L’intuizione che rivoluzionerà il settore mondiale dell’informatica non è venuta nella Silicon Valley e per averla non sono stati necessari grandi investimenti e capitali. E’ venuta ad un calabrese in Calabria e a costo zero. Quella che sto per raccontarvi è una storia eretica che demolisce un pò di false credenze che circolano nel settore da tempo e dimostra come la passione e l’osservazione dei fenomeni, da un punto di vista diverso rispetto a quello convenzionale, possa far fare dei salti enormi verso la scoperta di nuovi mondi. L’intuizione di cui parliamo è venuta all’ingegnere Giuseppe Talarico, professore di Sistemi ed Informatica all’Istituto Tecnico Industriale “E. Scalfaro” di Catanzaro fino al 1 settembre scorso, giorno del suo pensionamento.
Tutto comincia nel lontano 1981 quando, giovane ingegnere della Telettra di Vimercate, il professore Talarico durante una pausa pranzo nella mensa aziendale sentì alcuni suoi colleghi, seduti al tavolo a fianco al suo, parlare di alcuni ricercatori polacchi intenti a studiare una logica chiamata ternaria. “Nessuno di noi, loro compresi, immaginava minimamente di cosa si trattasse, Internet all’epoca non esisteva e quindi non potevamo approfondire le conoscenze su questo tema. Ma questa definizione di “logica ternaria” mi rimase nella testa. A distanza di 33 anni, nel 2014, Andrea Mancuso, uno studente dell’Istituto Scalfaro dove insegnavo, un giorno mi portò delle fotocopie in inglese di un professore dell’Universita dell’Iowa, un certo Douglas Jones, sulla logica ternaria chiedendomi di cosa si trattasse.” Al professore Talarico si riaccese quindi una lampadina rimasta spenta per oltre trent’anni, si mise subito a studiare quei documenti e scoprì un mondo che lui oggi equipara alla scoperta di una nuova galassia.
Studiando il sistema ternario si imbatté in un sito e scoprì che nel 1840 un certo Thomas Fowler, che lavorava nel Ministero del Bilancio inglese, dove teneva i conti dello Stato, si era messo a studiare i sistemi di numerazione e aveva scoperto che il sistema migliore era il ternario bilanciato, una variante della notazione Base-3 in cui ogni cifra può essere espressa come: negativa, zero o positiva. Fowler introdusse questo concetto creando delle tabelle di conversione prima e poi costruendo anche una macchina in legno ma i suoi disegni andarono perduti finché, nel 1997, due ricercatori inglesi si imbatterono nei disegni della macchina di Fowler eseguiti dal grande matematico Augustus De Morgan (a lui si devono i teoremi che sono alla base dei sistemi logici elettronici ed informatici) e riprodussero una versione moderna della macchina con le stampanti 3D.
A questo punto il Prof. Talarico intuisce di trovarsi di fronte ad un mondo tutto da esplorare e, leggendo gli appunti del Prof. Douglas, si accorge che lo stesso si limitava a considerare il comportamento delle sette porte logiche (AND NAND OR NOR XOR XNOR NOT), che consentono di realizzare, attraverso segnali elettrici, le operazioni matematiche nella logica ternaria. “Intuisco, tra le altre cose, che il sistema ternario (a differenza di quello binario su cui si basa il funzionamento di tutti i dispositivi informatici del mondo ndr) si basa non più su bit (0 / 1) ma su trit (-1 / 0 / 1) (chiamati così e non “tit” perché questa parola in inglese significa “tetta” ndr). Nel mondo ternario le porte con un ingresso ed uscita (funzioni monadiche) non sono quattro (due al quadrato) come nel sistema binario ma 27 (tre alla terza). La cosa però che mi ha sconvolto di più è il numero di componenti con due ingressi e un’uscita (funzioni diadiche), mentre nel binario sono solo 16 (2 alla quarta) nel ternario sono 19.683 (3 alla nona), è come se passassimo quindi da un sistema solare ad una galassia che io ho battezzato la ‘galassia ternaria’. Chissà quali soluzioni circuitali fantastiche ci sono in queste 20.000 possibili funzioni che ancora sono tutte da esplorare.
