Mi viene segnalato un servizio targato CalabriaNews24, che circola in queste ore sul Web riguardo la notizia dell’aria più pulita d’Europa in Sila e mi rallegro perché, penso, qualcuno finalmente ha capito che questa, in periodo di psicosi da Coronavirus, può essere una buona notizia da veicolare per il turismo montano calabrese. Ma sono costretto a ricredermi subito dopo nell’ascoltare le parole del direttore della testata stessa, Gianfranco Bonofiglio, a commento del servizio che dimostra con quanta approssimazione e superficialità vengano confezionate le notizie dai media ultimamente.
Innanzitutto nessuna immagine del luogo dove effettivamente sono stati effettuati i prelievi di campioni d’aria appare nel servizio, se non generiche immagini di boschi silani e ci può stare, per motivi di tempo e di economia, ma le inesattezze che si susseguono nel commento del direttore sono numerose. Sarebbe bastato informarsi prima, ricercare la fonte (il sottoscritto), fare una telefonata, inviare un messaggio in caso di dubbi e avrei regalato, come ho sempre fatto, tutte le informazioni utili a confezionare un servizio attendibile e non, come nel gioco del telefono senza fili, il primo passaggio verso la trasformazione della notizia in qualcos’altro.
Nel mese di luglio del 2009 (e non nel 2010 come affermato dal direttore) ebbi il piacere di invitare a Catanzaro il dott. Stefano Montanari che, assieme a sua moglie, la dott.ssa Antonietta Gatti, sono i massimi esperti mondiali di nanopatologie, malattie causate dalle nanoparticelle inquinanti presenti nell’aria. L’invito era finalizzato a tenere una conferenza in città sul tema delle polveri sottili, organizzata dal Meetup degli Amici di Beppe Grillo di Catanzaro di cui all’epoca ero l’organizer.
Nel corso di quel breve soggiorno ebbi modo di condividere col dott. Montanari pensieri e riflessioni sul turismo e di parlargli della mia impresa: Orme nel Parco. Mi confidò che da lungo tempo, circa sei anni, lui e sua moglie non andavano in vacanza ed espresse il desiderio, sapendo della mia attività, di trascorrere le prossime in Calabria, in un posto tranquillo. Organizzai loro il soggiorno e nel mese di agosto trascorsero le vacanze sulla spiaggia di Isca sullo Jonio che, a giudicare dal loro entusiasmo, rispecchiava in pieno il tipo di tranquillità che stavano ricercando.
Nel corso di quella vacanza mi offrii di portarli un giorno in Sila, a Tirivolo (e non a Tiriolo come affermato dal direttore Bonofiglio, località che si trova da tutt’altra parte, classico errore di chi non conosce la località di cui parla), per far visitare loro il parco avventura di cui tanto gli avevo parlato. Giunti al parco li vidi estrarre dal bagagliaio della loro auto un piccolo dispositivo che, mi spiegarono, serviva a catturare, attraverso un filtro, le nanoparticelle presenti nell’aria. Questi campioni, mi dissero, una volta portati in laboratorio, sarebbero stati osservati attraverso un microscopio elettronico a scansione, costosissimo, dotato di un sensore di microanalisi a raggi X, che permette di identificare i granelli di polveri sia per la morfologia che per la composizione chimica ed avrebbe permesso loro di valutare il livello di inquinamento presente in zona. In verità, questo lo scoprii molto tempo dopo, erano alla ricerca di un campione d’aria puro, con un livello di inquinamento prossimo allo zero, che potesse essere utilizzato come campione di riferimento per uno dei progetti di ricerca internazionale che stavano conducendo. Piazzarono il dispositivo in un punto preciso del parco e lo lasciarono lì per un pò di tempo. Intuii che poteva essere un’occasione straordinaria per il mio parco ma fu una cosa che realizzai li sul momento.
