Lombardia. Tra gli interventi quello di Alessandra Gagliardi, dell’Istituto Oikos Onlus, che ha parlato dei boschi e delle foreste considerate autostrade verdi per la mobilità della fauna. Nel suo intervento ha evidenziato i tre trend principali a cui stiamo assistendo: la progressiva perdita di terreni agricoli, l’aumento delle aree artificiali (nuclei urbani) e, al contrario di quanto si pensi, l’aumento della superficie forestale (dovuto all’abbandono delle aree interne) di cui ha parlato sempre nel corso delle giornate di studi, il dott. Enrico Calvo, dirigente dell’Ersaf (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) della Lombardia, evidenziando come in Italia il bosco sia passato dai 5,5 milioni di ettari del 1950 ai quasi 12 milioni di oggi.
La diminuzione della superficie dei terreni agricoli avviene a causa dell’aumento degli altri due fattori: città e foreste. I terreni agricoli non solo si riducono di numero ma quei pochi rimasti vengono convertiti a tipologie di agricoltura intensiva industriale che comportano l’utilizzo di pesticidi, concimi chimici, mezzi meccanici, sistemi di irrigazione insostenibili, che impoveriscono i terreni riducendo la biodiversità. La crescita delle aree artificiali, soprattutto nel Nord Italia, è sempre crescente a discapito dei terreni agricoli. L’espansione forestale per alcune specie faunistiche può essere un fattore positivo, per altre un problema perché la scomparsa di praterie, ad esempio, non consente ad alcune specie di vivere. Non tutte le foreste sono in aumento: i boschi igrofili (quelli che sorgono lungo le sponde di corsi d’acqua e dei laghi), ad esempio, sono in via di diminuzione proprio a causa dell’urbanizzazione e dei conseguenti sistemi di regimazione delle acque così come i boschi planiziali (quelli di pianura) presenti in particolare nella pianura Padana.
Quando si perde la copertura di superfici naturali si perde la connettività e aumenta l’effetto margine che impedisce agli animali selvatici di passare da una zona ad un’altra e questo comporta la perdita di variabilità genetica che sul lungo periodo può portare ad estinzioni locali di popolazioni. Questo comporta anche l’alterazione del microclima, l’ingresso di specie aliene, l’alterazione delle comunità e la perdita di biodiversità. E la diffusione di virus e batteri?
Al termine dell’intervento della dott.ssa Gagliardi ho posto una domanda: se poteva esistere una correlazione tra la frammentazione delle aree naturali, la perdita di connettività e lo scatenarsi di epidemie come quella da Coronavirus (che in quei giorni in Italia aveva interessato solo una coppia di cinesi a Roma). Ho letto negli sguardi dei presenti un certo stupore (compresa la dott.ssa Gagliardi) che si è affrettata a liquidare la mia domanda affermando di non essere un virologo e di non sapermi rispondere.
Forse è proprio qui il problema, i ricercatori appartenenti ad ambiti diversi non si parlano, non incrociano i dati, ognuno diffonde i suoi ma nessuno li mette in relazione. Così come aveva capito l’immunologo e premio nobel per la medicina Frank Mcfarlane Burnet quando si occupò della malattia di Lyme: “I batteriologi… non si preoccupavano molto di che cosa fossero in sé questi microorganismi che provocano le malattie, e del modo in cui la loro natura e la loro attività quadrassero nello schema generale degli esseri viventi” la maggior parte si preoccupava solo della cura e della prevenzione delle malattie, tralasciando di inquadrare le infezioni come fenomeno biologico, come effetto di relazione tra individui di specie diverse. Le malattie infettive, infatti, “possono essere utilmente considerate, da un punto di vista ecologico, come una lotta per l’esistenza fra uomo e microorganismo.
