Dice la senatrice Unterberger (SVP): “Il premier Conte è elegante e così diverso dagli altri politici italiani che usano solo i social e urlano“. E’ chiaro che non si tratta dell’eleganza che si può comprare con l’acquisto di vestiti. E’ un altro genere di eleganza.
Una volta una mia amica indossatrice mi disse: “un uomo veramente elegante è colui che rende elegante l’abito che indossa, non viceversa“. Forse è per questo motivo che ho sempre considerato poco eleganti quelle top model che esibiscono abiti senza avere eleganza propria, quell’eleganza naturale che io definirei “nuda”.
Ed è per questo motivo che considero segno di volgarità ostentare abiti “esclusivi”, i marchi che vendono prodotti “esclusivi” fondano il proprio successo sulla sensazione dei propri acquirenti di non aver nulla di “proprio”. Non è un caso che in questi ultimi anni siano cresciuti contemporaneamente il lusso e la volgarità.
Giorni fa, guardando per pochi minuti la seduta al senato, ho percepito che si è creata negli ultimi anni in Italia una discriminante che supera ogni discriminante politica o ideologica, è la discriminante tra eleganza e volgarità.
Conte è parso anche a me uomo elegante in mezzo a una maggioranza di buzzurri, uomini e donne urlanti in preda alla ostentazione del proprio niente.
Come è stato possibile che il paese dell’arte, il paese che produce ancor oggi i più bei vestiti del mondo (per l’equilibrio delle forme) sia percorso da correnti impetuose di volgarità? Come è stato possibile che gli italiani, come ricorda Giovanni di Lorenzo (direttore della rivista tedesca Die Zeit) ridano, oggi, di ogni cosa seria?
Certo, decenni di film italiani cosiddetti nazional-popolari (Sordi, Fantozzi, i cinepanettoni, i tanti show televisivi in cui è premiata ogni forma di scurrilità) qualche effetto hanno sortito. Ma non è solo questo.
L’amico Massimiliano Capalbo ha notato, ed è notazione di rilievo, che il premier Conte è l’unico dei politici al governo a non esser mai stato eletto, non è mai stato né deputato né senatore. Questo significa che il sistema di selezione politica usuale non seleziona i migliori, ma i peggiori, gli uomini migliori stanno all’esterno del Parlamento. Non credo sia questione di sistema elettorale.
Il fatto è che la competizione politica si svolge ormai prevalentemente nei media e i media seguono le leggi di mercato e il mercato obbedisce al dominio degli istinti, non all’intelligenza.
Vorrei un governo elegante, temo che il prossimo non lo sarà. A meno che non intervenga una limitazione dello strapotere dei media. In Svizzera, ad esempio, in alcuni referendum non è ammesso il ricorso agli spot televisivi, l’elettore riceve a casa un opuscolo in cui sono illustrate le posizioni dei campi avversi ed è poi lasciato solo con la propria intelligenza.

