Come fare per raccogliere voti in un territorio dove non c’è il tuo elettorato? O, addirittura, dove non sei ben visto? E’ molto semplice: basta puntare su un cavallo di Troia, ovvero su una figura locale che si presta a mettere la sua faccia al posto della tua che è sgradita o sconosciuta e quindi potenzialmente perdente. Solitamente i partiti la ricercano tra i sindacati, le confederazioni di imprenditori, artigiani, agricoltori etc. Ricercano personaggi che, in virtù del ruolo che ricoprono, sono in grado di controllare i destini di molte persone e quindi di avere gioco facile nel tramutare in voti gli aderenti alle suddette associazioni e i loro familiari.
La gran parte dei meridionali ha sempre pensato che le proprie disgrazie siano da imputare ai “nemici” che provengono dall’esterno (una certa retorica meridionalista continua ipocritamente ad incolpare, da Cavour in poi, tutti i suoi successori del mancato sviluppo del Sud) quando in realtà, la storia ci insegna e l’attualità ci conferma, che i primi alleati dei “nemici” esterni (e dunque i primi nemici del Sud) sono sempre stati i meridionali stessi. Quelli peggiori, affetti da complesso di inferiorità e avidi di potere. Le classi partitiche e imprenditoriali meridionali sono sempre state mere esecutrici (quando non complici) delle scellerate politiche programmate nel Nord e di cui il Sud ha pagato e continua a pagare le conseguenze. Non è la prima volta che accade e non sarà neanche l’ultima, purtroppo. La stessa logica funziona negli Stati del Terzo Mondo, i dirigenti sono scelti dai paesi colonialisti per poter continuare a perpetrare le proprie politiche.
Le novità e le rivoluzioni, proclamate a gran voce dai nuovi leader emergenti (ideati e confezionati dai media), si sono ridotte, come era facile prevedere, al solito schemino, ben oliato e collaudato da decenni di vecchia partitica. Non che ci avesse creduto qualcuno, sia ben chiaro, siamo tutti grandi e vaccinati e a conoscenza delle logiche che sottendono la formazione delle liste elettorali (anche quelli che li sosterranno), ma è bene sottolinearle e descriverle queste dinamiche perché ne resti traccia e un domani, a quelli che reciteranno il ruolo di vittime, si ricordino i nomi dei benemeriti che hanno lavorato per fare gli interessi del Sud.
E’ bene sottolinearlo perché si evidenzi il rispetto e la considerazione che hanno dei loro elettori ma anche perché se, all’indomani delle elezioni, i megafoni (leggi giornalisti) dei partitici, riportando i risultati elettorali diranno che quel partito a sorpresa ha sfondato, almeno saprete spiegarvi il perché.