Il Professore si è messo, quindi, subito all’opera e ha creato alcuni nuovi simboli circuitali e ha scoperto alcune relazioni matematico-logiche che ancora non esistevano. Nello stesso anno, nel 2014, simula nei laboratori dell’ITIS Scalfaro di Catanzaro, per la prima volta, un segnale ternario (a tre livelli) e mentre lo sperimentava spiegava agli studenti che stavano per essere testimoni di un evento storico. L’ultimo giorno di scuola, prima di andare in pensione, il 4 giugno di quest’anno, riceve una telefonata da parte del Prof. Claudio La Rosa dell’Istituto Tecnico Industriale “P. Heisenberg” di Monza che aveva visitato il suo sito e stava studiando la possibilità di realizzare una CPU (l’unità di elaborazione centrale di un computer) col sistema ternario. “Il professore non trovava nessuno con cui dialogare, navigando sul Web si era imbattuto nel mio sito internet, aveva studiato i miei appunti e mi contattava per cominciare una collaborazione. Ma riuscire a fare una CPU ternaria non era un compito alla nostra portata (avrebbe richiesto grandi investimenti) gli propongo, quindi, di esplorare quelle 20.000 funzioni ancora sconosciute, perché sono convinto che occorra costruire prima il mondo ternario e poi pensare di iniziare a ragionare su dispositivi più sofisticati.
Un giorno il Prof. La Rosa gli propone di partecipare all’edizione europea del Maker Faire (che si è tenuta a Roma dal 12 al 14 ottobre scorsi ndr) e il Prof. Talarico si mette a ragionare sulla realizzazione delle 27 funzioni delle porte monadiche per creare una scheda, ovvero un componente ternario programmabile, da portare in fiera. Ma si accorge che non esistono in commercio componenti ternari. “Stavo per abbandonare l’impresa se non che mi si accende un’altra lampadina e mi domando come hanno fatto i progettisti che hanno inventato il primo computer a transistor? Hanno usato il transistor (che è un interruttore digitale). Mi sono tornati utili, quindi, i lavori fatti negli anni ’80 in Telettra quando polarizzavamo i transitor per stabilire le tensioni, lo facevamo utilizzando un trucco che adesso mi ritornava utile. Mi metto, quindi, alla ricerca di componenti integrati con dei transistor e con questi switch riesco a realizzare e a generare il segnale ternario. A questo punto il mondo del ternario mi si è aperto.” E’ questa l’altra eresia del Prof. Talarico quella, di fronte ad un problema nuovo, di utilizzare una soluzione vecchia, di ritornare alle origini, agli interruttori (come fecero negli anni ’50). La maggior parte delle persone, oggi, è convinta che per risolvere problemi nuovi occorra studiare soluzioni nuove, dimenticando che spesso le soluzioni sono già state pensate da altri che ci hanno preceduto ma che abbiamo dimenticato.
Al Maker Faire il Prof. Talarico ha presentato la “Ternary Spacecraft Board” che è in grado di generare le 20.000 funzioni delle porte diadiche e con questa si propone di dare un piccolo contributo per lo studio e la piena comprensione della Logica Ternaria Bilanciata. “Questo componente base che ho usato per realizzare la ‘Ternary Spacecraft’ (la navicella per il Ternario) è dotato di 4 switch ed è stato progettato almeno 15-20 anni fa. Io credo che la tecnologia attuale questi 4 switch è in grado di metterli in un unico chip, riducendo di molto lo spazio, se facessero questo mi darebbero il primo mux (un circuito integrato che seleziona uno o più segnali in ingresso analogici o digitali e li inoltra di volta in volta attraverso una singola linea di uscita ndr) ternario della storia. Non solo, la tecnologia attuale è in grado, secondo me, di integrarne forse anche 100 in un unico chip, immaginate che schede potentissime si possono realizzare.