La risposta a quella domanda l’ho trovata in questi giorni leggendo il libro di David Quammen, Spillover: “una lezione che ci viene dalla malattia di Lyme – scrive Quammen – è che una zoonosi può diffondersi con maggiore probabilità in un ecosistema minacciato e frammentato rispetto a uno intatto e pieno di biodiversità.” La malattia di Lyme si sviluppò a metà degli anni Settanta nella cittadina di Lyme, in Connecticut, nei cui boschi erano molto diffuse delle zecche che vennero chiamate “zecche dei cervi” perché i primi indiziati furono proprio i cervi (molti dei quali vennero soppressi dalla caccia all’untore che sempre si scatena in questi casi non solo nei confronti degli animali). I microbiologi trovarono un batterio, mai visto prima, nell’intestino di alcune di queste zecche che provocava artrite reumatoide nelle persone morse da queste zecche. Furono necessarie le ricerche di un eretico, l’ecologo Richard S. Ostfeld, per appurare che i cervi erano solo dei catalizzatori, cioè che la loro presenza era importante nel processo di infezione ma non la loro abbondanza. I veri responsabili erano quattro specie di piccoli mammiferi (roditori) che alimentavano, portandole sul proprio corpo, il 90% delle zecche e che spadroneggiavano nel loro territorio per l’assenza dei predatori.
Mi sentirei più sicuro – risponde Ostfeld a Quammen – se sapessi che nella mia zona ci fosse una certa biodiversità… Un boschetto circondato da strade ed edifici è in un certo senso un’isola ecologica. La sua popolazione di animali non volatori è insularizzata, perché chi cerca di entrare o uscire viene quasi sicuramente schiacciato da una macchina.” I boschetti o i fazzoletti di verde conterranno meno specie animali delle aree di foresta più vaste.
Di fronte ad una frammentazione delle aree naturali è necessario mantenere il collegamento tra le diverse isole che la nostra antropizzazione ha generato, creando dei corridoi naturali. Occorre aumentare la quantità di habitat idonei e la qualità di quelli che esistono. Lo possono fare tutti quelli che possiedono un terreno aggiungendo siepi, nidi, stagni, aumentando la complessità biologica.
Le malattie infettive “sono un conflitto fra l’uomo e i suoi parassiti; questo conflitto in un ambiente costante, tenderebbe ad un equilibrio, a uno stato di climax in cui ambedue le specie sopravviverebbero indefinitamente; ma l’uomo vive in un ambiente continuamente modificato dalla sua attività e poche tra le sue malattie hanno raggiunto un simile stato di equilibrio.

Massimiliano Capalbo

Più passano i giorni e più ci si rende conto (almeno quelli che non hanno perso la capacità di ragionare) che il Covid-19 è un problema che riguarda principalmente il Nord Italia e, in particolare, la regione Lombardia. Rispetto ai dati dei decessi registrati negli scorsi anni e dovuti a normali influenze stagionali tramutatesi in polmoniti o altre patologie respiratorie, l’unica regione a registrare picchi molto elevati è la Lombardia. In particolare due province, quelle di Bergamo e Brescia. Perché proprio lì?
La Società Italiana di Medicina Ambientale nei giorni scorsi ha pubblicato uno studio (che ha coinvolto gli studiosi di quattro università: Bologna, Bari, Trieste e Milano) sulla correlazione tra i virus e l’inquinamento da particolato atmosferico, dal quale si evince che “il particolato atmosferico funziona da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze. Il particolato atmosferico, oltre ad essere un carrier, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni. Il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali: mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus cioè di virulenza.
Il Covid-19 non è l’unico virus ad essere andato a spasso per il mondo negli ultimi sessant’anni e non sarà neanche l’ultimo, purtroppo. Cominciò Machupo in Bolivia nel 1959, continuarono Marbug (1967), Lassa (1969), Ebola (1976), HIV-1 (1981), HIV-2 (1986), Sin Nombre (1993), Hendra (1994), influenza aviaria (1997), Nipha (1998), febbre del Nilo occidentale (1999), SARS (2003) per concludere con l’influenza suina nel 2009. “C’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra – ci aveva messo in guardia sei anni fa David Quammen, autore di Spillover, il libro che dovrebbero leggere tutti per capire il mondo dei virus e non solo – e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni“. E quali sarebbero queste azioni? La disintegrazione degli ecosistemi a un tasso spaventoso. Mentre la devastazione che noi occidentali abbiamo provocato all’ambiente è stata generata in un secolo, in Cina è avvenuta solo in un paio di decenni, con conseguenze ancora più dirompenti. I virus, i batteri, i funghi, i protisti e altri organismi, ci spiega Quammen, vivono all’interno delle cellule di animali selvatici e piante con cui hanno una relazione intima ma, soprattutto, antica. Quando noi esseri umani andiamo a deforestare o a prelevare/uccidere la fauna non facciamo altro che andare a stuzzicare il can che dorme. “Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare una nuova casa o estinguersi.Come stiamo osservando, in questi mesi le case del Covid-19 si sono moltiplicate velocemente.