Terminata la vacanza rientrarono a Modena, dove dirigono il laboratorio Nanodiagnostics, e non ebbi loro notizie per un pò di tempo. Molti mesi dopo, a febbraio del 2010, telefonai loro per sapere qualcosa circa l’esito delle analisi ed il mio stupore fu pari al loro nel venire a scoprire che le analisi avevano riscontrato un livello di inquinamento pari a zero. Per i dottori l’aria prelevata in Sila non solo poteva essere considerata pura al 100% (sui filtri si era depositata solo della normale polvere) ma poteva essere considerata la migliore in assoluto che mai fosse loro capitato di riscontrare nella loro ventennale carriera di ricercatori. Avendo un partner di ricerca norvegese, i dottori avevano provato anche ad effettuare dei prelievi alle Isole Svalbard, un arcipelago scarsissimamente abitato dove non esistono strade, vicino al Polo Nord, in Norvegia, ritenendolo un ottimo candidato. Ma con loro sorpresa anche lassù tra i ghiacci, a mille chilometri da Capo Nord, le polveri inquinanti erano arrivate e il microscopio elettronico le mostrava impietosamente.
La notizia cominciava ad assumere un rilievo internazionale. L’aria prelevata nel nostro parco poteva, in qualche modo, essere considerata la più pura d’Europa, stante l’assenza di altri campioni provenienti da altre aree che potessero essere paragonati a queste analisi, realizzate dai massimi esperti mondiali che disponevano di tecnologie (il microscopio a scansione) uniche al mondo e in dotazione solo nei loro laboratori. Se siano state effettuate altre analisi in altre località d’Europa dal 2009 ad oggi io non lo so, ma le notizie per generare un effetto vanno usate quando sono calde non quando si sono raffreddate.
In quei mesi sulle tv nazionali era scoppiato lo scandalo delle navi dei veleni, le inchieste giornalistiche si moltiplicavano a dismisura, ancora una volta la Calabria era sotto i riflettori dei media a causa di notizie che definire inquietanti poteva essere considerato solo un eufemismo. Sentivo che questa notizia dell’aria pura, se ben gestita, avrebbe potuto in qualche modo controbilanciare una comunicazione fino ad allora devastante e negativa, certo non avrebbe mutato le sorti di una stagione già compromessa ma avrebbe potuto rappresentare un segnale di speranza, di ripartenza.
Decisi di regalare questa notizia all’ente più prossimo a noi, il Parco Nazionale della Sila, e di coinvolgerlo nella promozione della notizia perché non fosse solo un fatto privato, del nostro parco, ma diventasse un motivo di orgoglio per tutti i calabresi che hanno a cuore l’ambiente nel quale vivono.
La notizia non fu accolta con estremo entusiasmo dall’allora presidente del parco, Sonia Ferrari. Notoriamente in quota PD, non era entusiasta all’idea di dare visibilità ad un’iniziativa portata avanti da un “grillino” come il sottoscritto che aveva coinvolto il dott. Montanari, all’epoca a sua volta portato sotto i riflettori da Beppe Grillo che aveva deciso di sostenerlo nella raccolta fondi per l’acquisto di un microscopio identico a quello utilizzato per le ricerche effettuate in Sila. Ma data l’importanza della notizia non si poteva sottacere e riuscii a fare organizzare una conferenza stampa per lanciarla. L’ente parco pagò soltanto il volo aereo al dott. Montanari mentre Orme nel Parco pagò l’albergo. Nessun finanziamento europeo è stato richiesto per la ricerca effettuata in Sila, come erroneamente detto del direttore Bonofiglio, poi i risultati finirono all’interno di una ricerca europea ma questo avvenne successivamente. Capisco che in Calabria si chiedono finanziamenti anche per respirare e quindi può sembrare una cosa normale, ma noi imprenditori eretici abbiamo sempre ottenuto grandi risultati a costo zero per la collettività.