Le implicazioni di questa intuizione sono inimmaginabili. Questo significa ridurre lo spazio, ridurre i collegamenti e aumentare esponenzialmente la velocità delle schede che permettono ai circuiti elettronici di funzionare. La navicella per esplorare la galassia ternaria è pronta e le prime applicazioni che si potrebbero implementare sono dei generatori di segnali ternari che servirebbero per sperimentare le nuove schede ternarie e dare gli stimoli elettrici alle stesse durante i test. Ma i vantaggi non finiscono qui.
Una delle parole chiave del mondo dell’elettronica è la compatibilità, un mux ternario mi consente di lavorare sia in binario sia in ternario, non solo attraverso il sistema ternario capisco molto meglio quello binario ma rivisito tutta la teoria binaria dal punto di vista teorico-didattico che è quello che ho sempre cercato di fare per insegnare ai miei ragazzi a spingersi oltre il già visto e sentito.
Al Maker Faire il successo è stato inaspettato, il prof. Talarico si è trovato a condividere spazi concessi solo ad università europee di un certo livello e a progetti di rilievo internazionale e chi ha avuto l’occasione di toccare con mano la simulazione dei segnali ternari che ha proposto, ha sgranato gli occhi e non ha perso l’occasione per stabilire un contatto col professore che non ha grandi aspirazioni future: “io sono già soddisfatto così, mi sento già estremamente gratificato, sto aprendo una porta verso un mondo tutto da esplorare, tocca ai miei studenti adesso, vecchi e nuovi, ai quali dedico tutto questo lavoro entrare in questo nuovo mondo ed esplorarlo, c’è molto lavoro per loro se vogliono redigere tesi di laurea o di dottorato sul tema. La domanda che gli lascio è la stessa che campeggia sulla copertina dell’opuscolo che ho presentato al Maker Faire: siete pronti per il ternario?

Massimiliano Capalbo

La maggior parte delle persone che si stanno schierando pro o contro il sindaco di Riace, in queste ore, non è mai stata a Riace. Non sa, quindi, di cosa parla. Un’abitudine, quella di parlare senza cognizione di causa, ormai diffusissima. Le persone più sono ignoranti e più hanno bisogno di schierarsi, di prendere partito e di far proprie le opinioni di altri. Non ho alcuna intenzione di entrare nel merito delle indagini che lo riguardano (compito della magistratura che rispetto) e quindi di condannare o assolvere Lucano, per il quale è difficile provare altro che umana compassione. Quanto sto per scrivere, pertanto, esula dalle vicende che lo riguardano in queste ore.
Non ricordo esattamente quando fu la prima volta che andai a Riace e conobbi Domenico Lucano, sono passati certamente più di dieci anni. All’epoca il “modello Riace” non faceva notizia, nessuno scendeva in piazza per sostenerlo ma, soprattutto, non era strumentale alla lotta partitica e ideologica come in questi giorni.
Entrai in questo grande palazzo del centro storico e al secondo piano in una stanza molto grande trovai una donna extracomunitaria con dei bambini che facevano scuola. Lui mi spiegò il progetto e mi parve nobile e avanzato, sia per l’epoca sia per il luogo in cui veniva proposto. Ci portai una scolaresca qualche anno più tardi, nel 2010, per visitare le botteghe artigiane ed ebbi l’impressione di trovarmi più di fronte ad un tentativo di convivenza possibile che ad un vero e proprio modello. Ma, al di là delle mie impressioni che sono datate e che possono essere anche suscettibili di errore, io non considero un modello il progetto di Lucano per un semplice motivo: dopo venti anni non ha dimostrato di essere sostenibile (soprattutto economicamente) e di poter camminare con le proprie gambe.
