A pochi giorni dalla Giornata nazionale del mare, il governo giapponese dichiara di aver deciso di fare un regalo al mondo, di rilasciare nell’Oceano Pacifico l’acqua contaminata dal reattore di Fukushima e la notizia finisce in secondo se non terzo piano sulla maggior parte dei principali media, come se avesse annunciato di stare a inaugurare l’ennesimo centro commerciale. Mentre in tv gli “scienziati” che non hanno saputo prevedere e che dimostrano quotidianamente di non sapere neanche gestire una delle pandemie meno pericolose della storia dell’umanità, continuano a spaccare il capello del virus in quattro, una delle notizie più impattanti sulla salute del pianeta e, di conseguenza, dell’uomo viene quasi completamente ignorata.
Un anno fa nel libro “In media stat virus” utilizzavo proprio un’immagine marina per dimostrare il livello di consapevolezza dell’umanità circa quello che ci attende nei prossimi decenni. L’immagine era quella di alcuni bagnanti che litigano sulla spiaggia per ottenere un posto al sole, mentre un’onda alta una decina di metri sta per abbattersi su di essi.
La mia consapevolezza che ciò non sia molto lontano dal verificarsi nasce appunto da questa incapacità di dare un ordine di priorità alle tante emergenze con cui avremo a che fare nei prossimi anni. Il nucleare è certamente al primo posto, nonostante e proprio perché nessuno ne parla. Nei confronti di questo tema abbiamo lo stesso atteggiamento del bambino che è stato beccato a farla grossa e che tenta in tutti i modi di non tornare sul discorso, distraendosi attraverso il gioco. Perché è questa la verità, abbiamo voluto giocare con la materia al punto tale da renderla altamente pericolosa e adesso che il giocattolo ci è scappato di mano, facciamo finta di nulla, cerchiamo di nascondere il risultato della nostra irresponsabilità.
Alcuni ambientalisti fanno coincidere la nascita dell’Antropocene, cioè quell’epoca caratterizzata fortemente dalle attività umane, con una data precisa: il 16 luglio 1945. In quel giorno il Trinity test esplose la prima bomba nucleare nel deserto di Alamogordo, nel Nuovo Messico (USA), che inaugurò l’era nucleare. Altri studiosi lo fanno risalire alla Prima Rivoluzione Industriale ma, quello che è certo è che, con l’avvio dell’era del nucleare, l’attività umana più estrema, si è assistito ad un salto di qualità senza precedenti. Scegliendo di intraprendere quella strada l’uomo ha deciso di imboccare una strada senza uscita e senza ritorno perché il suo prodotto finale (le scorie) sono ineliminabili, i loro effetti durano millenni, il loro stoccaggio ha dei costi elevatissimi oltre che essere complesso e sono estremamente nocive per la salute umana.
Dico per la salute umana e non per quella del pianeta perché qui non si tratta, come sempre un certo ambientalismo racconta, di salvare il pianeta ma di salvaguardare le vite umane di oggi e creare le condizioni perché ci possano essere anche quelle di domani. Il pianeta non ha bisogno di noi per salvarsi, anche se facessimo esplodere tutte le bombe nucleari presenti sul pianeta, gli unici a soccombere saremmo noi esseri umani, il resto è solo materia in continua trasformazione. E’ questo che non riusciamo spesso a comprendere, qui si tratta di migliorare la nostra vita immediatamente, qui ed ora, non tra cento o mille anni quando probabilmente l’umanità sarà ricordata dal pianeta solo come un incidente di percorso. Anche noi siamo solo materia ma sono la nostra consapevolezza e la nostra coscienza a metterci sull’avviso che possiamo ambire a vivere solo qui ed ora.
Dagli anni Trenta del Novecento gli scienziati hanno generato reazioni nucleari producendo nuclei artificiali che non esistono in natura e sono altamente instabili (radioattivi) incompatibili con i processi naturali, con effetti devastanti sulle cellule viventi. Siamo stati ancora una volta produttori di squilibri. Lo squilibrio interno all’uomo, ancora una volta, è stato proiettato attorno a sé.