Il 14 luglio del 2010 la conferenza stampa si tenne presso il centro visite “A. Garcea” di Taverna, con il dott. Montanari, la presidente del Parco Sonia Ferrari e il direttore Michele Laudati per comunicare ai media la notizia. Il giorno prima il TGR Calabria diede ampio risalto alla notizia invitando in studio un professore dell’Università della Calabria per commentare i risultati di analisi che non aveva mai visto. Da quel giorno sembrò quasi che la notizia ci fosse stata sottratta, tutti cominciarono ad utilizzarla a proprio uso e consumo ma in maniera individuale come avviene quando si ha un bottino da spartire. In un altro servizio del TGR Calabria, andato in onda qualche giorno dopo, la giornalista di turno ribadiva la notizia intervistando i passanti in mezzo al traffico di Camigliatello Silano, senza citare minimamente le fonti di questa notizia così come hanno fatto in tanti altri successivamente e si continua a fare ancora oggi. Perché? Perché nessuno è mai venuto a Tirivolo, sul posto dove sono state effettuate le analisi, per commentare la notizia? E perché, come ha fatto il direttore di CalabriaNews24, si continua a parlare genericamente di una zona della sila catanzarese? Perché il servizio in questione fa intendere che la notizia dell’aria più pura d’Europa sia il risultato di un lavoro dell’ente parco quando è stato un regalo fatto da un’impresa privata alla collettività? Perché non dire la verità? Io le risposte a queste domande le ho e le avete anche tutti voi che leggete (le domande sono retoriche) e sono le stesse che spiegano perché, nonostante i tesori che possediamo, viviamo in uno stato di miseria culturale prima che economica.
Fummo fin dal primo minuto contenti di constatare che questa notizia fosse diventata patrimonio per tutti i calabresi ma tutto si fermò lì, dopo i primi fuochi d’artificio. La notizia non riuscì ad uscire fuori dai confini della regione, non riuscì ad entrare nella programmazione dei telegiornali nazionali, non esplose in tutta la sua positività. E’ mancata la volontà politica di farlo, non appartenendo a nessuno schieramento partitico fummo ignorati. Perfino le associazioni ambientaliste non la ritennero una notizia da diffondere, nonostante i comunicati stampa che ci occupammo di inviare loro. La notizia positiva sembrò non essere una notizia, quasi fossimo abituati a diffondere solo quelle negative e venne “consumata” a livello locale su quotidiani e tv. Il simpatico presidente della Pro Loco di Spezzano Piccolo dell’epoca, un piccolo comune in provincia di Cosenza, appresa la notizia, con una trovata anche molto simpatica imbottigliò l’aria della Sila in alcuni boccacci di vetro contenenti un rametto di timo, una pigna e qualche ago di pino per farne dei souvenir e insieme con essi anche la notizia dell’aria pura venne richiusa ermeticamente. Oggi, a distanza di 11 anni, qualcuno comincia ad accorgersi che quei boccacci forse contengono qualcosa di prezioso, che occorre riaprirli, ma occorre farlo con sapienza, sapendo come maneggiare il contenuto, altrimenti trattandosi di aria si rischia di disperderla velocemente nell’ambiente come, ci insegna la nostra storia, gran parte delle nostre risorse.

Massimiliano Capalbo

Ieri sera, nel corso della trasmissione televisiva “Piazza pulita” condotta da Corrado Formigli, dal minuto 39.22 in poi è andato in onda un servizio, girato tra le campagne di Rosarno e nella tendopoli di San Ferdinando, unico luogo in Europa dove non è ancora stata abolita la schiavitù, che ha dimostrato (semmai ce ne fosse ancora bisogno) come il virus stia diventando sempre più un argomento di carattere ideologico, da utilizzare come strumento di controllo politico e sociale.
Nella tendopoli di San Ferdinando sono rinchiusi, attualmente, circa 300 esseri umani stipati in tende delle dimensioni di 3×4 metri (12 mq) nelle quali mangiano e dormono dalle 6 alle 9 persone, senza guanti, senza mascherine, senza acqua e non c’è alcun caso di contagio ma nessuno si domanda come mai. Cosa hanno da dirci a tal proposito gli “scienziati” del comitato tecnico-scientifico creato dal governo? Se le teorie che hanno diffuso a profusione nei mesi scorsi attraverso le tv fossero vere questo accampamento dovrebbe essere un lazzaretto. E invece no. Come mai?