Massimiliano Capalbo

Se c’è un continente che da sempre rappresenta, almeno per i giovani italiani, la terra promessa questo è l’Oceania e in particolare una delle sue isole: l’Australia. Sono tantissimi, infatti, i giovani che delusi o scontenti dalla situazione economica e sociale che vivono nel proprio paese, oppure alla ricerca di se stessi, decidono di recarsi in Australia, per lavorare, per avventurarsi in sfide di vario genere a piedi o in bicicletta o semplicemente per il piacere di scoprire una terra molto diversa dalla nostra. L’Australia è sempre stata una terra simbolo di libertà e di avventura per molti e il mito si è diffuso, come sempre accade nei confronti di ciò che si trova lontano da noi.
Peccato che, come le persone di mondo sanno, il paradiso non sia su questa terra (altrimenti in tanti ci si sarebbero già trasferiti) e che l’Australia sia, al contrario di quanto si pensi, tra i territori più colpiti dall’azione dell’uomo prima che dai cambiamenti climatici. Una sorta di preludio di cosa potrà diventare il pianeta se continuiamo ad adottare il modello di vita e di economia imperante.
Uno scioccante documentario, andato in onda la scorsa primavera su Rai5, ce la racconta come una terra assediata dalla desertificazione. Un risultato raggiunto dopo secoli di sfruttamento senza scrupoli delle risorse di questa enorme isola. Cominciarono gli inglesi alla fine del ‘700 con l’estrazione dei minerali, e trasferendo una varietà di fauna che non era compatibile con quella esistente sul territorio che finì per compromettere la sopravvivenza delle specie autoctone. Le foreste furono tagliate per fare spazio alle coltivazioni, fu l’inizio della catastrofe. Successivamente, il gabinetto del primo ministro inglese lord North scelse l’Australia come terra per deportare i detenuti che, alla fine del XVIII secolo, rappresentavano un problema per la saturazione delle carceri nella madrepatria. Iniziò così la costruzione di una nuova colonia ad opera dei detenuti che erano costretti ai lavori forzati per realizzare ponti, strade, edifici e tutto ciò che lentamente contribuì a cambiare il volto del paese.
In questa opera di colonizzazione/desertificazione ha influito, e continua a influire ancora oggi, l’assoluta ignoranza dei popoli europei circa il funzionamento degli ecosistemi e della natura. Hanno presuntuosamente pensato di poter usare le tecnologie di cui disponevano per creare la condizioni di vita ideali quando il prerequisito (come sanno invece gli aborigeni australiani) è conoscere il clima, la terra, la flora, la fauna di un territorio e tutto quanto è necessario per sopravvivere in un ambiente naturale. Allo stesso modo i loro eredi sono convinti, oggi come ieri, di poter rimediare ai danni causati da una gestione scellerata del territorio grazie all’uso delle nuove tecnologie. Pura illusione. Alla fine, quando sarà troppo tardi, saranno costretti a rivolgersi agli aborigeni, quei pochi rimasti, gli unici a detenere la sapienza.
L’Australia è attualmente un gigantesco produttore di carne, si allevano 104 milioni di animali da esportare in tutto il mondo. I metodi di allevamento adottati hanno contribuito enormemente alla desertificazione del paesaggio. La storia dell’Australia dovrebbe essere un monito per le logiche perverse dell’industria mondiale del cibo e non solo.
Gli incendi di questi mesi, che interessano un quarto dell’isola (sono andati in fumo milioni di ettari di boschi equivalenti a tre grandi regioni italiane), sono solo l’ultimo tra i più gravi danni inferti ad un continente che ha avuto solo la colpa di aver rappresentato un mito per i primi coloni ieri e per i nuovi ricercatori di paradisi oggi.
L’uomo, alla continua ricerca di paradisi che non esistono non si è ancora reso conto che, finora, dovunque sia arrivato, è stato capace di creare solo inferni. Se il paradiso non lo si ha dentro non potrà essere creato neanche fuori. E’ finito il tempo della ricerca di paradisi sempre altrove, è giunto il tempo invece di trasformare in paradisi i luoghi che ci hanno visti nascere e che, prima di devastarli, erano essi stessi dei paradisi. Se non sapremo farlo nel nostro territorio non sapremo farlo neanche altrove, come la storia ci insegna, e non avremo un futuro su questo pianeta.
Alexander Dalrymple, geografo, spia e diplomatico scozzese, tra i primi ad essere affascinato dalla Terra Australis supponeva, nel XVIII secolo, che fosse talmente ampia e popolosa da immaginare che “i resti della sua economia basterebbero per mantenere il potere, il dominio e la sovranità della Gran Bretagna perché darebbero lavoro a tutte le sue manifatture e le sue imbarcazioni.” Quando il capitano James Cook, il primo a dimostrare che l’Australia era una grande isola, vi sbarcò nel 1770, osservando il modo di vivere degli aborigeni dovette ammettere: “sono molto più felici degli europei. Ritengono di disporre di tutto il necessario per vivere e non possiedono nulla di superfluo.