Da venti anni lo Stato Italiano sovvenziona il progetto di Lucano e dopo tanto tempo mi aspetto che il modello, se di modello veramente si tratta, non solo stia in piedi da solo ma generi altro valore, che diventi virale non perché ne parlano i media ma perché la sua sostenibilità ha generato tanti tentativi di imitazione. E invece Lucano, ad agosto scorso, ha continuato a battere cassa e a lamentarsi dei ritardi nell’erogazione dei finanziamenti. Un modello può considerarsi tale quando ha assunto una tale autonomia finanziaria, organizzativa, gestionale, sociale, culturale da trasformarsi in motore per il miglioramento della comunità nella quale viene applicato ed esempio per quelle che ancora non l’hanno applicato. Non ho bisogno di sapere se Lucano ha ben o mal gestito quei soldi per affermarlo, perchè le sue continue richieste di denaro confermano che senza finanziamenti pubblici il progetto si arresterebbe. Dunque, se così è, Riace non è un modello, è un tentativo di modello che però deve ancora trovare le fondamenta su cui reggersi. Qualunque persona onesta e appassionata come Lucano, con la stessa disponibilità economica, sarebbe capace di fare lo stesso.
Non sono sufficienti dunque la buona volontà, la passione, l’impegno, il coraggio per trasformare una visione in un modello, occorre poi il metodo. La mancanza di un metodo ma, soprattutto, di apertura al territorio circostante spesso limita quando non arresta i processi di evoluzione sociale ed economica, anche quelli più virtuosi. Invece di scendere in piazza contro le istituzioni, per consentire ai media di costruire l’evento da manipolare a piacimento, chi crede veramente in questo modello si dia da fare per replicarlo altrove (con risorse proprie), chi è così preoccupato del futuro dei migranti cominci ad ospitarne qualcuno in casa, chi li ama li sposi, chi crede che siano un valore gli dia l’opportunità di esprimersi in qualche modo. Il resto sono solo velleità o argomenti da usare contro l’avversario del momento.
Perchè se di qualcuno Lucano può considerarsi vittima (ammesso che le vittime esistano) questo qualcuno sono i media. Ad un certo punto qualcuno ha deciso che dovesse diventare un simbolo e di farlo rientrare nelle cinquanta persone più influenti al mondo, questo lo ha proiettato di colpo sul palcoscenico internazionale. Domenico Lucano è una persona semplice, non possiede gli strumenti culturali per affrontare lo tsunami mediatico che la notorietà del suo “modello” di accoglienza ha generato in questi ultimi anni e che nessuno ci ha mai spiegato in dettaglio. Per il tritacarne media-partitica è apparsa la persona perfetta, da usare come simbolo nella contrapposizione partitica alla quale (e forse questo è stato il suo errore più grande) ha prestato il fianco più volte. Il seguito è cronaca, per qualcun altro mi auguro monito.

Massimiliano Capalbo

Nello stesso giorno in cui il governo garantisce il futuro dell’Ilva (invece di quello dei cittadini) avallando la volontà dei lavoratori della fabbrica (con l’appoggio dei sindacati, tra i principali contributori alla devastazione del territorio italiano) di continuare a morire di tumore per i prossimi dieci anni, mi capita di leggere un articolo che annuncia un convegno organizzato dal CAI, a Longarone, per il prossimo 24 novembre dal titolo “Frequentazione responsabile della montagna nell’era del social network” secondo il quale l’impatto negativo sull’ambiente naturale, oggi, sarebbe determinato dall’invasione incontrollata dei turisti. Nello stesso giorno in cui il governo decide di prorogare l’inquinamento a norma di legge a Taranto, c’è chi è allarmato per la trasformazione della montagna in luna park. Che strano paese l’Italia, caratterizzato da contrasti fortissimi che sembra aver perso le proporzioni.
Che la gente, oggi, sia inadeguata a vivere è un dato di fatto che non riguarda solo la montagna, purtroppo. La Protezione Civile, ad esempio, sta diventando la badante dei cittadini, incapaci di sopravvivere agli imprevisti che accadono in ambienti artificiali (le città), figuriamoci in quelli naturali. Ma questa inadeguatezza non si risolve vietando gli accessi o piazzando le “sentinelle del territorio” ma, semmai, creando e incrementando le occasioni perché questa domanda di natura venga soddisfatta adeguatamente con la corretta informazione, i servizi efficienti, le adeguate esperienze e le competenti guide. Perché quando le persone comprendono cambiano atteggiamento. E’ l’ignoranza, invece, ad alimentare comportamenti inadeguati. Si tratta, quindi, di un problema di comunicazione e di formazione.
