All’indomani delle elezioni regionali è partito, puntuale, il coro delle negatività, amplificato come ormai siamo abituati a vedere dai media e dalle condivisioni sui social. Nel giro di pochi giorni si sono improvvisamente intensificate le previsioni catastrofiche riguardo la Calabria. I media, soprattutto locali, hanno descritto la Calabria alla deriva perché non consuma come dovrebbe; alcuni intellettuali hanno considerato l’astensionismo un elemento negativo invece che positivo; perfino chi di speranza dovrebbe intendersene ha ceduto al pessimismo.
Non è importante se sei un semplice cittadino, un giornalista, un politico, un intellettuale o un sacerdote. Se sei prigioniero dei tuoi pensieri non potrai mai cambiare la realtà nella quale vivi, ma semplicemente confermarla. Ce lo spiega molto bene Eckhart Tolle, considerato uno dei principali maestri spirituali del momento, che ha coniato il termine “corpo di dolore” per indicare una forma di energia (negativa) che pervade le nostre vite e che ha a che fare con l’istinto di sopravvivenza delle persone. Il corpo di dolore si nutre dei pensieri generati dalle forti emozioni negative che, nel corso della nostra esistenza, ci capita di provare e di non riuscire ad affrontare, un dolore emozionale in buona parte creato dalla voce dell’ego (che domina la nostra società) quando la nostra vita è basata su un falso senso del sé.
Questo dolore, spiega Tolle, non è soltanto individuale ma anche collettivo. La storia dell’umanità trabocca di eventi negativi, più o meno tragici, che hanno segnato l’esistenza di interi popoli e il dolore accumulato vive nella psiche di molta gente e viene alimentato quotidianamente da ciò che si racconta e si pensa. Territori particolarmente provati dagli avvenimenti storici che li hanno visti protagonisti in negativo, vedono nelle loro popolazioni i veicoli di trasmissione di questo dolore. La Calabria, ovviamente, è prigioniera del proprio anche se non è poi peggiore di tanti altri. Il corpo di dolore ha bisogno di energia negativa per alimentarsi, ogni ulteriore elemento che vada ad alimentare il corpo di dolore è dunque benvenuto, perché gli può consentire di prosperare e, soprattutto, di espandersi agli altri che, diventando miserabili come noi, potranno fornire ulteriore alimento.
Ecco perché è molto più facile trovare persone che condividano notizie negative rispetto a quelle positive, persone che non nutrono più speranza, che si lasciano avvolgere dalla nebbia della negatività che aleggia attorno a loro. E, considerando che nella nostra regione le notizie negative non mancano, non è difficile per il corpo di dolore trovare quotidianamente del nutrimento.
Un pensiero positivo non coincide con il campo energetico del corpo di dolore, non è compatibile. Se, come ha dimostrato Einstein, tutto è energia anche i pensieri lo sono e vibrano ad una frequenza diversa, a seconda che siano positivi o negativi. Una volta che la mente è prigioniera del corpo di dolore sono solo i pensieri negativi ad avervi accesso e il titolare della mente si identificherà con ciò che i suoi pensieri distorti genereranno, è un circolo vizioso dal quale non si esce. Altrimenti non si spiegherebbe il puntuale coro di pessimisti che si da appuntamento in occasione di ogni evento considerato o percepito come negativo.
Una gran parte dei media e in particolare dell’informazione (?) oggi si nutre di questo. Omicidi, stupri, corruzione, truffe, violenza verbale, le emozioni negative fanno audience. Peggio vanno le cose e più i conduttori si eccitano e si danno da fare per aizzare i contendenti e, di riflesso, i commenti sui social il giorno dopo e il corpo di dolore si sfrega le mani per il cibo in abbondanza che potrà ricevere.
L’inizio della liberazione dal corpo di dolore – afferma Tolle – sta prima di tutto nel rendersi conto del fatto che avete un corpo di dolore. Poi, ancora più importate, consiste nell’abilità di mantenersi così presenti e così vigili da notare la piena di emozioni negative che il corpo di dolore porta con sé quando si attiva… E’ la vostra presenza consapevole che interrompe l’identificazione con il corpo di dolore.
Ogni essere umano emana un campo energetico frutto dei pensieri e delle situazioni e delle persone che frequenta. Se vogliamo che qualcosa cambi forse è il caso di cominciare a cambiare frequentazioni, più che territori.

