Venerdì scorso ho pubblicato sulla mia pagina Fb un post per mettere in evidenza come una cartina della Calabria, utilizzata dalla TgR per le previsioni del tempo nel corso del telegiornale, fosse assolutamente inadeguata allo scopo. “Non c’è bisogno di essere un esperto di semiotica – commentavo – per comprendere che questa cartina non comunica nulla. Enormi e incomprensibili simboli sono stati scelti per identificare i capoluoghi di provincia, mentre le informazioni meteorologiche risultano marginali e assolutamente inutili. In compenso ci atteggiamo a grandi esperti e crediamo di essere una società evoluta in grado di fare previsioni.
A corredo del post una foto scattata al volo davanti alla tv, che ritrae la cartina e poco meno della metà del viso del meteorologo che, qualche ora dopo la pubblicazione, decide di intervenire, sentendosi chiamato in causa, per commentarlo e puntualizzare che:
– “1. la grafica che si vede in trasmissione non è ideata e prodotta da me, bensì dalla Rai“. Premesso che nessuno gli ha attribuito la paternità della cartina, le ipotesi sono due:
a) o siamo di fronte ad una persona che si rende conto di avere una cartina non adeguata allo scopo e invece di pretenderne una adeguata (facendosi forza anche di commenti critici come il mio) per migliorare il proprio lavoro e l’efficacia della propria comunicazione, alza le mani e si adegua allo statu quo, liquidando con fastidio il commento critico. Che è poi quello che avviene puntualmente in tutti gli uffici pubblici e gli enti che non funzionano, dove professionisti al pari del meteorologo, invece di ribellarsi accettano di lavorare in condizioni non adeguate agli standard di riferimento. Questa è una delle ragioni per cui il cambiamento non arriva mai: si preferisce non esporsi più di tanto;
b) oppure siamo di fronte ad una persona che non si rende conto di avere una cartina non adeguata e questa sarebbe la peggiore delle ipotesi, per lo meno il colmo per uno che fa previsioni;
– “2. le informazioni meteorologiche risultano marginali e assolutamente inutili”: questa è una critica davvero ingenerosa tenendo conto dei ristretti tempi televisivi e considerando l’enorme quantità di dati da comunicare: temperature minime e massime per i capoluoghi provinciali, tempo su differenti aree omogenee del territorio regionale scendendo quasi sempre in grande dettaglio, stato dei mari e dei venti su 800 km di coste, comunicazioni di allerte, etc…” E’ chiaro che il mio riferimento era alla cartina e non al commento del meteorologo che a me, oltre che competente mi era parsa l’unica cosa decente del servizio. Se proprio devo fargli una critica la faccio ai suoi commenti su Fb (e non alla persona che non conosco) che mi sono parsi intrisi di permalosità e di egocentrismo;
– “3. in compenso ci atteggiamo a grandi esperti”: ho una laurea …., un master …, un dottorato… la certificazione … ho fondato … etc etc ” e giù l’elenco dei pezzi di carta che certificano le sue competenze che io davo per scontate, perché al contrario di quelli che commentano in malafede do sempre per scontato (fino a prova contraria) che le persone ricoprano ruoli adeguati alle proprie competenze. Il noi ovviamente era riferito alla nostra società e non al meteorologo al quale sfugge, infatti, (perché non mi conosce) che al sottoscritto non interessa attaccare le persone ma far riflettere sui comportamenti generali della società e i commenti o le riflessioni che posta hanno e avranno sempre questo scopo, finché avrà la libertà, la voglia e l’energia per farlo.