Il reattore di Fukushima è solo l’ultimo, in ordine cronologico, dei disatri ambientali conosciuti, causati dal nucleare, l’elenco è lungo. La grande ambientalista Rosalie Bertell, una ventina di anni fa, aveva calcolato che le vittime dell’era nucleare ammontavano a 1 miliardo e 300 milioni di persone (1/6 della popolazione mondiale di allora). L’articolo del Prof. Angelo Baracca sugli effetti del nucleare fino ad oggi, pubblicato qualche anno fa su Effimera, è impressionante e rende tutte le preoccupazioni per i pericoli per i quali ci stiamo allarmando da un anno e mezzo semplicemente ridicoli, se non auspicabili, se non altro per impedire che l’uomo possa compiere ulteriori danni nell’unico pianeta dell’universo dove è stato possibile che si creassero le condizioni di quel miracolo inspiegabile che chiamiamo vita.

Massimiliano Capalbo

Venerdì 9 aprile mi reco a Soverato per sbrigare alcune commissioni e, parcheggiando l’auto sul lungomare, mi accorgo che molti dei bellissimi ficus che adornano il lungomare sono stati capitozzati selvaggiamente. Una cattiva pratica molto diffusa in Italia che non ha a che fare tanto con l’estetica ma con la salute dell’albero che, ridotto in questo stato, viene reso più vulnerabile alle malattie, subisce degli squilibri energetici e diventa più instabile e pericoloso perché a rischio caduta durante le giornate di maltempo. Tutto ciò nasconde una profonda ignoranza circa la biologia di un albero e, quasi sempre, ragioni di carattere economico. I comuni, per risparmiare, affidano il compito delle potature ad operai non specializzati invece che ad esperti. Perché l’albero non è considerato un essere vivente in continua evoluzione e interazione con l’ambiente circostante ma un arredo urbano, alla stregua di una panchina o di un cestino dei rifiuti.
Nel rientrare a Catanzaro, in auto, noto che tutti gli alberi che costeggiavano la statale 106 tra Soverato e Montauro sono stati tagliati, adesso si notano le case che prima erano schermate dalla vegetazione, evidentemente i residenti non vedevano l’ora di respirare lo smog proveniente dalla statale e soprattutto di sentire il rumore del traffico invece che il canto degli uccellini, smog e rumori che prima erano schermati dagli alberi.
L’autoradio è sintonizzata su Rai Radio Due e, proprio in quel momento, le due conduttrici della trasmissione (scoprirò dopo trattarsi di Andrea Delogu e Silvia Boschero) stanno parlando di una strana pratica proveniente dall’Oriente: lo Shinrin-Yoku (il bagno di foresta). L’argomento viene trattato con una superficialità e un senso di superiorità che mi hanno lasciato sconcertato (chiunque può risentire il podcast della trasmissione del 9 aprile al seguente link, a partire da 1:33:40 minuti dall’inizio della trasmissione, per farsi un’idea). La superficialità è quella tipica del giornalista medio italiano che pensa di poter parlare di tutto senza prima studiare. Il senso di superiorità, invece, è quello tipico dell’uomo occidentale (in questo caso donne) espressione di una civiltà che ha sempre pensato e continua a pensare, nonostante i suoi continui fallimenti, di essere quella più avanzata e “più perfetta” nella storia dell’umanità. Una civiltà, come scriveva Tiziano Terzani: “che non ha che se stessa come modello“. La pratica di abbracciare gli alberi viene derisa dalle due conduttrici. Una sbadiglia mentre l’altra descrive il fenomeno (chiamandolo “il bagno tra le piante”) come una moda bizzarra e facendo affermazioni senza senso (abbracciare un albero dopo che l’hanno abbracciato altri sarebbe sporco o veicolo di infezioni e si tradurrebbe semplicemente nel “dedicare del tempo allo stare nella natura”). La versione delle due (che è il titolo della trasmissione) è che oramai questo “sport” viene giustificato in tutti i paesi europei, perché in tempi di distanziamento sociale visto che nessuno può abbracciare un altro può in alternativa abbracciare un albero. Concludendo con: “ci dicono che serve per il nostro benessere, siamo veramente alla frutta.”