In questi mesi, su questo blog, abbiamo più volte ipotizzato le ragioni che hanno impedito al virus di dilagare al Sud, in primis le condizioni ambientali e climatiche e, nel caso in questione, l’età dei soggetti. Ma è apparso subito chiaro, in questi mesi, che i giovani extracomunitari ovunque si trovassero (a Milano e Padova, ad esempio, il Brumotti di Striscia la notizia ci ha mostrato decine di spacciatori senza mascherina che vagavano indisturbati nei pressi delle stazioni nei giorni di quarantena) sembravamo immuni al Coronavirus.
Nessuno scienziato, in questi mesi, si è messo a studiare le ragioni di questa differenza, per le stesse ragioni per cui nessuno si preoccupa del fatto che in quella tendopoli siano rinchiusi centinaia di schiavi. Le ragioni sono di carattere discriminatorio. Li consideriamo esseri inferiori, l’unico vero animale intervistato nel servizio di Piazza Pulita li ha etichettati come bestie. Scoprirlo non rappresenta una priorità in questo momento. Prima gli italiani, direbbe qualcuno.
Uno scienziato che volesse comprenderne le ragioni, a mio avviso, dovrebbe prendere in considerazione la neurobiologia della resilienza. Questi esseri umani, giovani e nel pieno delle loro energie, per giungere in Italia hanno dovuto affrontare torture, violenze, freddo, fame, dolore, mari in tempesta, caldo e quanto di peggio la vita può riservare ad un essere umano. La resilienza (la capacità di resistere agli urti della vita) sviluppata nel corso del tempo da queste persone consente loro di affrontare con successo i fattori di stress e di adattarsi meglio alla complessità della realtà che vivono, riducendo l’impatto degli eventi traumatici come il Coronavirus che a loro apparirà in confronto una sciocchezza. Mentre gli italiani si sono ammalati (lo stress mentale contribuisce ad abbassare le difese immunitarie), sono rimasti bloccati per mesi e sono apparsi impotenti e fragili di fronte al virus, questi ragazzi hanno potuto avvantaggiarsi, invece, di un bagaglio di risorse che avevano accumulato nel tempo che gli ha consentito di adattarsi alla situazione senza grandi difficoltà.
Nei primi mesi del 2016 la rivista “Nature” ha pubblicato un interessante studio sulla neurobiologia della resilienza, nel quale si evince che il ruolo dell’attività a livello ormonale e dei neurotrasmettitori può favorire oppure ostacolare la nostra capacità di essere resilienti. Le persone meno resilienti presentano livelli più elevati di cortisolo nel loro organismo e ciò fa sì che i recettori dello stress (che sono due) reagiscano. Lo studio ci racconta che la resilienza è una risposta reattiva, il contrario di ciò che è avvenuto in Italia in questi mesi. Lo stress è una componente inevitabile della vita, è la risposta allo stress che fa la differenza. Ma, soprattutto, lo stress cronico (altro fattore caratteristico delle popolazioni che vivono nelle regioni più colpite dal virus) riduce gli investimenti in nuovi neuroni e sopprime nuove connessioni e tutto appare improvvisamente e costantemente minaccioso. Questo spiegherebbe anche alcune scelte irrazionali, dettate dal panico, a cui abbiamo nostro malgrado dovuto assistere in questi mesi e, forse, anche quelle provenienti da alcuni schieramenti partitici originari (in termini geografici) di alcune zone del paese (quelle più stressate) potrebbero avere la stessa spiegazione. Lo stress influenza le nostre relazioni con gli altri. Uno dei modi principali con cui lo stress segna il cervello è attraverso l’epigenetica, quella “branca della genetica che si occupa dei cambiamenti fenotipici ereditabili da una cellula o un organismo in cui non si osserva una variazione del genotipo” (da Wikipedia). Lo stress cronico lascia un segno duraturo nel cervello e può alterare l’epigenetica dei propri discendenti, trasferendo loro queste caratteristiche. All’orizzonte si prevede una selezione naturale, come ci ha spiegato Darwin, i meno adatti si estingueranno con l’ausilio di un comitato tecnico-scientifico.