Massimiliano Capalbo

Si chiama “2019-NCOV” il Coronavirus che in Cina ha provocato, al momento, 26 morti e 897 contagi e che sta tenendo col fiato sospeso il mondo intero. L’epicentro del focolaio è a Wuhan, la più popolosa città della Cina centrale: 11 milioni di abitanti. Sono almeno dieci le città che sono state messe in quarantena, circa 41 milioni di abitanti al momento sono isolati (nei limiti del possibile), dal resto del mondo, per la paura del contagio. Si tratta di numeri spaventosi che fanno rabbrividire. Sono queste, purtroppo, le uniche occasioni che costringono gli esseri umani a riflettere e ad avere una visione sistemica del pianeta. La diffusione di un virus accorcia le distanze, i tempi, ci fa comprendere quanto siamo tutti interconnessi, che il mondo è rotondo e gira, che il problema di una regione è il problema dell’intero pianeta, che non è possibile continuare a girarsi dall’altra parte.
Scienziati e ricercatori sono tutti alla ricerca dell’origine dell’epidemia e anche di un vaccino che al momento non esiste. C’è chi accusa i serpenti, chi i pipistrelli, chi parla di mammiferi. La verità, molto probabilmente, sta nel fatto che questo tipo di malattie si diffondono in regioni dove la biodiversità è stata fortemente compromessa. E’ ormai riconosciuto a livello globale, infatti, il collegamento tra biodiversità e tutela della salute umana, l’equilibrio ecosistemico, infatti, può favorire il contenimento del diffondersi dei malattie. Molte ricerche evidenziano la correlazione (che può essere sia positiva che negativa) tra la biodiversità e la diffusione delle malattie infettive tra gli uomini. La perdita di biodiversità può sia uccidere gli agenti infettivi e, soprattutto, i loro vettori, rendendo più difficile la trasmissione delle malattia agli uomini sia, al contrario, creare spazi ecologici nuovi agli agenti patogeni e favorire lo sviluppo delle malattie. Felicia Keesing, del dipartimento di biologia del Bard College di Annandale (New York) e i suoi collaboratori hanno pubblicato già nel 2010, su Nature, un report sugli Impatti della biodiversità sull’emergenza e la trasmissione di malattie infettive.
Hanno preso in considerazione 12 diverse malattie che sembrano essere correlate con la diminuzione delle specie viventi, osservando che l’agente infettivo è più aggressivo lì dove è minore la biodiversità degli uccelli, mentre risulta minore dove la biodiversità dei volatili è più ricca. Là dove c’è maggiore biodiversità, infatti, gli uccelli che fungono da vettori del virus sono più contenuti e, quindi, hanno una minore probabilità di trasferire il virus agli uomini. La diminuzione di specie di piccoli mammiferi, in alcune aree, determina una probabilità maggiore che il virus si diffonda tra gli animali prima e successivamente agli uomini.
Se così è, mi sono domandato, come sarà, quindi, la città di Wuhan in termini di biodiversità? Faccio una breve ricerca sul Web e scopro che nel dicembre 1944 fu in parte distrutta da un raid da parte della Quattordicesima Forza Aerea indovinate di quale nazione? Gli Stati Uniti. Nel tempo è stata soggetta a grandi distruzioni e le ricostruzioni sono state ostacolate da problemi tecnici, ambientali e sociali. Già sapere che si tratta di una megalopoli di 11 milioni di abitanti è sufficiente per immaginare il disastro che è stato compiuto in termini di impatto ambientale. Ma c’è di più, lo scorso mese di luglio, proprio a Whuan, migliaia di persone hanno inscenato una protesta contro la costruzione di un inceneritore/termovalorizzatore progettato per bruciare le duemila tonnellate di rifiuti che questa megalopoli di 11 milioni di abitanti produce.
Sarà un caso che tutto sia successo lì? Lo scopriremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, quando gli scienziati ci spiegheranno da dove è partito tutto questo. Intanto, mentre in questi giorni, a Davos, il World Economic Forum continua a ignorare i problemi climatici che Greta Thumberg e gli altri attivisti hanno ancora una volta tentato di portare all’attenzione mondiale e il presidente americano Donald Trump continua a definirli cassandre, il virus si espande. La storia dell’umanità insegna che è sempre un fattore imprevisto, spesso molto piccolo, un granello che finisce nell’ingranaggio a bloccare tutto, a far cambiare improvvisamente direzione al corso degli eventi. Ho l’impressione che dove non arriverà Greta arriverà “2019-NCOV”, il virus del cambiamento.