Tra le proprietà chimico-fisiche della biosfera che l’uomo ha contribuito ad alterare, in questi ultimi decenni, si parla poco del grado di ionizzazione dell’aria. La presenza di cariche elettriche nella biosfera è un fatto naturale. Ce lo spiegano molto bene Marco Mencagli e Marco Nieri, autori del volume “La terapia segreta degli alberi”: “caratteristica comune di questi fenomeni è la quantità di energia che spinge alcune molecole della miscela gassosa dell’aria a emettere un elettrone, il quale viene immediatamente attratto da un’altra molecola caricandola negativamente, ovvero formando uno ione negativo (detto anione), mentre la molecola originaria diventa a sua volta uno ione positivo… Anche particelle solide o liquide in sospensione o trasportate dai venti, come alcuni agenti inquinanti, possono risultare cariche elettricamente.Quando l’aria di un luogo risulta inquinata si formano dei veri e propri nuclei di condensazione che attirano gli ioni di dimensioni minori e producono particelle di aerosol cariche elettricamente che respiriamo.Dall’inizio di dicembre alla prima settimana di febbraio 2020, le concentrazioni di particolato, PM10 e PM2,5, e NO2, in Lombardia sono state ben oltre i limiti di legge”, ricorda Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’aria, associazione che da tempo si batte per chiedere serie politiche di miglioramento di qualità dell’aria. A metà febbraio erano già stati “consumati” i 35 giorni annui di superamento del limite dei 50 microgrammi (µg) per metro cubo, concessi dalle norme europee per il PM10. “Tutto ciò ha portato all’aumento degli accessi al pronto soccorso di bambini e adulti per l’incremento di patologie respiratorie, già nei mesi scorsi” ribadisce.
Si spiegherebbe così, probabilmente, perché nel Sud Italia non si registrano i contagi e i decessi fuori dalla media che invece siamo costretti a conteggiare nella parte del Nord Italia considerata tra le più inquinate al mondo. La Calabria, in particolare, è la seconda regione italiana per superficie forestale pari a 613.000 ettari ma, soprattutto, ha una densità abitativa contenuta, in media circa 130 persone per kmq, dovuta al progressivo spopolamento che ha contribuito a generare, per contro, gli effetti che vediamo in Lombardia, dove la densità è di 421 abitanti per kmq. “Se osserviamo il pianeta dal punto di vista di un virus affamato – ci spiega Quammen – vediamo un meraviglioso banchetto con miliardi di corpi umani disponibili, che fino a poco tempo fa erano circa la metà di adesso perché in venticinque-ventisette anni siamo raddoppiati di numero.” Più vivremo vicini, concentrati in grandi città, più saremo soggetti ad infezioni e malattie. Il problema delle abitazioni fu una delle più drammatiche conseguenze della prima Rivoluzione Industriale. Le abitazioni che gli operai dovevano affittare erano costruite a schiera, l’una attaccata all’altra, per risparmiare i mattoni. L’unica preoccupazione dei costruttori era quella di stipare il maggior numero di persone nel minimo spazio possibile, la densità abitativa favoriva il diffondersi di malattie epidemiche come la tubercolosi, il tifo e il vaiolo. La storia si ripete.

Massimiliano Capalbo

Osservando le persone che cantano e suonano dai balconi, in questi giorni di quarantena forzata, mi sono tornate in mente le sagge parole di Jean Giono, scrittore francese che, nel suo bellissimo libro “Lettera ai contadini sulla povertà e la pace“, scritto nel 1938, aveva tentato di metterci in guardia dal consegnarci mani e piedi alla schiavitù derivante dalla rincorsa alla ricchezza illusoria.
