La parola inglese coffee viene dal francese café che, come l’italiano caffè, proviene dal turco kahveh, che a sua volta deriva dall’arabo qahwa. E’ dalla metà del 1600 che in Europa si inizia a parlare del caffè, questa bevanda di origine mediorientale, inizialmente come di un medicinale. Nel 1700, infatti, l’aristocrazia europea iniziò ad utilizzarla, prima che si trasformasse in una moda, per far passare le sbornie. Nei paesi d’origine aveva la funzione, all’interno dei kawhe kawhe (primordiali caffetterie) di allietare le conversazioni tra gli intellettuali dell’epoca. Funzione che mantenne anche in Europa quando, a Parigi, un siciliano di nome Francesco Procopio, entrato nelle grazie del Re Sole per un prodotto tipico calabrese, il bergamotto, decise di aprire il primo caffè europeo.
I caffè europei, così come gli omologhi arabi, divennero anch’essi dei luoghi di incontro. Ed è proprio dall’incontro di due imprese calabresi, Marago Caffè e Phytocal, che nasce Caffeotto: il caffè al bergamotto. Due prodotti molto diversi tra di loro, se presi singolarmente, ma perfetti se messi assieme. Una simbiosi di aromi e profumi.
Caffeotto scaturisce dalla miscela “la bottega” di Marago Caffè, composta dall’80% di robusta naturale e dal 20% di arabica lavata, un blend dal tipico gusto dell’espresso italiano, pieno e permanente, con un corpo molto denso, che mantiene l’essenza di bergamotto sotto la crema e lo sprigiona nella sua interezza al momento dell’assaggio. La storia di questo incontro è stata raccontata il 26 gennaio scorso, presso l’Emporio Marago di Vibo Marina dove i presenti, come il sottoscritto, hanno potuto degustare in anteprima il prodotto.
Le due imprese si sono unite per mettere in una tazza il profumo che ha reso famosa la Calabria (il bergamotto) e la bevanda italiana per eccellenza (l’espresso). Marago Caffè è una piccola impresa di torrefazione con sede a Vibo Marina, a conduzione familiare, che fa dell’artigianalità un valore aggiunto. La mano, l’olfatto e l’udito del tostatore diventano così fondamentali per ottenere il miglior risultato possibile. Si è posta, nel 2019, due obiettivi: la certificazione bio (dando vita a BIOemme, l’inizio di un processo di riconversione verso la sostenibilità) e la creazione di una nuova zona di emporio (la caffetteria di Vibo Marina) per far conoscere il caffè in tutte le sue sfaccettature e andare oltre la semplice degustazione. “Vogliamo dare l’opportunità di andare oltre l’espresso – spiega Antonino Messina, giovanissimo imprenditore (appena ventenne) rientrato in Calabria per aiutare l’azienda di famiglia dopo essersi laureato in Economia Aziendale e Bancaria a Roma – di guardare al caffè come ad un esempio di unione tra usi, costumi e tradizioni di popoli differenti che si sintetizzano in un simbolo della tradizione italiana, l’espresso.Quale migliore territorio per farlo se non in Calabria, terra di accoglienza e di tradizioni?
Phytocal, con sede a Potenzoni (VV), è specializzata nella ricerca e nello sviluppo di prodotti 100% naturali da piante autoctone coltivate provenienti dal territorio calabrese, ed è guidata dai biologi Michele Crudo, fondatore del progetto, Roberto Calcaterra, che ha ideato ed ottimizzato personalmente il processo di aromatizzazione del Caffeotto. Dalla passione per il loro lavoro e per la loro terra ha preso vita anche il progetto ”Crudo – Italian Essence”; una linea di essenze e prodotti completamente naturali ottenuti con processi innovativi ed esclusivamente da piante del territorio.
La vera notizia, dunque, non è solo la nascita di un prodotto innovativo come il Caffeotto ma il fatto che due aziende calabresi, per giunta della stessa provincia (quella considerata da sempre tra le ultime nelle classifiche), si sono messe insieme adottando un approccio basato sulla cooperazione, una simbiosi fatta non solo di prodotti ma anche di idee. Un miracolo per una regione che ha sempre fatto della diffidenza un ostacolo al suo sviluppo, un esempio dunque per molti.
I protagonisti di questa impresa eretica sono giovani e questo fa ben sperare per il futuro, se passate da Vibo Marina fermatevi a degustare il Caffeotto e se vi piace contribuite a scatenare un passaparola positivo e suggerite al vostro bar di fiducia di rifornirsene, d’altronde è proprio così che il caffè è arrivato in Europa.

Massimiliano Capalbo

Se c’è un continente che da sempre rappresenta, almeno per i giovani italiani, la terra promessa questo è l’Oceania e in particolare una delle sue isole: l’Australia. Sono tantissimi, infatti, i giovani che delusi o scontenti dalla situazione economica e sociale che vivono nel proprio paese, oppure alla ricerca di se stessi, decidono di recarsi in Australia, per lavorare, per avventurarsi in sfide di vario genere a piedi o in bicicletta o semplicemente per il piacere di scoprire una terra molto diversa dalla nostra. L’Australia è sempre stata una terra simbolo di libertà e di avventura per molti e il mito si è diffuso, come sempre accade nei confronti di ciò che si trova lontano da noi.