Massimiliano Capalbo

La crisi da Coronavirus che abbiamo di fronte lascia presagire una stagione turistica da dimenticare ma non in tutti i comparti. Certamente non vedremo le spiagge affollate, le file per entrare nelle discoteche e tutti quegli assembramenti che, a prescindere dall’attuale emergenza, non mi sono mai piaciuti e che caratterizzavano le località balneari e la gestione di locali e lidi con un approccio quantitativo (dozzinale) e non qualitativo. Quelli che a mio avviso non subiranno grandi ripercussioni saranno, invece, gli operatori turistici di montagna, che operano in prossimità di parchi naturali dove gli spazi sono più ampi e la clientela meno numerosa.
La domanda di natura e il turismo naturalistico sono in continua crescita e dopo questa emergenza subiranno un’impennata. Da diversi anni le esperienze nella natura, il trekking, il cicloturismo, il turismo lento, quello naturalistico, quello dei piccoli borghi, si stanno ritagliando una sempre più ampia fetta di mercato. L’overturismo sta danneggiando l’intero settore turistico per la sua insostenibilità e l’ecoturismo si pone come alternativa più sostenibile.
Ampia e crescente è anche la bibliografia che racconta da tempo i benefici del contatto con la natura e in particolare con i boschi. Le ultime scoperte degli scienziati, i neurobiologi vegetali, ci dicono che le piante hanno effetti benefici sull’organismo. Passeggiare in un bosco, trascorrere del tempo nella natura migliora l’umore, rinforza il sistema immunitario, rilassa la mente e tutto questo rappresenta un presidio contro malattie post-moderne di vario genere, epidemie di virus comprese. L’aria pura e l’ambiente incontaminato rappresenteranno lo scenario ideale per trascorrere le prossime vacanze estive e anche quelle dei prossimi anni a venire per molta gente. Le strutture che sapranno comunicare questi benefici e che sapranno mettere in risalto i vantaggi di una vacanza nella natura, in tempo di virus, saranno certamente premiate rispetto a quelle che non sapranno farlo. E qui siamo costretti a toccare la nota dolente dell’incapacità, tutta calabrese, di fare marketing dei tesori naturalistici che si possiedono. La Calabria avrebbe potuto ottenere un vantaggio competitivo enorme quest’anno se, invece di andare dietro al modello dell’industria della montagna proposto dal Nord, che ha generato negli anni scorsi masterplan irricevibili, avesse saputo puntare per tempo sulle caratteristiche del territorio e anche sulle opportunità createsi e le scoperte avvenute negli ultimi anni che lasciavano immaginare un modello di turismo montano più sostenibile e slow.
Prima fra tutte la notizia dell’aria più pulita d’Europa, rilevata nel 2009 dai dottori Montanari e Gatti, massimi esperti mondiali di nanopatologie, nel parco avventura “Orme nel Parco nel cuore della Sila Piccola, in località Tirivolo, (priva tra l’altro di inquinamento elettromagnetico). Il sottoscritto, tra i soci fondatori del parco, invitò in Sila i dottori che erano alla ricerca di campioni d’aria pura, con livello di inquinamento vicini a zero, per alcuni studi sul particolato atmosferico. Effettuarono i campionamenti utilizzando appositi filtri che trattenevano la polvere e questi furono poi osservati sotto un microscopio elettronico a scansione, che permise di identificare i granelli di polveri sia per la morfologia che per la composizione chimica. Un altro campionamento d’aria era stato raccolto alle isole Svalbard, in Norvegia, lontano da zone industriali e da potenziali inquinanti. In entrambe i casi non furono trovate molte polveri ma, quello che apparve loro subito singolare, fu che mentre in Sila sui filtri si era depositata solo della normale polvere, alle Svalbard erano state rilevate delle particelle di piombo. Da li la notizia dell’aria più pura d’Europa che qualsiasi altra regione italiana avrebbe utilizzato ampiamente per fare del marketing mirato, rivolto verso quel crescente numero di persone sempre più attente alla salute e all’ambiente, e invece nulla. A parte il parco avventura Orme nel Parco e qualche isolato operatore silano, nessuno mise in rilievo questa preziosa notizia. I risultati di quelle analisi furono inseriti in una banca dati, che fa parte del rapporto finale di un Progetto Europeo di nanotossicologia chiamato DIPNA (Development of an integrated platform for the nanoparticles risk assessment) (FP6-NMP-2006-09) e li rimasero.
