Era una ventosa giornata di gennaio del 2015 quando mi recai a Capo Colonna per partecipare all’ennesima, sterile, manifestazione di protesta per salvare, questa volta, l’area archeologica da una colata di cemento che aveva coperto i resti di alcune colonne romane, per realizzare un parcheggio antistante il Santuario di Santa Maria di Capo Colonna. Ci andai più che per protestare (convinto che non servisse a nulla) per osservare e descrivere l’inefficacia di certe iniziative. E in effetti, spente le telecamere televisive e voltate le pagine dei giornali, di quell’iniziativa non rimase nulla. L’area tornò puntualmente nell’oblio nel quale si trova da tempo immemore. Come scrissi all’epoca, se chi vive un territorio non ha la passione e l’interesse perché le sue risorse possano rappresentare un’occasione di crescita economica e sociale, nessuna protesta potrà mai produrre alcunché.
Intanto, a Genova, un ragazzo di nome Floro, era inquieto. Una settimana prima di imbarcarsi per lavoro (il suo primo imbarco) su una nave portacontainer, decise di scendere in Calabria per rendersi conto di persona. “Parlai con un ragazzo del comitato #salviamocapocolonna e volli andare a vedere di persona” – mi racconta. La sua Capo Colonna era in pericolo e lui era lontano. “Contattai Striscia la notizia, Le Iene e Vittorio Sgarbi, quest’ultimo così tante volte che il suo procuratore mi mandò a fanculo per l’insistenza” ricorda.
Floro Veraldi è nato a Genova da genitori calabresi. A Genova c’è solo nato nel mese di giugno del 1991. A luglio era già in Calabria. Ma i suoi genitori lavoravano lì e questo lo costringeva lontano da quella che ha sempre sentito come la sua terra. Appassionato di storia ad un certo punto della sua vita è andato alla ricerca della sua identità storica e in questa ricerca si è imbattuto nell’affascinante storia di Capo Colonna, il centro culturale della Magna Grecia. A parte i primi due anni delle superiori a Crotone e le vacanze estive, il suo lavoro lo costringeva a stare lontano da quel promontorio, nel ruolo di marittimo su navi portacontainer prima e da crociera poi, era sempre in giro per il mondo. Un lavoro ben retribuito per il quale in molti sarebbero disposti a sacrificare la propria vita. Ma non Floro.
Non ero felice perché ero lontano dalla Calabria, fisicamente ero a Genova ma con la mente ero sempre lì. Anche se sono nato a Genova so per certo che la mia identità appartiene al promontorio di Capo Colonna, quando mi chiedono dove sono nato rispondo che sono un calabrese nato a Genova. Addirittura, nella cabina della mia stanza quando ero in nave avevo appeso all’entrata un foglio con scritto: “Ricordate o voi che qui entrate, varcata la porta siete in territorio krotoniate. Albe, tramonti, terre dorate, uomini della tradizione, guerrieri fin dalle epoche passate, rispetto, umiltà, onore, qui portalo sempre. Kist è Kutrone.
Vedo molta etica hacker nelle scelte e nel comportamento di Floro. Innanzitutto una grande passione da inseguire ad ogni costo.Il mio rapporto con Capo Colonna é una cosa indescrivibile, guardo documentari, compro libri, questo territorio è magico, ha tutto. Sul mio comodino e sulle pareti di casa, quando abitavo a Genova, c’erano quadri e statue riguardanti Capo Colonna, il mio cellulare ha lo screen di Capo Colonna. Questo da sempre è un promontorio sacro, luogo di culto di adorazioni divine, esistente ancor prima di Crotone.
Una passione così forte che lo spinge a lasciare il suo lavoro e a trasferirsi in Calabria la scorsa primavera. “Quando arrivi al punto in cui ogni sera guardi su Google maps Capo Colonna capisci che non è più il momento di aspettare, che è giunto il momento di fare un biglietto di sola andata. La felicità viene prima di ogni cosa, per cui ho smesso di navigare e ho seguito la mia vocazione: l’amore per Capo Colonna.
Ad un certo punto Floro contattò anche me, esattamente un anno fa. Mi scrisse su Fb per sottopormi il problema dell’erosione costiera a Capo Colonna. “Ricordo bene una tua frase – mi dice – che se i crotonesi stessi non hanno a cuore il territorio, chi per loro? Già nella mia testa a quelle parole fremevo dall’idea di venire e fare qualcosa in Calabria. C’é differenza tra essere un crotonese ed essere un krotoniate. Un krotoniate è una persona che ama il suo territorio e lo difende. Il crotonese è uno che a Crotone semplicemente ci nasce.