Massimiliano Capalbo

I quotidiani di oggi riportano nuovi particolari che emergerebbero della lettura dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di quasi 300 persone, in quella che è stata definita dal procuratore Gratteri come “la più grande operazione dopo il maxiprocesso di Palermo”.
In particolare emergerebbe il ruolo di Emanuele Mancuso, uno dei figli del boss Pantaleone, che avrebbe deciso di collaborare con il procuratore di Catanzaro nonostante i numerosi tentativi, da parte della sua famiglia, di fargli cambiare idea.
Ciò che colpisce, in particolare, è il ruolo delle donne (madre e zia in particolare) che avrebbero tentato di fare pressioni, soprattutto di tipo psicologico sul ragazzo, divenuto da poco padre. “Ritratta o non vedrai più tua figlia“, gli avrebbero intimato tra le altre cose, al punto da averlo fatto vacillare nel suo intento, fino a raggiungerlo fisicamente nella località protetta dove il ragazzo si trovava agli arresti domiciliari. Ho sempre pensato che non esista un sesso debole ma delle menti deboli, ecco perché ho sempre ritenuto sbagliato suddividere le problematiche sociali per generi, e questo fatto di cronaca ne è un esempio lampante.
In questo tipo di pressioni non vedo nulla di diverso da quelle che, quotidianamente, i genitori calabresi esercitano sui propri figli.Vattene fuori che qui non c’è niente“; “Non esporti troppo che poi se la prendono con te“; “Andiamo a parlare con Tizio che vediamo se ti sistema“; “Vota Caio che poi ti fa lavorare presso Sempronio“; “Iscriviti a quella facoltà che insegna il nipote di zio Ciccio e t’aiuta lui“; “Fatti vedere a quel convegno che può sempre servire“; “Non fidarti degli altri che ti fottonosono solo alcune delle pressioni psicologiche che i genitori calabresi esercitano, quotidianamente, sui propri figli e che finiscono per mantenere lo status quo nella nostra regione e per rendere infelici questi ragazzi, costretti a scegliere una strada che non è quella che avrebbero seguito se la scelta fosse stata la loro.
Cari ragazzi quando sentite vostro padre o vostra madre pronunciare queste parole sappiate che vi stanno costruendo la gabbia nella quale sarete costretti a vivere in futuro, anche se deciderete di emigrare, perché si tratta di una gabbia psicologica che vi porterete dietro ovunque e per tutta la vita e vi renderà infelici quando non complici del peggio che vi circonda.
Da circa dodici anni vado nelle scuole, di ogni ordine e grado della regione, per invitare i ragazzi a ribellarsi ai propri genitori, artefici e promotori delle quotidiane sconfitte che questo territorio è costretto a subire, a causa di una diffusa mentalità perdente e servile.
La Calabria rinasce se i giovani si ribellano ai propri genitori, non (soltanto) se un giudice o un carabiniere arrestano tutti quelli che si comportano in maniera illegale. Occorre agire nella maniera esattamente opposta rispetto a quella che i genitori (spesso anche in buona fede) suggeriscono. Chi ha consegnato a questi giovani la realtà che oggi sono costretti a vivere, infatti, non ha nulla da insegnare loro ma, semmai, tanto da imparare.
Per ribellarsi non c’è bisogno di scendere in piazza, di fare rumore, è sufficiente dire no, rifiutarsi di perpetrare quel modo di fare come (con molto più coraggio di noi) ha fatto Emanuele Mancuso. Occorre farlo in silenzio, nella quotidianità, poiché si tratta di una ribellione interiore.
Il silenzio che in questi giorni si percepisce nelle cittadine calabresi maggiormente colpite dall’operazione “Scott-Rinascita”, potrebbe essere utile se fosse il frutto di un momento di riflessione da parte di tutti quelli che, direttamente o indirettamente, hanno tratto beneficio da quel sistema che è emerso e di fronte al quale, ipocritamente, ora si stupiscono. Chi non ha avuto il coraggio fino ad oggi di ribellarsi non impedisca, a chi avrà il coraggio di farlo domani, di farlo.

Massimiliano Capalbo