Scriveva Giono: “La seduzione del facile attirò verso le grandi città la popolazione delle campagne dove rimasero solo gli uomini avvezzi al difficile… In città si ammassarono gli uni sopra gli altri nei luoghi del desiderio… Le grandi compagnie d’uomini distribuiti uniformemente come sementi in tutta la rotondità del globo, dediti a un lavoro di collaborazione con la natura, si precipitarono verso l’artificio (le città) abbandonando il naturale; avide di facilità e di profitto… In quel momento s’è compiuta la separazione tra quelli che volevano vivere in modo naturale e quelli che desideravano una vita artificiale… L’altezza delle case venne aumentata di piano in piano, sovrapponendo strati di umanità su strati di umanità, gli uni sopra gli altri, e misurando per ognuno lo spazio per dormire, per mangiare, delimitando tra delle pareti diritti di vivere (a pagamento).
Non c’è nulla di allegro o di positivo in queste scene di reazione collettiva alla quarantena, come invece tentano di raccontarci i media. C’è, semmai, la fotografia plastica della prigionia nella quale abbiamo volontariamente scelto di recluderci, in nome del dio denaro, e che il Coronavirus ci ha semplicemente permesso di scattare. Cartoline dalla prigionia potremmo titolare.
In passato – continua Giono – tutti possedevano tutto a sufficienza. E quindi tutti erano disposti a dare. La proprietà del contadino è soggetta ai suoi bisogni; è quindi soggetto alla sua misura… Pensate ancora che esser ricchi significhi avere molti di quei pezzetti di carta con dei numeri stampati sopra? Pensate che è povero colui che, privo di denaro, ha una cantina piena di buon vino, un granaio pieno di frumento, una dispensa piena di verdure, il mondo intorno a sé e del tempo libero a disposizione? E’ tutta una questione di vero e di artificiale… L’agiatezza che vi promettono i vostri mistici politici è artificiale. Quelle che avete perduto erano genuine.
Non è un caso se oggi l’unica quarantena vera è quella che è costretto a fare chi vive nelle grandi città, prigioniero in un condominio di cemento armato. Niente di paragonabile ai privilegi di chi vive in campagna o in montagna. Abbiamo scelto di costruire le nostre vite attorno al lavoro e questo è il risultato. Avremmo dovuto scegliere prima la vita. Il virus ci sta dimostrando che ci siamo dati la zappa sui piedi. Abbiamo creato ammassi di gente, stipata una sopra l’altra, che sono per definizione ingovernabili. Mi hanno sempre fatto ridere le critiche ai sindaci delle metropoli, come si può pensare (ammesso che se ne abbiano le capacità) di governare agglomerati urbani di milioni di persone? Se invece di ammassarci nelle grandi città come delle pecore ci fossimo distribuiti con saggezza e consapevolezza nelle centinaia di centri storici abbandonati che stanno crollando a pezzi in tutta Italia o nelle aree rurali non più coltivate, che generano a valle i disastri che registriamo dopo le alluvioni, ad esempio, oggi non avremmo paura del Coronavirus, sarebbe liquidato come una banale influenza. Siamo andati dietro agli economisti, depositari dell’unica disciplina che non ha alcun contatto con la realtà, li abbiamo consultati più frequentemente dei medici e questo è il risultato.
E’ caratteristico della metodologia della scienza economica ignorare il fatto che l’uomo dipende dalla natura” scriveva uno dei pochi veri economisti mai esistiti, Ernst Friedrich Schumacher, e aggiungeva: “se il pensiero economico non riesce ad andare al di là delle sue grandi astrazioni e a prendere contatto con le realtà umane, allora gettiamo via la scienza economica e incominciamo da capo.
Oggi le parole di Giono appaiono più che mai profetiche e ci indicano una strada che in molti hanno cominciato da tempo a percorrere mentre altri ne stanno prendendo atto in questi giorni: “Quel che fate lo fate a dismisura; perché stupirvi, dopo, dell’insensatezza e del disordine che ne sono le logiche conseguenze? La forza dello Stato è il denaro. Il denaro dà allo Stato la forza dei diritti sulla vostra vita. Ma siete voi a dare forza al denaro accettando di servirvene… Voi contadini siete umanamente liberi di non servirvene, il vostro lavoro produce tutto quel che è direttamente necessario alla vita. Vi basta dunque un atto di volontà per diventare padroni dello Stato. Quel che il sociale chiama povertà per voi è misura.

Massimiliano Capalbo