Successivamente, le ricerche condotte dagli entomologi Antonio Mazzei, Teresa Bonacci e dal Prof Brandmayr dell’UNICAL nella Foresta Eterna di località Caritello – Viperaro di Magisano CZ), tra il 2013 e il 2014, dopo aver accertato la presenza di Rosalia alpina e di Cucujus cinnaberinus confermarono anche la presenza di un terzo coleottero raro, l’Osmoderma italicum. La scoperta, di grande rilievo scientifico e naturalistico, confermò che la Sila, e in particolare quella Piccola, meno antropizzata e sfruttata, nell’ultimo decennio aveva migliorato le sue condizioni forestali. La presenza di questi bioindicatori era segno che la foresta era avviata verso un recupero ambientale del manto forestale e dei suoi naturali equilibri ecologici. Queste scoperte rappresentano un caso unico in Italia (forse europeo) in cui nella stessa località è segnalata la compresenza di tre specie entomologiche protette da leggi speciali. E ancora, nel 2017, una scoperta ancora più eclatante, sempre in località Tirivolo, quella di un nuovo coleottero battezzato “Agonum tulliae Mazzei, Brandmayr 2017” presente solo in località Tirivolo, un relitto biogeografico unico al mondo che vive esclusivamente in quella parte della Sila, una specie nuova precedentemente del tutto ignota alla scienza, ritrovata nell’area dove ricade il parco avventura, che si confermò ancora una volta dall’altissimo valore naturalistico e conservazionistico. Ma, a parte l’ampio risalto dato sul sito di Orme nel Parco, nessuno pensò di poter sfruttare quelle notizie per promuovere quelle località per finalità turistiche.
Infine, nel 2018, la notizia dell’albero più vecchio d’Europa “Italus” (1230 anni) di cui sia stata rilevata l’età scientificamente, nel parco Nazionale del Pollino, per opera di un team di ricercatori italiano, guidato da Gianluca Piovesan (Università della Tuscia), il cui lavoro fu pubblicato sulla rivista Ecology, Ecological Society of America mentre, uno dei massimi esperti al mondo di medicina forestale, il medico immunologo giapponese Quing Li indicò, nel suo libro “Shinrin – Yoku, immergersi nei boschi”, tra i quaranta siti mondiali dove è possibile praticare l’immersione nei boschi quello dell’Archiforo di Serra San Bruno, considerato ideale per questo tipo di attività, per le sue caratteristiche. Quello stesso bosco che il sottoscritto, assieme ad altre migliaia di persone, con un’iniziativa chiamata “Ambientiamoci” nel 2014, difese dal taglio che l’allora amministrazione comunale di Serra San Bruno voleva effettuare per rimpinguare le casse del comune. Anche in quell’occasione la notizia finì nel dimenticatoio. Perle ai porci direbbe qualcuno.
Scienziati, ricercatori, studiosi, naturalisti, famiglie, salutisti, appassionati di natura, film commission, fotografi, sportivi, anziani, sono tanti i target a cui ci si potrebbe rivolgere se sapessimo riconoscere il valore del patrimonio naturalistico presente in Calabria e se sapessimo offrire a ciascuno di loro i servizi che ricercano. Il valore della Calabria coincide con il valore di quelle montagne che ci hanno sempre preservato dal peggio e che contribuiscono a rendere il clima e l’ambiente nel quale viviamo, nonostante le violenze e le devastazioni dei suoi abitanti, quel paradiso dal valore inestimabile che tutti ci invidiano e di cui nessuno ci ha insegnato ad essere orgogliosi e gelosi.

Massimiliano Capalbo