Più che un nome, un augurio. Si chiama Sbunda ed è un nuovo modello di paninoteca made in Calabria, che ha aperto i battenti il 21 marzo scorso a Milano, in via Paolo Sarpi, e che si prefigge di sbundare appunto (sfondare in dialetto) nel mercato del fast food.
L’idea, di Marco Rizzitano e Gianpaolo Cardamone, amici d’infanzia cresciuti nel quartiere Materdomini di Catanzaro, nasce dopo l’esperienza del Rizzi’s Pub che Marco ha aperto a Catanzaro nel settembre del 2014, divenuto in questi anni un punto di riferimento per gli amanti del panino genuino rigorosamente calabrese.
Con Gianpaolo c’eravamo un pò persi di vista perché si era trasferito a Milano per gestire un ristorante – ricorda Marco – quando tornava in Calabria e ci si vedeva si sognava sempre di fare qualcosa insieme. Dopo le prime riluttanze e paure piano piano abbiamo capito che potevamo unire le nostre forze e che un locale con soli prodotti calabresi potesse essere un’idea vincente.E a giudicare dall’entusiasmo con cui è stata accolta la nuova apertura i due ragazzi hanno visto lungo.
Sbunda è un nuovo modo di vivere il fast food, il tentativo di tornare a riscoprire le buone, vecchie abitudini di una volta. L’intuizione è quella di offrire un pasto veloce (che segue i ritmi metropolitani) ma utilizzando prodotti tradizionali, genuini e, soprattutto, sempre diversi.
La scelta dei prodotti avviene per il 70% all’interno di un gruppo di acquisto calabrese attraverso il quale Marco, già da tempo, si rifornisce per il suo pub catanzarese, che gli consente di ottimizzare costi e tempi di spedizione mentre, per il restante 30%, il contatto è diretto con piccole aziende calabresi (che spesso non hanno la forza per proporsi) alle quali, all’interno di Sbunda, verrà dedicata una vetrina, a rotazione, per la presentazione e la degustazione dei prodotti. La crema di pomodori secchi, la fettina di capicollo appena tagliata, la ‘nduja calda sul pane fresco, sensazioni e sapori che riportano la calda e rilassata atmosfera della Calabria nella fredda e frenetica metropoli milanese. Insomma, se Maometto non va alla montagna…
Il quartiere scelto è centrale (vicino alla stazione di Porta Garibaldi) siamo all’ingresso della Chinatown milanese, fino a 10 anni fa un luogo frequentato solo da cinesi e ndranghetisti (qui operava la cosca che ha ucciso Lea Garofalo). Oggi è stato stravolto ed è diventato un quartiere avveniristico, sono arrivati Microsoft, Feltrinelli, Cavalli, le piste ciclabili, nuovi palazzi, parchi, una maggiore attenzione all’ambiente e alla qualità della vita.
I milanesi ci hanno accolti benissimo – sottolinea Marco – finalmente qualcuno che non sia cinese hanno esclamato. Ma l’entusiasmo maggiore è arrivato dai tantissimi calabresi che vivono e lavorano qui. C’è chi ha detto adesso abbiamo un posto nostro dove portare un collega o la fidanzata e fargli assaggiare la Brasilena piuttosto che gli altri prodotti della nostra terra, che loro non conoscono; altri hanno esclamato finalmente posso tornare a parlare in dialetto in un locale senza essere guardato male, oppure è capitato di vedere il nonno che porta il nipotino per fargli conoscere la terra dalla quale è emigrato molti anni fa. Stiamo capendo di non avere aperto solo una paninoteca ma di aver portato qui un pezzo di Calabria, di avere restituito un pezzo di identità a tanta gente che in qualche modo si sente sradicata“.
C’è sempre maggiore curiosità, c’è voglia di scoprirla e di farla conoscere questa Calabria soprattutto da parte dei suoi emigrati e chi riesce a fornirgli delle buone ragioni per farlo ha successo. Operazioni del genere restituiscono l’orgoglio di essere calabresi, chi si nascondeva perché considerato marginale ora improvvisamente inizia a rialzare la testa, a pensare che qualcosa di buono ce l’ha anche lui, che un brand Calabria possa rappresentarlo finalmente in maniera positiva, che forse impegnandosi con passione si possono avere ancora delle carte da giocare. Marco e Gianpaolo non sanno ancora dove questa nuova avventura li porterà ma sono già tantissimi i calabresi che vivono in altre grandi città italiane come Bologna o Torino, ad esempio, ma anche del resto del mondo che chiedono un posto simile dove sentirsi a casa. Non è difficile intravedere nel futuro prossimo una catena di locali made in Calabria sparsi per il pianeta.
Vorrei che locali come questo – conclude Marco – non fossero solamente luoghi dove consumare del cibo ma occasioni per avvicinare i non calabresi alla calabresità e alla Calabria, per intercettare persone che un domani potrebbero decidere di venire in Calabria in vacanza, per conoscere da vicino la storia, la cultura, le tradizioni, l’artigianato e la natura della nostra straordinaria terra.

Massimiliano Capalbo

E’ notizia di qualche giorno fa la trasmissione alla Regione Calabria, da parte dell’Anas, dello studio di fattibilità sul collegamento viario tra Crotone e Catanzaro, noto come variante rispetto all’attuale tracciato della SS 106. Il governatore Mario Oliverio, dal suo esilio di San Giovanni in Fiore, ha commentato “…consentirà ad un vasto territorio interno di rompere definitivamente l’isolamento.”