Oggi anche la ricerca scientifica occidentale fornisce una solida base scientifica a ciò che le due conduttrici hanno inteso ridicolizzare. In Giappone, da oltre mezzo secolo, esiste una professione, quella dei medici forestali, che si occupano di studiare le comunicazioni che avvengono tra i terpeni (biomolecole prodotte dalle piante che entrano in relazione con il nostro sistema immunitario rafforzandolo) e il nostro organismo. Trascorrere del tempo nel bosco migliora la nostra salute non solo fisica e la scarsa frequentazione di questi luoghi, da parte delle due conduttrici, emerge dallo spessore e dalla qualità della loro comunicazione. Ma la cosa che più colpisce è che si tratti di due donne, ovvero di quella parte dell’umanità che verso questi temi dovrebbe mostrare una maggiore sensibilità, essendo sempre state il simbolo della vita e della rigenerazione della natura. Le più antiche pitture rupestri del Neolitico raffiguravano simboli femminili e le donne erano considerate dee della natura da venerare e rispettare, le prime civiltà non erano né patriarcali né matriarcali ma gilaniche (cioè mutualistiche). Ma le donne hanno preferito abbandonare il calice e agguantare la spada (parafrasando il titolo di un famoso libro sul tema) quella stessa che, ieri come oggi, continua a capitozzare gli alberi, fisicamente e verbalmente.

Massimiliano Capalbo

A volte, ripercorrendo il sentiero passato, mi accorgo che, in base alle scelte fatte, anche le parti potevano essere invertite. Quando dopo un costante e crescente interesse verso tutto ciò che riguardava la natura in ogni suo aspetto, mi trovai al classico bivio dove scegliere un percorso di studi che andasse in una simile direzione, mi orientai verso Scienze ambientali. Fino ad allora, vedendo continuamente le nefandezze che venivano perpetrate, la cementificazione della mia città, le capitozzature degli alberi, la distruzione di ogni lembo di verde rimasto, ero convinto che tramite quel percorso avrei potuto fare qualcosa.
Quando giravo per le campagne, avevo finito per odiare i contadini. Una massa di ignoranti da reprimere a suon di leggi. Ero convinto che solo una forte legislazione ambientalista senza scampo avrebbe potuto salvare il pianeta. Quasi alla stregua di una dittatura. Ma non stavo dimenticando qualcosa? Si. Stavo dimenticando la mia umanità.
Perché prima di essere misantropi, auspicando un cambiamento a suon di repressione, di trasformazione dei diritti di vita in privilegi e doveri sulle nostre spalle, prima di teorizzare la sovrappopolazione senza ridurre prima tutta la nostra impronta ecologica, e voler imporre alle persone quali scelte di vita fare sulla base della coercizione del denaro, dobbiamo ricordarci che siamo umani. Non macchine. Che le persone vogliono semplicemente vivere, ed un modo di invertire la tendenza è possibile solo grazie all’ascolto ed all’amore. Alla comprensione, senza imposizione.
Di fronte alla massa di studenti ebbi l’impressione che gran parte dei presenti non fossero lì per passione, ma solo per aver fiutato un lavoro in crescita nell’immediato futuro green. Ci si stava dimenticando che qualsiasi transizione ecologica non può essere esente dall’educazione e dalla possibilità economica di accedervi. Una vita ecologica in decrescita non può essere privilegio in base al denaro. Mi fu detto che le battaglie si fanno solo sulle carte. Che non si protegge se non si conosce. In quel momento sentii una stretta forte al petto. Perché dentro di me gridavo che non si protegge se non si ama.
Quella forte sensazione mi consentì di capire che il percorso che stavo facendo mi avrebbe portato ad alienarmi da ciò che sentivo dentro. Che avrei agito come un controllore senza buon senso, uno dei tanti burocrati feroci vincolato a leggi scritte senza conoscere i contesti. Che le stesse leggi secondo cui si sarebbe voluto tutelare l’ambiente, avrebbero represso ogni esperienza di vita naturale e comunitaria, creando dualità.
Fu allora che mi trovai a un bivio. E feci la scelta più coerente ideologicamente, se volevo boicottare tutto ciò in cui non credevo. Un ritorno alla natura spontaneo. Probabilmente, senza quella stretta al petto, ora ci sarei io nei panni del controllore zelante, magari in divisa, pronto a cercare il pelo nell’uovo e reprimere. Scoraggiando ogni ritorno alla natura che non sia farcito da una grande dose di denaro per ottenere i timbri di chi mangia gratis sul tuo sudore. Avrei sacrificato me stesso per divenire nient’altro che una macchina, inconsapevole dei danni che provoco e di quanti sogni stronco sul nascere. Schiavo dello stesso sistema che da una parte distrugge e fagocita, dall’altra ci dona l’illusione della protezione della natura. A pagamento.