A molti potrò sembrare un rompiballe alla ricerca del cavillo per ottenere visibilità o per scatenare polemiche a tutti i costi ma vorrei far notare che stiamo parlando di un servizio pubblico che paghiamo tutti e dal quale io pretendo professionalità e rispetto per il pubblico. Sono stanco di accontentarmi del meno peggio o della sufficienza. Invece di relegare la partecipazione dei telespettatori a rubriche da giornalino della parrocchia, come quella che nel corso del lockdown veniva trasmessa al termine del TG, sarebbe il caso di accogliere le critiche costruttive e puntuali, da qualunque parte esse arrivino, volte al miglioramento del servizio, non dimenticando che l’azienda non comunica col proprio pubblico solo attraverso l’apposito ufficio del customer care ma attraverso ciascun dipendente/collaboratore, soprattutto se si tratta di un volto televisivo.
Le reazioni che questo post ha generato, inoltre, a mio avviso, sono emblematiche e descrivono perfettamente il tipo di società che stiamo diventando. Diversi commenti non avevano alcuna attinenza con il contenuto del post, segno che spesso le persone commentano senza aver compreso il senso di ciò che hanno letto o prendono a pretesto occasioni del genere per vomitare i propri pregiudizi, i propri stereotipi, le proprie frustrazioni o per mettere al centro il proprio ego o per prendere le parti e schierarsi da una parte o dall’altra.
L’adeguamento ad un livello più basso avviene lentamente e progressivamente, ogni volta che decidiamo di lasciar correre, di far finta di non vedere, per il quieto (ma disagiato) vivere. Sono sufficienti piccoli e impercettibili cambiamenti, in tutti i settori, per spingere le persone ad assuefarsi lentamente ad un modus operandi caratterizzato da superficialità e approssimazione. La storia della Calabria è costellata di piccoli e impercettibili peggioramenti. E’ un pò come la storiella della rana bollita.
La differenza tra un essere vivente e uno morto è data dalla quantità di energia che l’attraversa, chi si adegua ad ogni cosa in maniera acritica, attenuando la propria capacità di reazione, si sta lentamente preparando alla morte mentale e spirituale prima che fisica. Io sono un essere vivente e non intendo perdere occasioni per dimostrarlo.

Massimiliano Capalbo

Il 31 agosto è il giorno della liberazione per la Calabria. E’ il giorno in cui finisce l’estate, non quella meteorologica ma quella convenzionale, istituzionale, quel periodo dell’anno in cui è consentito per legge, alla maggior parte degli ingranaggi che compongono la catena di montaggio del mondo del lavoro italiano, di fermarsi, di riposarsi, di andare in vacanza. E’ il giorno in cui la Calabria si libera dal (per fortuna breve) assedio di emigrati di ritorno, turisti, curiosi, artisti, vip, giornalisti, etc. Improvvisamente, dalla sera del 31 agosto alla mattina dell’1 settembre, tranne che a Tropea e in pochissime altre destinazioni più affermate, i lungomari si svuotano, il traffico diminuisce, i ristoranti cominciano a ridurre il personale, i lidi smantellano strutture e attrezzature, le scenografie allestite per recitare la farsa del turismo di massa a tutti i costi vengono riposte nei magazzini, in attesa della prossima stagione e si torna alla vita comandata, quella che ci hanno raccontato come degna di essere vissuta, quella costruita attorno ad un posto di lavoro (sempre più precario).
Da oggi in poi nessun comitato chiamerà giornali o tv per denunciare le condizioni del mare o i rifiuti per le strade, i forestieri non ci sono più e per i residenti non fa più notizia anche perché ne sono gli artefici.
Il 31 agosto la Calabria si vuota di quella moltitudine di non residenti che, per 350 giorni l’anno la ritengono indegna di essere abitata, salvo in quei 15 giorni a cavallo di Ferragosto in cui fanno incetta di tutto ciò che di buono può offrire: sole, mare, montagne, cibo, eventi, relazioni, natura, storia, arte, cultura lasciando in cambio rifiuti, inquinamento, seconde case, alterazione dello stato dei luoghi. Così come sono abituati a strappare alla propria vita lavorativa stipendi, opportunità di carriera, benefit e quant’altro, strappano a quei pochi giorni di vacanza concessigli sensazioni, emozioni e piaceri a breve termine, consci di dover tornare presto alla fatale routine.