Da oggi non sono più socio della GH Calabria srl, la società che gestisce il parco eco-esperienziale Orme nel Parco. Dopo quindici anni è giunto il momento di cambiare. Una decisione presa nel mese di dicembre e formalizzata oggi. Una scelta estremamente serena, le cui motivazioni scaturiscono dalla capacità di percepire la naturale evoluzione delle cose e delle persone. A distanza di quindici anni dalla nascita di Orme nel Parco si è reso necessario un cambiamento, l’ennesimo, e forse il più importante. Quando leggo sui giornali notizie riguardanti la chiusura o il cambio di proprietà di imprese più o meno conosciute, noto che l’atteggiamento più diffuso è quello del dispiacere, qualcuno invoca salvataggi, qualcun altro si straccia le vesti. Reazioni del genere, così come il passaggio obbligato dell’impresa di padre in figlio anche quando il figlio, magari, non ha alcuna capacità o talento, ma solo perché si ha paura di perdere (materialmente) tutto quello che si è creato, rappresentano chiari segni di schiavitù, di debolezza e non di libertà e di forza. Se penso a quante persone ogni giorno sono terrorizzate al solo pensiero di perdere il proprio posto di lavoro il mio gesto appare estremamente eretico e, immagino, per molti incomprensibile. Quando i cambiamenti sono voluti e concordati servono a dare nuovo slancio a persone e attività, generano nuovo entusiasmo invece che disperazione, come in questo caso. Quando il cambiamento è voluto (e non subito) non fa paura. La maggior parte delle sofferenze che viviamo quotidianamente nascono dall’attaccamento nei confronti di persone, cose, idee. Non abbiamo la consapevolezza del cambiamento, anzi il cambiamento, che tanto invochiamo a parole, poi quando si concretizza realmente ci fa paura. Le persone, le cose e le idee per fortuna crescono, evolvono, cambiano, si trasformano e muoiono. A questi cambiamenti occorre dare risposta avendo la sensibilità di comprendere e di fare scelte che ne assecondino l’evoluzione naturale, in positivo. Osservando la natura, in questi quindici anni, ho imparato che tutto è in continua trasformazione, che niente è per sempre ma, soprattutto, che il cambiamento non è insensato ed evolve seguendo un’intelligenza superiore, universale, cosmica che va semplicemente assecondata. Il nostro sforzo, semmai, dovrebbe essere teso a comprendere in cosa, ciò che muore, ciò che finisce, si trasforma. Non ho mai immaginato che questa esperienza potesse durare per sempre e in questa forma. Sapevo che prima o poi, come tutte le cose, avrebbe richiesto un cambiamento e il momento è arrivato. Io e il mio socio Giovanni, al quale devo quello che oggi sono diventato, abbiamo percorso un lungo tratto di strada insieme che ha generato molti cambiamenti non solo in noi ma anche intorno a noi. La maggior parte delle persone che hanno ottenuto successi nella propria vita non sono soddisfatti tanto per i beni che hanno accumulato ma per quello che il percorso che hanno compiuto li ha portati a diventare, ad essere. Io e Giovanni siamo cambiati e con noi le nostre aspirazioni, i nostri obiettivi, ciascuno nella propria specificità, e questo ci ha suggerito di continuare a percorrere un altro tratto di strada assieme ma sotto altre forme che non possono cambiare la sostanza. La mia collaborazione con Orme nel Parco, infatti, proseguirà come prima ma in un’altra veste, questo parco resterà sempre il mio luogo preferito dove potermi relazione con persone e natura. Siccome la nostra vita è fatta anche di formalità, occorreva dare un nuovo assetto che fosse più in linea con gli obiettivi e le aspirazioni di ciascuno. Voler bene a qualcosa o a qualcuno, al contrario di quello che si pensa, significa volere il loro bene e non il proprio, altrimenti si tratterebbe solo di egoismo. Voler bene significa mettere nelle condizioni l’altro di stare bene, avere la capacità di lasciarlo andare quando è il momento e questo, probabilmente, è il gesto d’amore reciproco più grande che abbiamo potuto compiere nei confronti di Orme nel Parco. Quello che gli consentirà di ripartire con un nuovo slancio. Così come siamo stati fino ad oggi un esempio di impresa virtuosa per tutto il Sud Italia, siamo stati anche un esempio di civiltà nel momento della separazione che ci ha visti reciprocamente rispettosi delle prerogative di ciascuno e anche di questo sento di dover ringraziare Giovanni che, sono sicuro, continuerà a far funzionare questo meraviglioso parco nel migliore dei modi e con nuovo entusiasmo. Così come non avrei mai potuto cambiare il territorio nel quale vivo senza dare un esempio concreto, agendo da imprenditore, non avrei mai potuto inaugurare una Scuola Eretica dell’Essere auspicando un cambiamento negli altri, senza accoglierlo io per primo. Un bravo maestro applica prima su di sè ciò che intende insegnare ai propri allievi ma, soprattutto, non teme (ma auspica) di essere da loro sorpassato. Senza l’esperienza di Orme nel Parco oggi avrei poco da insegnare e questo è il grande bagaglio che mi porto dietro. Da domani la mia esperienza, le mie competenze, la mia energia e la mia visione, saranno a disposizione anche degli altri calabresi che vorranno trarne beneficio. Mi auguro, perciò, di poter contribuire a realizzare in altri luoghi della Calabria ciò che ho generato in uno sperduto, quanto straordinario, bosco della Sila fino a pochi anni fa sconosciuto ai più ed oggi meta di migliaia di appassionati di natura. Il mio impegno sarà quello di diffondere l’energia e la saggezza generata in quel bosco in tutta la regione perché si trasformi in un unico grande parco.

Massimiliano Capalbo