Certe trasmissioni televisive, come Otto e mezzo, più che per fare informazione sono utili per comprendere la mentalità dei suoi ospiti e del paese in generale, anche perché la conduttrice pare essere più attenta al costume e al gossip che al resto. Ospite della puntata di ieri sera il neo ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova.
Le prime due domande che la Gruber rivolge al ministro riguardano, infatti, il suo abbigliamento e il suo titolo di studio (la terza media) che nei giorni scorsi avevano suscitato commenti sarcastici sui social network, divenuti per i giornalisti(?) ormai il metro di misura della notiziabilità di un fatto.
Il ministro risponde come la maggior parte dei cittadini equilibrati italiani risponderebbe sottolineando, per quanto riguarda la mancanza di un titolo di studio superiore, di non avere avuto l’opportunità di studiare e di non essere orgogliosa di questo, aggiungendo: “ho cercato di riempire tutti gli spazi sapendo di avere una lacuna in più rispetto a chi ha avuto la possibilità di avere un percorso di studi formali. Non vorrei che passasse il messaggio che non avere il titolo di studio è indifferente, i ragazzi e le ragazze devono sapere che più studiano e più possono nella vita.
Occorre fare chiarezza su questo punto. Cosa si intende per studiare? Andare a scuola? La maggior parte dei cittadini va a scuola, eppure le possibilità sembrano diminuire e non aumentare. Cosa si intende per studiare? Avere un pezzo di carta che attesta le competenze? Mai come in quest’epoca è stato così elevato il numero di laureati o masterizzati, ovvero di gente che a scuola ha trascorso la maggior parte della propria esistenza, quasi un quarto. Eppure ogni giorno persone “espertissime” fanno danni irreparabili al pianeta (penso a Fukushima, all’Amazzonia, alla plastica nel mare, alle discariche, agli inceneritori, alle Ilva, all’agricoltura intensiva, ai pesticidi, agli allevamenti intensivi, agli OGM etc.). Sono provocati da persone che hanno studiato per gran parte della loro vita. Come la mettiamo quindi? Non avere un titolo di studio non è, e non è mai stata, una lacuna come pensa il ministro e la gran parte della gente, se non in termini di reddito. Fino alla fine del secolo scorso avere un titolo di studio significava avere una possibilità in più di trovare un posto fisso e quindi uno stipendio, oggi non più. Eppure si continua ancora a credere e a pensare che il titolo di studio (che è altra cosa rispetto alla conoscenza) sia dirimente. Altrimenti non vedremmo le file di pecore ai concorsi come in questi giorni. Eppure il ministro stesso, così come centinaia di imprenditori di successo, sono li a testimoniare che l’equazione funziona sempre meno. Non solo non funziona per quanto riguarda le competenze ma anche, come spesso ci racconta certa sinistra, per quanto riguarda lo stile e la capacità di stare al mondo. Il ministro Bellanova, infatti, sa parlare molto meglio di tanti ministri dotati di pezzo di carta ed ha un’intelligenza interpersonale che nasce dall’esperienza quotidiana, non dal suo titolo di studio.
Se il titolo di studio fosse dirimente e sufficiente a garantire la qualità della conoscenza, la sequela di domande che la Gruber in 35 minuti di tempo è riuscita a formulare ai suoi ospiti, non sarebbe stata la seguente:
– Sallusti, qualcuno ha paragonato il ministro Bellanova a Di Maio è appropriato questo paragone?
– Ministra, lei è data come renziana di ferro, è corretto?
– Ministra, lei se Renzi dovesse lasciare il partito lo seguirebbe?
– Ministra, si sente più leale nei confronti di Renzi o di Zingaretti?
– Sallusti, come giudichi i primi passi di questo governo?
– Ministra, perché c’è stato il rinvio delle nomine dei sottosegretari e perché bisognerebbe fidarsi del governo?
– Ministra, non ha ragione Salvini quando dice che vi state scannando per la spartizione delle poltrone e che non durerete molto?