Peccato che, come le persone di mondo sanno, il paradiso non sia su questa terra (altrimenti in tanti ci si sarebbero già trasferiti) e che l’Australia sia, al contrario di quanto si pensi, tra i territori più colpiti dall’azione dell’uomo prima che dai cambiamenti climatici. Una sorta di preludio di cosa potrà diventare il pianeta se continuiamo ad adottare il modello di vita e di economia imperante.
Uno scioccante documentario, andato in onda la scorsa primavera su Rai5, ce la racconta come una terra assediata dalla desertificazione. Un risultato raggiunto dopo secoli di sfruttamento senza scrupoli delle risorse di questa enorme isola. Cominciarono gli inglesi alla fine del ‘700 con l’estrazione dei minerali, e trasferendo una varietà di fauna che non era compatibile con quella esistente sul territorio che finì per compromettere la sopravvivenza delle specie autoctone. Le foreste furono tagliate per fare spazio alle coltivazioni, fu l’inizio della catastrofe. Successivamente, il gabinetto del primo ministro inglese lord North scelse l’Australia come terra per deportare i detenuti che, alla fine del XVIII secolo, rappresentavano un problema per la saturazione delle carceri nella madrepatria. Iniziò così la costruzione di una nuova colonia ad opera dei detenuti che erano costretti ai lavori forzati per realizzare ponti, strade, edifici e tutto ciò che lentamente contribuì a cambiare il volto del paese.
In questa opera di colonizzazione/desertificazione ha influito, e continua a influire ancora oggi, l’assoluta ignoranza dei popoli europei circa il funzionamento degli ecosistemi e della natura. Hanno presuntuosamente pensato di poter usare le tecnologie di cui disponevano per creare la condizioni di vita ideali quando il prerequisito (come sanno invece gli aborigeni australiani) è conoscere il clima, la terra, la flora, la fauna di un territorio e tutto quanto è necessario per sopravvivere in un ambiente naturale. Allo stesso modo i loro eredi sono convinti, oggi come ieri, di poter rimediare ai danni causati da una gestione scellerata del territorio grazie all’uso delle nuove tecnologie. Pura illusione. Alla fine, quando sarà troppo tardi, saranno costretti a rivolgersi agli aborigeni, quei pochi rimasti, gli unici a detenere la sapienza.
L’Australia è attualmente un gigantesco produttore di carne, si allevano 104 milioni di animali da esportare in tutto il mondo. I metodi di allevamento adottati hanno contribuito enormemente alla desertificazione del paesaggio. La storia dell’Australia dovrebbe essere un monito per le logiche perverse dell’industria mondiale del cibo e non solo.
Gli incendi di questi mesi, che interessano un quarto dell’isola (sono andati in fumo milioni di ettari di boschi equivalenti a tre grandi regioni italiane), sono solo l’ultimo tra i più gravi danni inferti ad un continente che ha avuto solo la colpa di aver rappresentato un mito per i primi coloni ieri e per i nuovi ricercatori di paradisi oggi.
L’uomo, alla continua ricerca di paradisi che non esistono non si è ancora reso conto che, finora, dovunque sia arrivato, è stato capace di creare solo inferni. Se il paradiso non lo si ha dentro non potrà essere creato neanche fuori. E’ finito il tempo della ricerca di paradisi sempre altrove, è giunto il tempo invece di trasformare in paradisi i luoghi che ci hanno visti nascere e che, prima di devastarli, erano essi stessi dei paradisi. Se non sapremo farlo nel nostro territorio non sapremo farlo neanche altrove, come la storia ci insegna, e non avremo un futuro su questo pianeta.
Alexander Dalrymple, geografo, spia e diplomatico scozzese, tra i primi ad essere affascinato dalla Terra Australis supponeva, nel XVIII secolo, che fosse talmente ampia e popolosa da immaginare che “i resti della sua economia basterebbero per mantenere il potere, il dominio e la sovranità della Gran Bretagna perché darebbero lavoro a tutte le sue manifatture e le sue imbarcazioni.” Quando il capitano James Cook, il primo a dimostrare che l’Australia era una grande isola, vi sbarcò nel 1770, osservando il modo di vivere degli aborigeni dovette ammettere: “sono molto più felici degli europei. Ritengono di disporre di tutto il necessario per vivere e non possiedono nulla di superfluo.

Massimiliano Capalbo

Dopo aver visto una puntata di Report in cui si evidenziava la diffusa incapacità dei baristi italiani di preparare un buon caffè (anche nei migliori caffè d’Italia) e osservando come la maggior parte dei baristi nostrani non segua le principali regole per la preparazione, come quella di avere cura delle campane in cui vengono tenuti i chicchi prima di essere macinati e il purge (ovvero l’erogazione dell’acqua tra un caffè e l’altro per eliminare i residui di quelli precedenti e pulire le doccette della macchina), è diventata per me una grande frustrazione decidere in quale bar prenderlo. Anche perché il caffè lo paghiamo e se qualcosa la paghiamo dovremmo avere il diritto di ottenerla come desideriamo.