Dal 1 settembre la prostituta può tornare a vivere, i clienti se ne vanno, si spengono le telecamere e la sovraesposizione mediatica estiva e la Calabria torna nell’oblio, quell’oblio che l’ha sempre preservata dalla devastazione che invece ha travolto altre regioni d’Italia più facilmente raggiungibili. Si smorza quella voglia di protagonismo a tutti i costi, indotta da pareri forestieri, che assale il territorio in agosto. La Calabria ritorna ad essere quella punta dello stivale troppo lontana e troppo diversa dal modello economico imperante e dunque sbagliata, inadeguata. Nessuno più la userà, almeno fino alla prossima stagione, per realizzare video promozionali, strumentalizzazioni partitiche, occasioni di business, speculazioni intellettuali. L’argomento diventa progressivamente meno attuale con l’avvicinarsi dell’autunno.
In autunno (così come in primavera) arrivano i viaggiatori più consapevoli, quelli rispettosi, alla ricerca di autenticità, tradizioni, relazioni. E le trovano in quella miriade di piccole strutture ricettive disseminate nei posti più difficilmente raggiungibili del territorio, gestite da persone che hanno scelto di viverci tutto l’anno e non di recitare una parte per poche settimane. Sono tanti, lavorano in silenzio e stanno costruendo il futuro turistico di questa regione, rappresentano un brand molto più forte di qualsiasi altro creato dalle istituzioni.
L’estate del Covid ha accresciuto l’affollamento (sempre in quei 15 giorni di agosto) e confermato l’insostenibilità del modello turistico dominante, a cui i neocolonialisti (strutture ricettive enormi gestite da società non calabresi) puntano da tempo in collaborazione con la Regione. Questo fuoco di paglia ha generato un incomprensibile entusiasmo da parte degli stessi, abituati a considerare le persone delle merci da spostare sul territorio, facendoli illudere di trovarsi di fronte ad una tendenza. Ci sono regioni che ci sono cascate prima di noi e oggi c’è chi ci mette in guardia dallo svendere l’anima al turismo di massa, ma si sa noi siamo quelli che aprono i Mc Donalds quando gli altri li chiudono.
La paura del Covid ha spinto molti a ricredersi, dopo aver sputato per anni nel piatto in cui d’estate mangiavano e continuano a mangiare, improvvisamente la Calabria è apparsa una delle regioni più sicure e adatte anche per quello che non rappresenta il nostro target. Il posto dove rifugiarsi in caso di pericolo, perché in grado di soddisfare ancora i bisogni di base di una vita degna di essere vissuta. Gli altri, quelli superflui, non le si addicono per fortuna.

Massimiliano Capalbo

In tempi di elemosine istituzionali e sovvenzioni europee senza fondo (ci voleva la scusa del Covid-19 per continuare ad arraffare), succede che in un piccolo comune della Calabria, notoriamente terra considerata svantaggiata e dunque meritoria di aiuti speciali, un avvocato, ambientalista, scrittore, cercatore di luoghi perduti ma, in fondo, un cittadino come tutti gli altri, decida di donare cinquanta sedie, fatte costruire appositamente da un artigiano locale, ad un comune, precisamente quello di Carlopoli, in provincia di Catanzaro.