Se le persone oggi si sentono inadeguate è perché gli ambiti della società delegati a fornire la conoscenza (la scuola e la famiglia) non formano più persone ma pezzi di ricambio utili a far funzionare il meccanismo artificiale dello Stato. Perché ci si concentra sul sapere (leggi tecnologia) invece che sull’essere (leggi umano).
La scoperta delle montagne e la nascita dell’alpinismo si devono, nella prima metà del ‘700, all’aristocrazia inglese. Scalare le montagne in quell’epoca era un’esperienza elitaria, riservata alle classi più agiate, per i costi e i soggiorni prolungati che richiedevano alla stregua dei Grand Tour. Andare sulle montagne in Val D’Aosta, nell’800, era sinonimo di “faire l’anglais”. E questo elitarismo si è mantenuto nel tempo fino ai giorni nostri, con modalità diverse, nei vari club dedicati alla montagna. Oggi si manifesta con certi atteggiamenti di disprezzo, spesso snobistici, rivolti ai turisti della domenica. La montagna viene vista, da una certa élite, come luogo dove rifugiarsi per sfuggire al confronto con una società che, sempre più malata, avrebbe bisogno di guarire, approcciandosi più spesso alla natura piuttosto che di essere abbandonata a se stessa o di essere etichettata sbrigativamente come accade frequentemente. Gli intellettuali, le persone sagge, dovrebbero evitare di cadere in queste affermazioni ricche di pregiudizi. Ma tant’è. Dopo la tragedia di Civita avverto una certa voglia di “regolamentazione” nell’aria che, quasi sempre, si traduce con la creazione di zone riservate “agli addetti ai lavori”.
Quali sono i parametri che ci consentono di definire “un’ordinata frequentazione” della montagna? E dopo aver “ordinato” la montagna passeremo al mare? Alla città? Alle abitudini alimentari, culturali, sociali? Ci forniranno le prescrizioni per vivere nel modo giusto in qualunque ambiente o condizione?
Chi ha la conoscenza dovrebbe semplicemente metterla a disposizione degli altri, come hanno fatto ieri sera a Catanzaro Lido, botanici e ornitologi che hanno accompagnato un centinaio di persone in un’escursione naturalistica alla scoperta della zona dunale di località Giovino. La maggior parte dei partecipanti, me compreso, avranno attraversato quei luoghi centinaia se non migliaia di volte nella loro vita. Ma nessuno si era mai soffermato a guardare con occhi nuovi e competenti le numerose specie di piante (alcune endemiche, quindi uniche nel loro genere) e di uccelli presenti. Perché noi non vediamo con i nostri occhi, vediamo con le nostre idee. E se qualcuno non ci aiuta ad aprirli, questi occhi, possiamo continuare tranquillamente a vivere nella cecità. Se così non fosse la Calabria sarebbe la prima destinazione turistica o naturalistica del Mediterraneo e migliaia di ciechi non continuerebbero ad emigrare perché vedono con le proprie idee, oasi che non esistono, invece che con i propri occhi la realtà nella quale hanno avuto la fortuna di nascere. Una volta trasmessa questa conoscenza occorre lasciare alle persone la libertà di decidere come utilizzarla, sempre nel rispetto di tutti. Perché è dall’interpretazione della realtà che nascono nuove cose, perché la realtà non è oggettiva, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di proporre la tutela di un’area, come quella di Giovino, che è sempre stata sotto gli occhi dei residenti. Chi ha la conoscenza dovrebbe restituire la vista ai ciechi, dovrebbe ridarci gli occhi per vedere invece di limitarsi a giudicare i comportamenti altrui.

Massimiliano Capalbo