A questa si è aggiunta un’altra cattiva abitudine, diffusissima ormai in tutti i bar, quella di consegnare in automatico, anche senza esplicita richiesta da parte del cliente, un bicchiere di plastica con l’acqua, un gesto di assoluto spregio nei confronti della problematica delle microplastiche nei mari ma, volendo restare nel locale, anche dell’emergenza rifiuti che attanaglia la nostra regione da tempo.
E’ frustrante perché sono costretto a chiedere ogni volta al barista (se il bar non è affollato altrimenti diventa un’impresa impossibile) “può fare gentilmente scorrere l’acqua prima di farlo?” con conseguente occhiata in risposta che è un mix tra lo stupito (che denota ignoranza in materia) e il permaloso (capita spesso infatti di sentirsi rispondere: “io lo faccio sempre!“, peccato però che per i caffè preparati prima del mio se ne dimentichino puntualmente, altrimenti non lo sottolineerei).
Questa mattina ho scelto di entrare in un nuovo bar appena ristrutturato a Catanzaro Lido, si chiama Gamblè, non li conoscevo e sono rimasto piacevolmente sorpreso perché senza che lo chiedessi esplicitamente il barman, gentilissimo, ha preparato un ottimo caffè seguendo le regole e servendomi l’acqua in un grazioso bicchierino di vetro. Finalmente ho trovato il mio bar, ho pensato subito.
Ho deciso di far loro pubblicità perché penso che il miglior gesto politico che possiamo fare oggi è quello di premiare (utilizzando anche il denaro come strumento) i comportamenti virtuosi di chi lavora bene e penalizzare chi non lo fa, solo in questo modo possiamo votare per il cambiamento. La professionalità, alla lunga, paga sempre. Inoltre l’apprezzamento genera autostima ed entusiasmo che a loro volta producono nuove sfide e rafforzano i comportamenti virtuosi.
Se c’è una professione, al pari del cameriere, spesso considerata di ripiego e alla portata di tutti è quella del barista che invece richiede, come tutti i mestieri, tecnica, esperienza, precisione, competenza. Nei bar si trova di tutto: dal ragazzino alle prime armi alla signora depressa, dal giovane disoccupato al vecchio ubriacone, soprattutto nei piccoli centri, il bar è spesso un luogo dove il gestore è lo specchio dei propri clienti e viceversa.
Un’obiezione che mi viene fatta, spesso, quando affermo che le persone devono diventare artefici del proprio destino è: “ma non tutti possono fare gli imprenditori!” Come se fare il dipendente, invece, fosse più facile. Non c’è alcuna differenza, quando si ha passione per il proprio lavoro, se si è bravi e competenti lo si è da dipendente come da imprenditore. Un’altra delle obiezioni che mi vengono sollevate è: “per fare impresa ci vogliono i soldi!” Certo, ma vi assicuro che i soldi sono l’ultimo problema in ordine di importanza. Conosco tante attività economiche che si trascinano senza sapere perché, conosco tante imprese fallimentari non perché non abbiano i soldi ma perché non sanno perché esistono. Il bar è un esempio classico. In qualsiasi piazza di paese ce ne sono almeno tre o quattro, uno accanto all’altro e uno più uguale dell’altro, non si capisce perché bisognerebbe entrare in uno piuttosto che in un altro, se non per amicizia (poi ci lamentiamo che in Italia non vige il criterio meritocratico). Se cominciassimo a far comprendere, a chi non lavora bene, che forse è il caso che cambi mestiere il mondo intorno a noi migliorerebbe, e anche la vita di questi improvvisatori. Bastano piccoli gesti, come scegliere dove bere un caffè.
Quante pasticcerie, ad esempio, creano o inventano prodotti originali? Fanno tutte gli stessi dolci, con le stesse creme (già pronte), le stesse forme e gli stessi sapori. Sono pochi quelli che si distinguono e sono gli unici che riescono a competere. Apriamo la quinta gelateria o la sesta pizzeria dove ce ne sono già quattro o cinque, facendo tra l’altro la stessa pizza e lo stesso gelato e poi ci lamentiamo che non entra nessuno? Che c’è crisi? Che il problema è che non c’è parcheggio o che il comune ha pedonalizzato il corso? Ma potrei dire la stessa cosa per altri settori merceologici. Nessuno osa rischiare, in pochi investono in formazione e innovazione.
Conduciamo le nostre attività allo stesso modo in cui conduciamo le nostre esistenze che non si differenziano da quelle degli altri perché siamo poveri di idee, competenze, esperienze, curiosità, entusiasmo. Le attività sono lo specchio della nostra personalità, così come il caffè è il risultato della passione di chi lo fa, se siamo depressi e apatici lo saranno anche le nostre attività e, di conseguenza, anche il nostro portafoglio. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Massimiliano Capalbo