– Carofiglio, quanto durerà questo governo?
– Ministra, pensa che il governo durerà fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica?
– Ministra, il ministro Franceschini ha detto che il PD deve allearsi con il M5S per le amministrative, secondo lei si deve fare?
– Ministra, le fanno paura le piazze di protesta di Salvini e Meloni?
– Ministra, la prima misura per creare lavoro?
– Carofiglio, nei cinque stelle secondo lei chi è che comanda?
– Ministra, Conte è un presidente del consiglio neutrale o espressione dei 5stelle? (stessa domanda rivolta dopo a Sallusti)
– Ministra, le piace Conte? Ha un buon rapporto con lui?
– Ministra, li smonterete i due decreti sicurezza?
Il ministro Bellanova avrebbe voluto parlare di temi attinenti al suo ministero e anche i telespettatori si aspettavano di conoscere quali provvedimenti avrebbe adottato in tema di agricoltura, ma ha potuto solamente accennare a qualcosa in merito all’emergenza Xylella e alla cimice del Nord, alla tracciabilità dei prodotti per “passare dal campo alla tavola attraverso il buon produrre e il buon mangiare” all’interno di domande che nulla avevano a che fare con il suo ministero, dichiarazioni generiche che non hanno trovato purtroppo la sponda presso l’intervistatrice. Da qui a dire che il ministro saprà far bene ce ne passa. Attendiamo i provvedimenti.
Prima di mandare la pubblicità e il punto di Paolo Pagliaro la Gruber anticipa che farà un’ultima domanda al ministro che arriva puntuale: “Ministra, con il vostro governo i porti italiani saranno chiusi o aperti?” A quest’ultima domanda la ministra tenta di inserire una risposta attinente al suo ministero: “vorrei chiudere i porti alla contraffazione…” ma la Gruber la interrompe subito chiedendole: “Ma li vuole i controlli più severi su chi entra nel nostro paese in maniera clandestina?” e lei ci riprova “Senza flussi migratori le produzioni marciscono nei campi…” ma viene nuovamente interrotta da una domanda importantissima: “Lei esclude che alla Leopolda ci saranno novità per il PD?

Massimiliano Capalbo

Sta scatenando sterili polemiche, come sempre accade in queste circostanze, l’intervista che la giornalista Donatella Bianchi, conduttrice della nota trasmissione televisiva Linea blu, andata in onda sabato mattina su RaiUno, ha fatto ad Alessandro Cortese, giovane catanzarese di appena tredici anni, già campione europeo di vela.
Tu sei di Catanzaro e a Catanzaro il mare non c’è” suggerisce la Bianchi ad un certo punto dell’intervista e Alessandro risponde: “No, non c’è e io viaggio ogni volta, prendo il treno da Catanzaro a Crotone per allenarmi“.
Non si è trattato di una gaffe, come a molti è sembrato, no. Si è trattato di un lapsus, un grosso lapsus freudiano, suggerito dalla giornalista, al quale il giovanissimo campione non è riuscito a sottrarsi. Siamo sicuri, infatti, che Alessandro abbia detto una bugia? Io non credo. Io, al contrario, credo abbia detto una grande verità che è sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vuole ammettere.
