Da oggi non sono più socio della GH Calabria srl, la società che gestisce il parco eco-esperienziale Orme nel Parco. Dopo quindici anni è giunto il momento di cambiare. Una decisione presa nel mese di dicembre e formalizzata oggi. Una scelta estremamente serena, le cui motivazioni scaturiscono dalla capacità di percepire la naturale evoluzione delle cose e delle persone. A distanza di quindici anni dalla nascita di Orme nel Parco si è reso necessario un cambiamento, l’ennesimo, e forse il più importante. Quando leggo sui giornali notizie riguardanti la chiusura o il cambio di proprietà di imprese più o meno conosciute, noto che l’atteggiamento più diffuso è quello del dispiacere, qualcuno invoca salvataggi, qualcun altro si straccia le vesti. Reazioni del genere, così come il passaggio obbligato dell’impresa di padre in figlio anche quando il figlio, magari, non ha alcuna capacità o talento, ma solo perché si ha paura di perdere (materialmente) tutto quello che si è creato, rappresentano chiari segni di schiavitù, di debolezza e non di libertà e di forza. Se penso a quante persone ogni giorno sono terrorizzate al solo pensiero di perdere il proprio posto di lavoro il mio gesto appare estremamente eretico e, immagino, per molti incomprensibile. Quando i cambiamenti sono voluti e concordati servono a dare nuovo slancio a persone e attività, generano nuovo entusiasmo invece che disperazione, come in questo caso. Quando il cambiamento è voluto (e non subito) non fa paura. La maggior parte delle sofferenze che viviamo quotidianamente nascono dall’attaccamento nei confronti di persone, cose, idee. Non abbiamo la consapevolezza del cambiamento, anzi il cambiamento, che tanto invochiamo a parole, poi quando si concretizza realmente ci fa paura. Le persone, le cose e le idee per fortuna crescono, evolvono, cambiano, si trasformano e muoiono. A questi cambiamenti occorre dare risposta avendo la sensibilità di comprendere e di fare scelte che ne assecondino l’evoluzione naturale, in positivo. Osservando la natura, in questi quindici anni, ho imparato che tutto è in continua trasformazione, che niente è per sempre ma, soprattutto, che il cambiamento non è insensato ed evolve seguendo un’intelligenza superiore, universale, cosmica che va semplicemente assecondata. Il nostro sforzo, semmai, dovrebbe essere teso a comprendere in cosa, ciò che muore, ciò che finisce, si trasforma. Non ho mai immaginato che questa esperienza potesse durare per sempre e in questa forma. Sapevo che prima o poi, come tutte le cose, avrebbe richiesto un cambiamento e il momento è arrivato. Io e il mio socio Giovanni, al quale devo quello che oggi sono diventato, abbiamo percorso un lungo tratto di strada insieme che ha generato molti cambiamenti non solo in noi ma anche intorno a noi. La maggior parte delle persone che hanno ottenuto successi nella propria vita non sono soddisfatti tanto per i beni che hanno accumulato ma per quello che il percorso che hanno compiuto li ha portati a diventare, ad essere. Io e Giovanni siamo cambiati e con noi le nostre aspirazioni, i nostri obiettivi, ciascuno nella propria specificità, e questo ci ha suggerito di continuare a percorrere un altro tratto di strada assieme ma sotto altre forme che non possono cambiare la sostanza. La mia collaborazione con Orme nel Parco, infatti, proseguirà come prima ma in un’altra veste, questo parco resterà sempre il mio luogo preferito dove potermi relazione con persone e natura. Siccome la nostra vita è fatta anche di formalità, occorreva dare un nuovo assetto che fosse più in linea con gli obiettivi e le aspirazioni di ciascuno. Voler bene a qualcosa o a qualcuno, al contrario di quello che si pensa, significa volere il loro bene e non il proprio, altrimenti si tratterebbe solo di egoismo. Voler bene significa mettere nelle condizioni l’altro di stare bene, avere la capacità di lasciarlo andare quando è il momento e questo, probabilmente, è il gesto d’amore reciproco più grande che abbiamo potuto compiere nei confronti di Orme nel Parco. Quello che gli consentirà di ripartire con un nuovo slancio. Così come siamo stati fino ad oggi un esempio di impresa virtuosa per tutto il Sud Italia, siamo stati anche un esempio di civiltà nel momento della separazione che ci ha visti reciprocamente rispettosi delle prerogative di ciascuno e anche di questo sento di dover ringraziare Giovanni che, sono sicuro, continuerà a far funzionare questo meraviglioso parco nel migliore dei modi e con nuovo entusiasmo. Così come non avrei mai potuto cambiare il territorio nel quale vivo senza dare un esempio concreto, agendo da imprenditore, non avrei mai potuto inaugurare una Scuola Eretica dell’Essere auspicando un cambiamento negli altri, senza accoglierlo io per primo. Un bravo maestro applica prima su di sè ciò che intende insegnare ai propri allievi ma, soprattutto, non teme (ma auspica) di essere da loro sorpassato. Senza l’esperienza di Orme nel Parco oggi avrei poco da insegnare e questo è il grande bagaglio che mi porto dietro. Da domani la mia esperienza, le mie competenze, la mia energia e la mia visione, saranno a disposizione anche degli altri calabresi che vorranno trarne beneficio. Mi auguro, perciò, di poter contribuire a realizzare in altri luoghi della Calabria ciò che ho generato in uno sperduto, quanto straordinario, bosco della Sila fino a pochi anni fa sconosciuto ai più ed oggi meta di migliaia di appassionati di natura. Il mio impegno sarà quello di diffondere l’energia e la saggezza generata in quel bosco in tutta la regione perché si trasformi in un unico grande parco.