Rientrato a Crotone, non appena ne aveva occasione, Floro si recava a Capo Colonna e, in diverse occasioni, quest’estate, notò che alcuni visitatori dell’area erano soliti scavalcare la recinzione per fare selfie accanto alla colonna del tempio di Hera Lacinia, sui muretti mosaicati, ovunque, senza alcun rispetto per i luoghi e la storia.
Decise di denunciare sui social network i comportamenti di quelli che definì “deculturati del selfie“, la sua voce divenne un coro che portò la vicenda sui media e all’attenzione delle autorità competenti: il Mibac, il comune e la senatrice Margherita Corrado del M5S, l’unica a rispondere alle sue sollecitazioni. Venne così a scoprire che la videosorveglianza non è più attiva da luglio, a seguito di un temporale, e che chi doveva sorvegliare sulla videosorveglianza non aveva sorvegliato, da luglio si attendono lavori di ripristino che non sono mai partiti. “Oggi chi minaccia questo promontorio è proprio chi dovrebbe tutelarlo e non lo fa” – denuncia Floro. E, quindi, da buon hacker decide di mettere mano al problema. “Mi sono messo a cercare di capire come scuotere la cittadinanza per risolvere il problema, ho pensato quindi di realizzare una maglietta con la scritta QPO (ma si legge KRO) che sono le tre lettere dell’alfabeto greco antico che identificano la fondazione della citta di Krotone nel 710 a.C. e che erano presenti sulle monete e su altri reperti dell’epoca.” Intorno alle tre lettere si legge “means identity 710“, per spiegare che KRO equivale ad identità. L’obiettivo che Floro si è posto è duplice: innanzitutto quello di raccogliere, attraverso la vendita di questa maglietta, la somma di 3.000 euro da donare (in segno di provocazione ma anche concretamente) al Mibac per il ripristino dell’impianto di videoserveglianza. In secondo luogo, attraverso questo logo, di suscitare un sentimento di appartenenza e, conseguentemente, generare un sussulto di orgoglio che conduca al riscatto dei crotonesi. In tempi di fenomeni “alla Greta” la capacità dei singoli di incidere sul cambiamento dei territori è sempre più elevata.
La maglietta è in vendita al costo di 25 euro (Floro ha pensato di raggiungere i 3.000 euro con un minimo di 167 persone paganti, ma sono convinto che il passaparola che si genererà gli consentirà di raggiungere presto l’obiettivo) tolto il costo di realizzazione della maglietta, che è di 7 euro, il restante andrà interamente alla donazione.
Voglio creare un movimento di persone che credono nelle potenzialità di questo territorio e ne tutelano i luoghi e poi continuare ad utilizzare in modo simile questa formula per creare un programma di riqualificazione e tutela dell’area archeologica di Capo Colonna e di ciò che la circonda.” Il krotoniate che vuole ridare identità e orgoglio ai crotonesi, che ama fotografarsi formando con tre dita della mano il tripode delfico, ha appena cominciato la sua personale battaglia, la possibilità che diventi collettiva dipende da ciascuno di noi.

Massimiliano Capalbo

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La consegna della magliette può avvenire a mano se residenti a Crotone, aggiungendo 7.90 euro di spese di spedizione se residenti altrove.

Se c’è un luogo che, più di altri, diviene spesso oggetto dei post della maggior parte dei “leoni da tastiera” nostrani, questo è certamente l’Albergo delle fate di Villaggio Mancuso. Periodicamente, su Fb, magari in concomitanza con qualche iniziativa di animazione che si svolge nel noto villaggio montano, compaiono post di persone che lamentano lo stato di abbandono di questa storica e affascinante struttura ricettiva, invocando l’intervento degli “enti preposti” per la sua salvaguardia e il suo recupero, salvo poi tornare nel torpore quotidiano fino alla successiva occasione di visita e di lamentela.
Di solito chi ama veramente un luogo, una struttura, un’idea, ed ha veramente a cuore il suo futuro non perde tempo in chiacchiere ma agisce. E’ il caso della Compagnia cineteatrale del Brigantino di Taverna che ha ideato quella che ho sempre immaginato essere una delle modalità più rapide e a costo zero per rianimare questa storica struttura ricettiva, tenuto conto delle condizioni in cui versa attualmente.