Vivo a Catanzaro Lido (quindi al mare) da 46 anni e non ho mai percepito il mare. Se al posto del mare ci fosse una montagna non cambierebbe granché nello stile di vita dei suoi abitanti. Del mare, a Catanzaro, non si percepisce quasi nulla. Innanzitutto non si vede, coperto da un lungomuro di cemento armato, costruito per difendere le case costruite troppo vicine alla spiaggia; rarissimi poi i simboli e pochissimi i locali o ristoranti che richiamano nel loro nome e nella loro cucina il mare; nessuna traccia di pescatori o di barche o di reti o di attività che richiamino il mare (relegati nel neonato porto e in passato costretti ad emigrare anch’essi nel porto di Crotone); nessuna attività economica (se non banali lidi costruiti per due mesi l’anno sull’arenile) ideata sfruttando il mare; nessun artigiano che costruisce souvenir caratteristici a tema marino; nessun cantiere navale; nessun museo del mare; nessun piatto tradizionale a base di pesce; nessun circolo nautico; pochissime pescherie; nessun sistema di produzione di energia ricavata dal mare. L’unica attività sportiva che sfrutta il mare (il kayaking) è nata da pochi anni e riguarda una nicchia di cittadini appassionati; anche il porto, in costruzione da quando sono nato, ancora non è giunto a completamento e ha cominciato da pochi anni ad ospitare delle imbarcazioni. L’unico giorno in cui ci si ricorda del mare è l’ultima domenica di luglio quando una processione di barche (che prima della costruzione del porto mi sono sempre domandato da dove improvvisamente sbucassero) accompagna la Madonna di Porto Salvo (patrona del quartiere Lido e non della città). Perfino per andare al mare i catanzaresi preferiscono altre spiagge (Copanello, Caminia, Pietragrande, Montepoane, Soverato) a decine di chilometri dal quartiere Lido. Dopo aver contribuito ad inquinarlo (a fine anno i depuratori sono stati sequestrati) vanno alla ricerca di spiagge considerate (a torto) più pulite, un comportamento molto simile a quello che adottano in tutte le altre circostanze, prima contribuiscono a creare il deserto e poi invitano i propri figli ad emigrare alla ricerca di improbabili eden.
Perché dunque Alessandro avrebbe dovuto affermare che a Catanzaro c’è il mare? Lui, per allenarsi, deve andare a Crotone. Se fosse rimasto a Catanzaro non sarebbe diventato il campione che è oggi. Per solcare il mare con la sua barchetta a vela deve percorrere settantadue chilometri, eppure abita al mare. E perché tanta indignazione se il mare per i catanzaresi è solo un luogo come un altro per continuare a vivere come vivrebbero anche se non ci fosse? Perché, invece, non ha fatto notizia sui social e non ha scatenato dibattiti e generato tentativi di emulazione quando, appena due anni fa, a soli 11 anni, lo invitai al VI Raduno delle Imprese Eretiche per raccontare la sua passione per il mare, quando era ancora solo una promessa della vela europea?
Forse i catanzaresi dovrebbero essere un pò meno permalosi e un pò più obiettivi e autocritici, se vogliono crescere e diventare persone mature. Hanno trascorso l’estate a dibattere di tre problemi molto gravi per il futuro della città: l’inversione di marcia di una strada, l’installazione di una ruota panoramica e il posizionamento di una scritta dentro un’aiuola del lungomuro, mentre la più grande opera di cementificazione è partita per fagocitare quel poco di natura e di mare, appunto, che resta (la pineta e l’area dunale di Giovino) di cui nessuno si scandalizza o si preoccupa.
A Catanzaro il mare si percepisce solo d’inverno, quando stufo di essere ignorato e violentato, infrange le sue onde su quel lungomuro che è lì a testimoniare il nostro amore e interesse per lui. Forse un giorno dovremo ringraziare Alessandro per avere avuto il coraggio di affermare quello che i suoi concittadini non vogliono ammettere: che a Catanzaro il mare ancora non c’è.

Massimiliano Capalbo

L’unico protagonista serio, maturo e competente di questa crisi di governo non è stato eletto dagli italiani. E’ emblematico, oltre che ovvio, per chi conosce le dinamiche partitiche che generano consenso elettorale in Italia. D’altronde è un pò quello che succede ogni giorno nella maggior parte degli enti pubblici di questo Paese dove, a fronte di una maggioranza di assunti per raccomandazione che ne mina l’andamento c’è, invece, una minoranza seria e competente, assunta per merito, che si prodiga per tenere in piedi la baracca.