Si avete letto bene, un cittadino calabrese ha messo le mani nelle proprie tasche e ha deciso di spendere soldi propri per donare qualcosa ad un comune. Eh, lo so che state rileggendo la frase appena letta per comprendere se c’è un errore o se avete letto male. E’ tutto vero. No, non ha sbattuto la testa, non è impazzito, lo conosco personalmente e vi posso assicurare che è perfettamente sano di mente. Ma non sono solo io a conoscerlo Francesco Bevilacqua. Non c’è calabrese amante della propria terra che non abbia letto un suo libro, che non abbia percorso un sentiero già percorso da lui. Si, perchè Francesco è una delle risorse storiche di questo territorio, uno degli ultimi guerrieri rimasti sul campo di battaglia al termine di un epoca, che ha visto la categoria degli ambientalisti uscire sconfitta da una serie di guerre combattute, a mio avviso, con il metodo sbagliato. Francesco, invece, ha saputo evolversi e affrancarsi da un’etichetta che ha sempre visto gli appartenenti alla categoria degli ambientalisti come dei rompiballe pronti a dire no a tutto. E’ una persona aperta al dialogo e al confronto, divoratore di libri e curioso intellettuale. Non poteva dunque che crescere umanamente e culturalmente e approdare a quello che è diventato oggi: un Virgilio della natura, in grado di accompagnare chiunque nelle selve oscure della Calabria e renderle più chiare e intellegibili. Il Festival delle Erranze e della Filoxenia, che ha ideato lo scorso anno, giunto alla seconda edizione, e che coinvolge i comuni del Reventino, ne è un esempio.
Sabato 8 agosto la consegna delle cinquanta sedie, che sono state utilizzate per arredare la biblioteca comunale, realizzate dalla falegnameria artigianale di Pino Paletta di Serrastretta, è stata ufficializzata con un’iniziativa culturale rientrante nell’ambito del Festival delle Erranze e della Filoxenia, con l’auspicio che potranno servire anche per gli eventi culturali e artistici che in questi anni hanno cominciato ad animare la meravigliosa abbazia di Corazzo.
Ed è proprio a Corazzo che a Francesco è venuta l’idea della donazione, spinta dall’affetto per il luogo, dalla constatazione che utilizzavano delle sedie di plastica per gli eventi e dalla sorpresa nel vedere il sindaco Mario Talarico e il vice sindaco Raffaele Arcuri tagliare l’erba negli spazi antistanti l’abbazia.
Un gesto, dunque, che incentiva l’economia locale, che dota il Comune (che è o dovrebbe essere la casa di tutti) di arredi utili ma, soprattutto, che conferma il cittadino Bevilacqua nel suo ruolo di istituzione del comprensorio del Reventino. Le uniche sedie alle quali ci auguriamo qualcuno possa attaccarsi sono queste.
Conosco già le obiezioni a questo articolo, se ha donato cinquanta sedie sicuramente se lo poteva permettere, starete pensando. Certo, ma se avesse ragionato come ragiona la maggior parte dei calabresi, avrebbe potuto farsi una bella vacanza con quei soldi, non credete? E poi, per farsi istituzione, non c’è bisogno di mettere le mani in tasca o di avere un gruzzolo da parte. E’ sufficiente cominciare a prendersi cura del territorio, dedicare del tempo (invece che dei soldi) e della manodopera alla comunità, piantare alberi, sistemare ciò che è rotto o fatiscente, organizzare iniziative, rendere fruibile ciò che non lo è, esprimere solidarietà concreta nei confronti dei più bisognosi, sono tantissime le cose che si possono fare in una comunità a costo zero. Ai più vagabondi o ai più tirchi non si chiederebbe altro che evitare di lasciare rifiuti per strada, per esempio, oppure fare il proprio dovere, non contribuire ad accrescere il degrado sociale e culturale, non campare di sovvenzioni pubbliche, non arraffare appena se ne presenta l’occasione, anche perché la maggior parte dei problemi di una comunità sono generati dai suoi membri e non da altri.
Il gesto eretico di Francesco chiama tutti alle proprie responsabilità di cittadini, mostra attraverso l’esempio che la cittadinanza non è un pezzo di carta da ritirare presso gli uffici del comune ma un merito da conquistare giorno dopo giorno e che le istituzioni siamo noi quando decidiamo di pre-occuparci del ben-essere del nostro territorio.

Massimiliano Capalbo