Magari con un titolo, avrei potuto scrivermi e firmarmi da solo i progetti, gettando merda su tutte le esperienze alternative. Stigmatizzando chi fa il meglio che può con quello che ha, come se fosse un misero furbetto. Un ladro. Un evasore. E magari avrei partecipato a corsi e concorsi per prendere finanziamenti per realizzare anche la minima azione in difesa della natura. E in mancanza di soldi, non mi sarei mosso a protezione e studio di nulla. Avrei lavorato con la natura alla stregua di qualsiasi lavoro. Perché nell’ottica di un lavoro per soldi, è indifferente se tu studi una pianta o servi al Mc Donald.
Avrei riso di tutti coloro che non si “fanno il mazzo” accumulando denaro solo per pagare pezzi di carta o la mia consulenza professionale. Infamandoli anche. Etichettandoli come parassiti, stigmatizzando la povertà in perfetta chiave capitalista. Mi sarei autorecintato con l’illusione di cambiare le cose dall’interno. Al prezzo di distruggere tutti i sogni che non fossero riconosciuti da un pezzo di carta.
Di fronte a queste prospettive inquadrate e distanti dall’uguaglianza sociale, fui inorridito. Vidi l’orrore con cui un buon proposito diventa cibo per avvoltoi. Mi venne la nausea al punto da farmi mancare il respiro. Mi chiesi che cosa c’entrasse la mia anima con tutto questo. Scelsi di lasciare l’università e ricercare una via più coerente. Perché ritornare alla natura è solo la conseguenza di una profonda scelta ideologica. Cominciavano a farsi sentire anche quelle che erano le radici contadine. Di una famiglia formatasi da genitori emigrati dai loro contesti naturali di pastori e contadini. Della nonna paterna emigrata in città. Di uno zio andato in Francia per lavoro da clandestino. Come se una generazione urlasse il suo riscatto.
Posso sentire le voci di chi ha vissuto queste mura prima di me. Di coloro che per necessità dovettero fare una vita semplice ma di fatica. La stessa vita che ora viene impedita con ogni mezzo e filtro. Ero ben consapevole di ciò che questa scelta avrebbe comportato. Schierarsi apertamente contro lo status quo. Esser bollato come un reietto non integrato. Messo ai margini ancor più se si prendono le difese dei più deboli. Di tutti coloro che vorrebbero ma non possono, bloccati da tutte le leggi e burocrazie del mondo. Ero ben consapevole, fin da bambino, di cosa avrebbe comportato un simile pensiero: una vita a lottare contro le tempeste, spesso in solitaria, o sbeffeggiato come un Don Chisciotte. Contro una battaglia che già in partenza sai di non poter vincere. Come se esprimere una minoranza non fosse anch’esso un atto politico.
Ma era davvero così importante la vittoria? Se esprimi te stesso e ti liberi, non hai forse già vinto, essendo testimone di un messaggio? Un messaggio che è tanto più spontaneo, quanto importante da comunicare. Anche a nome di tutti gli invisibili nascosti, di chi si lamenta ma non agisce.
Di fronte ad un’altra stretta al petto, mi trovai ad un altro bivio. Scegliere di chinare la testa o esprimermi. La risposta fu di andare avanti, perché accettare qualcosa solo perché è sempre andato così non vuol dire che debba andare così. Perché ogni persona che accetta lo stato di cose presente, condanna tutte le altre ad una lenta morte, ad una tacita sottomissione. Ci sarà un prezzo da pagare? L’isolamento? Non poter realizzare un sogno? Ma almeno ogni giorno potrò sempre guardarmi consapevole di non aver scelto di morire dentro un po’ per volta. Ci vuole coraggio a resistere, nonostante tutto.
Ma credo che divulgare cosa non è eticamente e moralmente giusto, sia di estrema importanza nel mondo in cui viviamo attualmente, diviso in fazioni, in marcia verso discriminazioni sociali crescenti. Ci vuole coraggio a seguire il proprio sentire. Ma ricordiamoci sempre che lo status quo lo decidiamo noi con le nostre singole azioni e scelte quotidiane, che hanno il potere di cambiare noi stessi e ciò che ci circonda.

Fabrizio Sulli