L’idea nasce anni fa in realtà – mi racconta Giovanni Dardano che nella rappresentazione impersonifica il professor Abraham van Helsing, personaggio del romanzo Dracula, un filosofo metafisico che conosce i mali dell’occulto – quando per la prima volta sono entrato nell’albergo. Il corridoio mi ha ricordato subito l’Overloook hotel di Shining e quindi l’idea che la location fosse perfetta per uno spettacolo/cortometraggio horror“.
Così, domenica 22 settembre, grazie alla collaborazione di Salvatore Piccoli del Grand Hotel Parco dei Pini e alla famiglia Arcuri proprietaria dell’immobile, si è tenuto “Albergo delle fate Horror story” un percorso a tema horror (ma forse sarebbe meglio dire thriller) con escape room finale che ha visto, oltre a Giovanni Dardano, anche Salvatore Montesani, Maria Procopio, Lorena Amelio, Rossella Scalise, Francesca Puleo, Federica Pullano, Aurelio Lia, Luciano Pupo, Tommaso Lia e Samuele Godino, protagonisti di una storia da brividi messa in scena nelle sale e nelle camere dello storico hotel. La sceneggiatura è stata scritta immaginando che il declino dell’albergo fosse dovuto al fatto che prima della legge Basaglia lo stesso fosse stato adibito a manicomio criminale in cui furono rinchiusi i peggiori serial killer del tempo e che, oltre ad essi, fossero state rinchiuse persone che hanno ucciso perché possedute da spiriti maligni che ancora abitano quei luoghi. Ma l’occasione ha offerto e offre anche lo spunto per raccontare un pò della reale e affascinante storia dell’Albergo delle fate, scenario di famosi film interpretati da Amedeo Nazari, Aroldo Tieri, Silvana Mangano e Marisa Del Frate.
Il successo dell’iniziativa è stato immediato. Sold out la prima giornata (la prossima sarà domenica 29 settembre) che ha visto 279 biglietti staccati a gruppi, soprattutto di giovani di età compresa tra i 20 e i 35 anni, che hanno percorso i corridoi e le stanze dell’hotel per tutta la giornata, dalle 9.30 alle 18.30, e che, oltre ad assistere alla performance da brividi, hanno dovuto risolvere un enigma per uscire dall’ultima stanza del percorso. Certo, molte cose possono essere migliorate, magari il tema non appassiona tutti, ma il merito è sempre e solo di chi osa per primo, di chi vede prima degli altri e prova a indicare una strada invece di limitarsi ad emettere sentenze e a lamentarsi.
Questa storia dimostra e conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che quello che è mancato e continua a mancare a Villaggio Mancuso, così come in altre località calabresi che ambiscono ad attrarre turisti, sono le motivazioni che convincono le persone a muoversi per raggiungerle. Si continua in maniera miope e svogliata a costruire alberghi e ristoranti ma poi mancano gli attrattori, i servizi, le attività. Proponendo idee innovative e stimolanti, come quella di cui oggi raccontiamo il successo, che non costano nulla e non devastano il territorio, si possono creare forti attrattori e ottenere grandi risultati. Se si vuol continuare a lavorare bene su questa strada occorre farlo così, a piccoli passi, evitando accuratamente che vi entri la partitica (sarebbe l’unico elemento veramente horror della storia), aggiungere ogni giorno un tassello, costruire e fidelizzare il proprio pubblico senza avere fretta di crescere, ma coltivandolo nel tempo. Non c’è bisogno di possedere strutture per farlo, il vero valore è dato dai contenuti che sono immateriali, altrimenti non si spiegherebbe perché Villaggio Mancuso sia stato ridotto ad un deserto turistico negli ultimi venti anni, nonostante la mole di immobili esistenti. A Taverna qualcosa si sta muovendo, dal museo civico di Mattia Preti alla Compagnia cineteatrale del Brigantino sono diversi i giovani che si stanno dando da fare per la rinascita del territorio, a loro il compito di non disperdere questi risultati a tutti voi il compito di sostenerli. Domenica 29 si replica, vi aspettano per un altro sold out.

Massimiliano Capalbo

Sta scatenando sterili polemiche, come sempre accade in queste circostanze, l’intervista che la giornalista Donatella Bianchi, conduttrice della nota trasmissione televisiva Linea blu, andata in onda sabato mattina su RaiUno, ha fatto ad Alessandro Cortese, giovane catanzarese di appena tredici anni, già campione europeo di vela.
Tu sei di Catanzaro e a Catanzaro il mare non c’è” suggerisce la Bianchi ad un certo punto dell’intervista e Alessandro risponde: “No, non c’è e io viaggio ogni volta, prendo il treno da Catanzaro a Crotone per allenarmi“.