Massimiliano Capalbo

Se c’è un continente che da sempre rappresenta, almeno per i giovani italiani, la terra promessa questo è l’Oceania e in particolare una delle sue isole: l’Australia. Sono tantissimi, infatti, i giovani che delusi o scontenti dalla situazione economica e sociale che vivono nel proprio paese, oppure alla ricerca di se stessi, decidono di recarsi in Australia, per lavorare, per avventurarsi in sfide di vario genere a piedi o in bicicletta o semplicemente per il piacere di scoprire una terra molto diversa dalla nostra. L’Australia è sempre stata una terra simbolo di libertà e di avventura per molti e il mito si è diffuso, come sempre accade nei confronti di ciò che si trova lontano da noi.
Peccato che, come le persone di mondo sanno, il paradiso non sia su questa terra (altrimenti in tanti ci si sarebbero già trasferiti) e che l’Australia sia, al contrario di quanto si pensi, tra i territori più colpiti dall’azione dell’uomo prima che dai cambiamenti climatici. Una sorta di preludio di cosa potrà diventare il pianeta se continuiamo ad adottare il modello di vita e di economia imperante.
Uno scioccante documentario, andato in onda la scorsa primavera su Rai5, ce la racconta come una terra assediata dalla desertificazione. Un risultato raggiunto dopo secoli di sfruttamento senza scrupoli delle risorse di questa enorme isola. Cominciarono gli inglesi alla fine del ‘700 con l’estrazione dei minerali, e trasferendo una varietà di fauna che non era compatibile con quella esistente sul territorio che finì per compromettere la sopravvivenza delle specie autoctone. Le foreste furono tagliate per fare spazio alle coltivazioni, fu l’inizio della catastrofe. Successivamente, il gabinetto del primo ministro inglese lord North scelse l’Australia come terra per deportare i detenuti che, alla fine del XVIII secolo, rappresentavano un problema per la saturazione delle carceri nella madrepatria. Iniziò così la costruzione di una nuova colonia ad opera dei detenuti che erano costretti ai lavori forzati per realizzare ponti, strade, edifici e tutto ciò che lentamente contribuì a cambiare il volto del paese.
In questa opera di colonizzazione/desertificazione ha influito, e continua a influire ancora oggi, l’assoluta ignoranza dei popoli europei circa il funzionamento degli ecosistemi e della natura. Hanno presuntuosamente pensato di poter usare le tecnologie di cui disponevano per creare la condizioni di vita ideali quando il prerequisito (come sanno invece gli aborigeni australiani) è conoscere il clima, la terra, la flora, la fauna di un territorio e tutto quanto è necessario per sopravvivere in un ambiente naturale. Allo stesso modo i loro eredi sono convinti, oggi come ieri, di poter rimediare ai danni causati da una gestione scellerata del territorio grazie all’uso delle nuove tecnologie. Pura illusione. Alla fine, quando sarà troppo tardi, saranno costretti a rivolgersi agli aborigeni, quei pochi rimasti, gli unici a detenere la sapienza.
L’Australia è attualmente un gigantesco produttore di carne, si allevano 104 milioni di animali da esportare in tutto il mondo. I metodi di allevamento adottati hanno contribuito enormemente alla desertificazione del paesaggio. La storia dell’Australia dovrebbe essere un monito per le logiche perverse dell’industria mondiale del cibo e non solo.
Gli incendi di questi mesi, che interessano un quarto dell’isola (sono andati in fumo milioni di ettari di boschi equivalenti a tre grandi regioni italiane), sono solo l’ultimo tra i più gravi danni inferti ad un continente che ha avuto solo la colpa di aver rappresentato un mito per i primi coloni ieri e per i nuovi ricercatori di paradisi oggi.
L’uomo, alla continua ricerca di paradisi che non esistono non si è ancora reso conto che, finora, dovunque sia arrivato, è stato capace di creare solo inferni. Se il paradiso non lo si ha dentro non potrà essere creato neanche fuori. E’ finito il tempo della ricerca di paradisi sempre altrove, è giunto il tempo invece di trasformare in paradisi i luoghi che ci hanno visti nascere e che, prima di devastarli, erano essi stessi dei paradisi. Se non sapremo farlo nel nostro territorio non sapremo farlo neanche altrove, come la storia ci insegna, e non avremo un futuro su questo pianeta.
Alexander Dalrymple, geografo, spia e diplomatico scozzese, tra i primi ad essere affascinato dalla Terra Australis supponeva, nel XVIII secolo, che fosse talmente ampia e popolosa da immaginare che “i resti della sua economia basterebbero per mantenere il potere, il dominio e la sovranità della Gran Bretagna perché darebbero lavoro a tutte le sue manifatture e le sue imbarcazioni.” Quando il capitano James Cook, il primo a dimostrare che l’Australia era una grande isola, vi sbarcò nel 1770, osservando il modo di vivere degli aborigeni dovette ammettere: “sono molto più felici degli europei. Ritengono di disporre di tutto il necessario per vivere e non possiedono nulla di superfluo.

Massimiliano Capalbo