Massimiliano Capalbo

Negli stessi giorni in cui Dolce e Gabbana scatenano le ire cinesi sul volgare spot suggerito loro da un pubblicitario, l’azienda cinese Eco-material ha comperato una Crocifissione attribuita a Michelangelo per 75 milioni di dollari. Per finanziare l’acquisto ha emesso azioni di 10 dollari l’una frazionando l’opera dunque in 7,5 milioni di azioni da offrire ai propri azionisti. I dirigenti dicono di voler offrire alla gente l’opportunità di possedere un pezzo di opere d’arte di tutto il mondo, “è un nuovo modello di business innovativo” ha affermato il presidente dell’azienda.
I cinesi stanno rivoluzionando il mercato mondiale dell’arte dal giorno in cui, nel 2015, un miliardario ex tassista, Liu Yiqian, ha comprato a un’asta di Christie’s un quadro di Modigliani per 170 milioni di dollari.
La Cina importa dunque arte italiana mentre Dolce e Gabbana esportano volgarità italiana. Chi l’ avrebbe detto per un’azienda che vive di italian style?
Si aggiunga che il presidente Xi Jinping cita spesso nei suoi discorsi all’estero Dante, Machiavelli, Guicciardini, Pitagora e avremo la fotografia delle enormi potenzialità della nostra cultura nello straordinario mercato cinese, è un mercato colto che non accetta la derisione della propria tradizione.
Lo spot di Dolce e Gabbana ha nuociuto più all’imprenditoria italiana di qualsiasi eventuale errore di politica di governo. Non è solo il ritiro dei loro prodotti dalle piattaforme e-commerce cinesi o la crisi delle loro 44 boutique in terra cinese, è l’immagine del nostro paese che viene colpita, ci sono imprenditori che non riescono ad essere all’altezza di una tradizione culturale-artistica a cui all’estero guardano come alla principale risorsa d’Italia.
La carenza di cultura di tanta parte del ceto imprenditoriale supera talvolta i limiti dei nostri politici.

Giuliano Buselli

C’è una delinquenza informativa in Italia che precede quella agita. Far credere che il no agli inceneritori sia solo una posizione partitica, piuttosto che una saggia scelta di tutela dell’ambiente, ne è l’esempio più attuale. I media sono controllati dai poteri economici e i giornalisti sono sempre meno, nonostante la maggior parte di quelli che si definiscono tali scenda in piazza a invocare, a parole, una libertà che non ha mai conosciuto.
Nonostante si invochi il primato della scienza ad ogni piè sospinto, quando poi si tratta di avere certezze, in questo Paese, si alza una fitta nebbia che cambia direzione, a seconda degli interessi economici del momento. Dopo la politica, infatti, anche la scienza si è piegata al potere economico.
Non esiste un ente terzo (super partes) in grado di dirci, una volta per tutte, se un vaccino fa male (e in che misura) o no, se un inceneritore inquina (e in che misura) o no, se i cellulari e le relative antenne fanno male alla salute (e in che misura) o no, se un ponte è in grado di reggere alle sollecitazioni del tempo o no e così via. Anche le istituzioni, che dovrebbero rappresentare un punto fermo, una garanzia per i cittadini in questo senso, in realtà non lo sono. Il Ministero della Salute dovrebbe dirmi cosa fa bene e cosa fa male senza alcun dubbio, il Ministero delle Infrastrutture se una strada è sicura o no senza alcun dubbio, il Ministero dell’Ambiente se una centrale inquina o no senza alcun dubbio e così via. E invece ogni dibattito pubblico termina con meno certezze rispetto al suo avvio. Tutto è relativo. I cittadini più sensibili e attenti sono costretti ad informarsi, ad avere una laurea in ogni disciplina, perché il riferimento istituzionale che dovrebbe rappresentarli e tutelarli ha abdicato da tempo al suo compito.
Dal boom economico ad oggi un comune o una regione possono determinare la morte di territori poco informati e poco attenti al loro destino, come è avvenuto ad Augusta in Sicilia o a Gioia Tauro e a Crotone in Calabria per fare tre esempi a noi vicini, che sembrano però non aver insegnato nulla. Nella puntata de “I dieci comandamenti” del 18 novembre scorso, dal titolo “Pane Nostro”, uno dei pochi giornalisti in circolazione in Italia, Domenico Iannaccone, ci racconta, in un bellissimo quanto inquietante servizio, cosa succede quando si lascia campo libero alle istituzioni, prendendo spunto dalla storia di Augusta, in Sicilia, un paradiso trasformato in un inferno dalle istituzioni in collaborazione con le multinazionali della chimica, dietro il ricatto occupazionale. Una storia che al Sud si ripropone quotidianamente. Le grandi aziende fanno business due volte. La prima volta sull’ignavia dei residenti, incapaci di trasformare in valore le risorse che possiedono e delegando il proprio futuro ad altri in cambio della promessa di un posto di lavoro. Successivamente sul senso di colpa che provano dopo aver compreso che quel pezzo di pane che hanno portato a casa è un pane avvelenato, perché amici e parenti sono morti di cancro. Non hanno il coraggio di ribellarsi perché quel senso di colpa li riduce al silenzio, li fa vergognare e li relega nella rassegnazione, lasciando per la seconda volta campo libero alla devastazione.
E’ tempo di finirla con la rassegnazione e con l’abbandono. Occorre occupare i territori, prendersene cura, trincerarli, recintarli col filo spinato se necessario, prima che tutto ciò accada, per impedire che vengano sottratti da speculatori senza scrupoli che sulla nostra inettitudine hanno creato e continuano a creare le proprie fortune. Non è più tempo di piegare la testa. Occorre ristabilire il primato della politica sull’economia. Ma prima ancora occorre essere informati e competenti, perché questo non è un Paese per ignoranti.

Massimiliano Capalbo