Giuseppe Conte ha tenuto un bel discorso ieri, un discorso programmatico al Paese, che mi sento di condividere in toto. Se fossi ancora un elettore, e si candidasse, lo voterei. Il giorno della sua elezione esclamai: “finalmente un essere umano al governo”. Mi colpì la prima cosa che fece, quando scese dalla macchina e si recò immediatamente presso alcuni cittadini assiepati li vicino, per rassicurarli e ascoltarli, mi apparve immediatamente empatico, discontinuo, in un mondo, quello partitico, composto sempre più da avatars.
Mi era piaciuta anche questa figura nuova, terza, svincolata dai partiti, una sorta di tutore (prima del Presidente della Repubblica) da affiancare ad una generazione di partitici immaturi, effimeri e vanagloriosi ma, soprattutto, a tutela degli interessi nazionali. Il suo discorso, infatti, è stato anche una ramanzina nei confronti dei due fratellastri che ha dovuto tenere a bada per un anno e mezzo, attenuandone gli eccessi finché è stato possibile.
Ecco perché i rimproveri al suo indirizzo (perché non hai reagito prima?) non hanno senso. Il suo compito era quello di tenere in piedi una coalizione improbabile (ma legittima), creata in parlamento (come il nostro ordinamento prevede) sulla base di un contratto (anche questa soluzione è stata un’innovazione importante) e molto eterogenea che, se avesse avuto come leaders due persone mature e responsabili, avrebbe potuto conseguire i migliori risultati possibili, proprio perché fuori dalle vecchie logiche. Conte ha provato a farlo con discrezione, senza platealismi, con grande spirito di mediazione e di collaborazione. Un uomo del Sud che ha messo in campo l’atteggiamento migliore da cui il Sud dovrebbe trarre ispirazione. La sua comunicazione non verbale, anche ieri, è sempre stata opposta a quella altrui. Calmo, sereno, pacato anche nelle affermazioni più dure, sguardo verso l’interlocutore, contatto diretto (mano sulle spalle per richiamare gli interlocutori) tipico di chi è maturo, ha la coscienza a posto, è trasparente e non teme il confronto. Esattamente opposta rispetto a quella del destinatario principale del suo discorso: respiro affannato, viso paonazzo, tono di voce elevato, gestualità eccessiva, tipico del bambino che tenta di negare l’evidenza.
A tutto questo bisogna aggiungere che, dal primo giorno di vita, a questo governo non è stato riconosciuto da nessuno (media in primis e poi opposizioni) il diritto/dovere di governare (senza dimenticare le riserve del Presidente della Repubblica), nonostante l’ampio consenso elettorale ottenuto dai singoli partiti che ne componevano la maggioranza. Un atteggiamento vergognoso, che non ha precedenti nella storia del Paese. Non ricordo mai un’avversione di principio nei confronti di un governo come quella che si è creata nei confronti di questo, accusato di tutto tranne che di disonestà (perché oggettivamente non c’era trippa per gatti).
Dalla saccenza di sinistra (non è possibile avere governi competenti all’infuori dei nostri) alla frustrazione della destra (è finita la pacchia, non possiamo più speculare su nulla) non è passato giorno senza ricordare agli italiani che questo governo non aveva il diritto/dovere di governare. E, invece, nonostante i limiti dei due fratellastri, i risultati elencati ieri da Conte in appena un anno e mezzo di governo sono di tutto rispetto, considerando che le politiche di un governo richiedono molti anni di stabilità per poter essere valutate nella loro efficacia. Invece, in questo continuo evocare le elezioni, non solo le responsabilità degli uni (quelli che hanno governato prima) si confonderanno con quelle degli altri (che sono arrivati dopo) ma tutto il lavoro sarà reso vano, ancora una volta. Gli unici a pagare saranno come sempre gli italiani. Se la logica diventa questa, e dovessimo perpetrarla per il futuro, dovremmo richiedere le elezioni ad ogni variazione di sondaggio (leggi umore), questo renderebbe il Paese ingovernabile, i provvedimenti inapplicabili (semmai ci fosse ancora margine) e lo strumento del voto logorato. Detto da uno che non è andato a votare e che non crede più da tempo nell’efficacia di questo strumento è tutto dire.

Massimiliano Capalbo