Giuliano Buselli

L’unico protagonista serio, maturo e competente di questa crisi di governo non è stato eletto dagli italiani. E’ emblematico, oltre che ovvio, per chi conosce le dinamiche partitiche che generano consenso elettorale in Italia. D’altronde è un pò quello che succede ogni giorno nella maggior parte degli enti pubblici di questo Paese dove, a fronte di una maggioranza di assunti per raccomandazione che ne mina l’andamento c’è, invece, una minoranza seria e competente, assunta per merito, che si prodiga per tenere in piedi la baracca.
Giuseppe Conte ha tenuto un bel discorso ieri, un discorso programmatico al Paese, che mi sento di condividere in toto. Se fossi ancora un elettore, e si candidasse, lo voterei. Il giorno della sua elezione esclamai: “finalmente un essere umano al governo”. Mi colpì la prima cosa che fece, quando scese dalla macchina e si recò immediatamente presso alcuni cittadini assiepati li vicino, per rassicurarli e ascoltarli, mi apparve immediatamente empatico, discontinuo, in un mondo, quello partitico, composto sempre più da avatars.
Mi era piaciuta anche questa figura nuova, terza, svincolata dai partiti, una sorta di tutore (prima del Presidente della Repubblica) da affiancare ad una generazione di partitici immaturi, effimeri e vanagloriosi ma, soprattutto, a tutela degli interessi nazionali. Il suo discorso, infatti, è stato anche una ramanzina nei confronti dei due fratellastri che ha dovuto tenere a bada per un anno e mezzo, attenuandone gli eccessi finché è stato possibile.
Ecco perché i rimproveri al suo indirizzo (perché non hai reagito prima?) non hanno senso. Il suo compito era quello di tenere in piedi una coalizione improbabile (ma legittima), creata in parlamento (come il nostro ordinamento prevede) sulla base di un contratto (anche questa soluzione è stata un’innovazione importante) e molto eterogenea che, se avesse avuto come leaders due persone mature e responsabili, avrebbe potuto conseguire i migliori risultati possibili, proprio perché fuori dalle vecchie logiche. Conte ha provato a farlo con discrezione, senza platealismi, con grande spirito di mediazione e di collaborazione. Un uomo del Sud che ha messo in campo l’atteggiamento migliore da cui il Sud dovrebbe trarre ispirazione. La sua comunicazione non verbale, anche ieri, è sempre stata opposta a quella altrui. Calmo, sereno, pacato anche nelle affermazioni più dure, sguardo verso l’interlocutore, contatto diretto (mano sulle spalle per richiamare gli interlocutori) tipico di chi è maturo, ha la coscienza a posto, è trasparente e non teme il confronto. Esattamente opposta rispetto a quella del destinatario principale del suo discorso: respiro affannato, viso paonazzo, tono di voce elevato, gestualità eccessiva, tipico del bambino che tenta di negare l’evidenza.
A tutto questo bisogna aggiungere che, dal primo giorno di vita, a questo governo non è stato riconosciuto da nessuno (media in primis e poi opposizioni) il diritto/dovere di governare (senza dimenticare le riserve del Presidente della Repubblica), nonostante l’ampio consenso elettorale ottenuto dai singoli partiti che ne componevano la maggioranza. Un atteggiamento vergognoso, che non ha precedenti nella storia del Paese. Non ricordo mai un’avversione di principio nei confronti di un governo come quella che si è creata nei confronti di questo, accusato di tutto tranne che di disonestà (perché oggettivamente non c’era trippa per gatti).
Dalla saccenza di sinistra (non è possibile avere governi competenti all’infuori dei nostri) alla frustrazione della destra (è finita la pacchia, non possiamo più speculare su nulla) non è passato giorno senza ricordare agli italiani che questo governo non aveva il diritto/dovere di governare. E, invece, nonostante i limiti dei due fratellastri, i risultati elencati ieri da Conte in appena un anno e mezzo di governo sono di tutto rispetto, considerando che le politiche di un governo richiedono molti anni di stabilità per poter essere valutate nella loro efficacia. Invece, in questo continuo evocare le elezioni, non solo le responsabilità degli uni (quelli che hanno governato prima) si confonderanno con quelle degli altri (che sono arrivati dopo) ma tutto il lavoro sarà reso vano, ancora una volta. Gli unici a pagare saranno come sempre gli italiani. Se la logica diventa questa, e dovessimo perpetrarla per il futuro, dovremmo richiedere le elezioni ad ogni variazione di sondaggio (leggi umore), questo renderebbe il Paese ingovernabile, i provvedimenti inapplicabili (semmai ci fosse ancora margine) e lo strumento del voto logorato. Detto da uno che non è andato a votare e che non crede più da tempo nell’efficacia di questo strumento è tutto dire.