Non si è trattato di una gaffe, come a molti è sembrato, no. Si è trattato di un lapsus, un grosso lapsus freudiano, suggerito dalla giornalista, al quale il giovanissimo campione non è riuscito a sottrarsi. Siamo sicuri, infatti, che Alessandro abbia detto una bugia? Io non credo. Io, al contrario, credo abbia detto una grande verità che è sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vuole ammettere.
Vivo a Catanzaro Lido (quindi al mare) da 46 anni e non ho mai percepito il mare. Se al posto del mare ci fosse una montagna non cambierebbe granché nello stile di vita dei suoi abitanti. Del mare, a Catanzaro, non si percepisce quasi nulla. Innanzitutto non si vede, coperto da un lungomuro di cemento armato, costruito per difendere le case costruite troppo vicine alla spiaggia; rarissimi poi i simboli e pochissimi i locali o ristoranti che richiamano nel loro nome e nella loro cucina il mare; nessuna traccia di pescatori o di barche o di reti o di attività che richiamino il mare (relegati nel neonato porto e in passato costretti ad emigrare anch’essi nel porto di Crotone); nessuna attività economica (se non banali lidi costruiti per due mesi l’anno sull’arenile) ideata sfruttando il mare; nessun artigiano che costruisce souvenir caratteristici a tema marino; nessun cantiere navale; nessun museo del mare; nessun piatto tradizionale a base di pesce; nessun circolo nautico; pochissime pescherie; nessun sistema di produzione di energia ricavata dal mare. L’unica attività sportiva che sfrutta il mare (il kayaking) è nata da pochi anni e riguarda una nicchia di cittadini appassionati; anche il porto, in costruzione da quando sono nato, ancora non è giunto a completamento e ha cominciato da pochi anni ad ospitare delle imbarcazioni. L’unico giorno in cui ci si ricorda del mare è l’ultima domenica di luglio quando una processione di barche (che prima della costruzione del porto mi sono sempre domandato da dove improvvisamente sbucassero) accompagna la Madonna di Porto Salvo (patrona del quartiere Lido e non della città). Perfino per andare al mare i catanzaresi preferiscono altre spiagge (Copanello, Caminia, Pietragrande, Montepoane, Soverato) a decine di chilometri dal quartiere Lido. Dopo aver contribuito ad inquinarlo (a fine anno i depuratori sono stati sequestrati) vanno alla ricerca di spiagge considerate (a torto) più pulite, un comportamento molto simile a quello che adottano in tutte le altre circostanze, prima contribuiscono a creare il deserto e poi invitano i propri figli ad emigrare alla ricerca di improbabili eden.
Perché dunque Alessandro avrebbe dovuto affermare che a Catanzaro c’è il mare? Lui, per allenarsi, deve andare a Crotone. Se fosse rimasto a Catanzaro non sarebbe diventato il campione che è oggi. Per solcare il mare con la sua barchetta a vela deve percorrere settantadue chilometri, eppure abita al mare. E perché tanta indignazione se il mare per i catanzaresi è solo un luogo come un altro per continuare a vivere come vivrebbero anche se non ci fosse? Perché, invece, non ha fatto notizia sui social e non ha scatenato dibattiti e generato tentativi di emulazione quando, appena due anni fa, a soli 11 anni, lo invitai al VI Raduno delle Imprese Eretiche per raccontare la sua passione per il mare, quando era ancora solo una promessa della vela europea?
Forse i catanzaresi dovrebbero essere un pò meno permalosi e un pò più obiettivi e autocritici, se vogliono crescere e diventare persone mature. Hanno trascorso l’estate a dibattere di tre problemi molto gravi per il futuro della città: l’inversione di marcia di una strada, l’installazione di una ruota panoramica e il posizionamento di una scritta dentro un’aiuola del lungomuro, mentre la più grande opera di cementificazione è partita per fagocitare quel poco di natura e di mare, appunto, che resta (la pineta e l’area dunale di Giovino) di cui nessuno si scandalizza o si preoccupa.
A Catanzaro il mare si percepisce solo d’inverno, quando stufo di essere ignorato e violentato, infrange le sue onde su quel lungomuro che è lì a testimoniare il nostro amore e interesse per lui. Forse un giorno dovremo ringraziare Alessandro per avere avuto il coraggio di affermare quello che i suoi concittadini non vogliono ammettere: che a Catanzaro il mare ancora non c’è.

Massimiliano Capalbo