Massimiliano Capalbo

Ogniqualvolta il Ministro dell’Interno si sposta per tenere comizi pubblici, soprattutto al Sud, molta gente si anima, si sveglia improvvisamente dal torpore nel quale normalmente vive e si ingegna per organizzare una qualche forma di contestazione, invitando i propri conoscenti a farlo e facendo ricorso a tutta la creatività di cui è capace che, invece, pare non avere quando deve impegnarsi per dare una svolta alla propria esistenza. Da quelle meno impegnative (come l’hashtag su Facebook) a quelle di media difficoltà (lo striscione sul balcone o la maglietta) per finire con quelle più impegnative (e anche un pò vintage), come la contestazione in piazza, ci si ingegna per esprimere il proprio dissenso.
Eppure, se si volesse veramente azzoppare la galoppante ascesa, prima social e poi partitica, del ministro in questione, basterebbe un semplice click. Sarebbe sufficiente che ciascuno di noi cancellasse dalle proprie “cosiddette amicizie” di Facebook tutti quelli che condividono e rilanciano (facendosene complici e promotori) notizie riguardanti il ministro, che su questo ha costruito il proprio brand, alla stregua di una scatoletta di pomodori. Nel giro di qualche ora Salvini sparirebbe dalla circolazione e di lui non resterebbe traccia se non in tv (che non è pervasiva come gli smartphone). Pensate ai vantaggi di questa scelta: oltre a non vedere più sulla vostra bacheca il faccione abbronzato (più di un extracomunitario) del ministro, non perdereste amici di spessore e aumentereste la qualità delle vostre informazioni; il giorno del vostro compleanno si ridurrebbe drasticamente il numero di messaggi di auguri, di persone che non vi pensano mai, a cui sareste costretti a rispondere e, cosa non meno importante, il vostro umore migliorerebbe sensibilmente perché il mondo vi apparirebbe meno problematico di quello che vi raccontano.
Invece, ogniqualvolta il ministro dell’Interno si reca in un luogo per tenere un comizio, la maggior parte dei residenti condivide la notizia, accompagnandola con commenti più o meno offensivi, ma poco importa. L’obiettivo del ministro, infatti, è apparire sulla nostra bacheca, non necessariamente di essere lodato. L’importante è che se ne parli (e soprattutto si condivida), questo farà notizia, genererà interesse e curiosità e, dunque, presenza nelle piazze dove, le telecamere dei media, rilanceranno l’immagine del pienone che verrà utilizzata per comunicare l’implicito assunto che il ministro ha un seguito e dunque è in ascesa. Non è importante cosa dirà, non è importante che ci siano contestazioni (anzi è auspicabile perché molti nemici significa molta considerazione), è sufficiente che ad ascoltarlo ci siano delle folle. Questo i suoi consulenti di marketing lo sanno molto bene, è il loro lavoro quotidiano.
E chi è il migliore sponsor del ministro se non proprio i suoi avversari? Chi può profondere così tanto impegno nel denigrarlo se non proprio i suoi oppositori? In Parlamento i rappresentanti dell’opposizione, nelle piazze i loro elettori, hanno assolutamente bisogno di un personaggio così per trovare argomenti di cui parlare e anche una ragione per agire. Essendo sprovvisti di idee, visioni, significati, strategie, intenzioni, hanno bisogno di commentare le azioni altrui per dare un senso alla propria azione partitica. E, in effetti, se scorrete le interviste dei rappresentanti dell’opposizione, dal giorno dell’elezione di questo governo ad oggi, vi accorgerete che non vi è traccia di altro argomento nelle loro dichiarazioni. Ogni mattina la prima cosa che fanno è cercare sui social o sui media una dichiarazione, un gesto, un’azione del ministro dell’Interno da commentare e, attraverso di esse, esistere. Dichiarazioni che i suoi consulenti, ovviamente, hanno preparato con dovizia di particolari la sera prima, conoscendo i propri polli.
La verità è che Salvini esiste perché di uno come lui c’è bisogno, il suo ruolo è quello di una bambolina woodoo dove poter appuntare i nostri spilli (leggi frustrazioni), così come sono serviti nella storia di questo Paese i vari Mussolini, Berlusconi e Renzi in passato e chissà chi altro domani. Abbiamo bisogno del carnefice per poterci considerare vittime e quindi non responsabili delle nostre scelte e delle nostre azioni (al Sud in particolare, non è un caso se all’arrivo del ministro corrisponda sempre un rigurgito neoborbonico).
Se c’è un sentimento che non ho mai provato nei confronti di questo ministro è il timore, a volte mi fa tenerezza nella sua goffaggine. La sua fama di cattivo è stata costruita a tavolino dai suoi consulenti, perché occorre posizionarsi in qualche modo nel mercato partitico e gli estremi ultimamente vanno di moda. Nonostante lui si sforzi di entrare nel personaggio, la sua comunicazione non verbale puntualmente lo tradisce. Si comporta un pò come quei cagnolini che sembrano super aggressivi quando sono al di là di una recinzione e che se la svignano quando ti accingi ad oltrepassarla. E’ capitato, puntualmente, quelle rare volte in cui ha trovato pane per i suoi denti, attualmente però in Italia non si intravedono leader con tali capacità. Quando Salvini non ci sarà più avremo bisogno di crearne un altro che si presterà volentieri a recitare il ruolo del carnefice e sulla nostra ignavia e immaturità continuerà a costruire la propria carriera partitica e il senso del proprio esistere, nell’attesa (vana) che il popolo capisca che le istituzioni siamo noi.

Massimiliano Capalbo