Mustafà non è un essere umano, è il marocchino eroe. Non è un uomo che, di fronte ad un gesto di violenza nei confronti di una donna, ha reagito come farebbero tutti gli esseri umani sani di mente: difendendo l’aggredita. Nonostante tenti di sottolineare di non essere un eroe, tutti i media continuano a dipingerlo come un esemplare raro. In una società che ha smarrito le coordinate della normalità, dove l’avidità e il consumo hanno accecato e reso insensibili i consumatori, il suo gesto appare insolito e lui un extraterrestre sbarcato da chissà dove, un esemplare quindi da studiare e analizzare.
Non sa cosa lo aspetta da oggi in poi. Non ha ancora capito che la durata dell’aggressione, a cui ha posto fortunatamente fine, è nettamente inferiore a quella che la sua privacy subirà da oggi in avanti. Dopo l’onorificenza del comune di Crotone e di chissà quante altre istituzioni, gli toccherà andare a “Che tempo che fa” a rappresentare un esempio vivente di immigrato buono, in funzione anti-Salvini; poi a “La Vita in diretta” e in tutte quelle trasmissioni che diffondono paure e fantasmi, come esempio di eccezione che conferma la regola; poi Massimo Gramellini certamente gli dedicherà un articolo o la conclusione del suo programma; l’opposizione partitica lo userà come grimaldello contro la maggioranza e così via.
Mustafà non sa di essere appena entrato nel tritacarne mediatico italiano, alla continua ricerca di argomenti da utilizzare strumentalmente e ideologicamente contro o a favore di qualcuno. Non sa di vivere in un paese dove la schizofrenia non si esprime solo brandendo un cacciavite.

Massimiliano Capalbo

E’ la prima volta, mi pare, che usare troppo Facebook viene portato a motivo di una rimozione da incarico pubblico, una rimozione furbescamente nascosta da un atto di sospensione a due giorni dalla scadenza di mandato, per impedire la riconferma di Carlo Tansi alla Protezione Civile di Calabria.
E per “uso spropositato di Facebook” qui non si intende che il dirigente in questione usasse i social per divertimento o per perder tempo come fanno tanti, no, usava i social per denunciare il malaffare che aveva trovato nella gestione della Protezione Civile della sua regione.
Lui, dirigente di un ente esterno alla regione, si era permesso di criticare un consigliere regionale il quale, secondo i “saggi” della Regione, “è insindacabile nell’esercizio delle sue funzioni”, insomma un consigliere regionale può dire le cavolate che vuole, ma Tansi no, lui deve soppesare parola su parola e pensare bene alle conseguenze di quello che dice, cioè al discredito che può nascere, come se il discredito che l’istituto regionale ha in Calabria fosse la conseguenza delle parole di un dirigente della protezione civile, invece che degli atti dei politici e dei dirigenti che hanno governato per decenni una regione devastandola in tutti i modi possibili.
Non è un caso che Cetto La qualunque sia nato in Calabria. Qui alligna la peggiore classe dirigente d’Italia. Il bello è che con questa rimozione-sospensione i dirigenti regionali confermano proprio le accuse di Tansi. I furbi sanno di infangare se stessi e le funzioni che ricoprono, ma si sentono impuniti e se ne fregano. Fino a quando? Quando i calabresi si decideranno a rimuovere i dirigenti e i politici della regione? Hanno fatto tutti un uso spropositato dei propri privilegi, Tansi solo di Facebook.

Giuliano Buselli

Venerdi 16 novembre, a Lamezia Terme, si è svolta una manifestazione per dire “basta al degrado!” indetta da alcuni comitati cittadini. Per le strade hanno sfilato numerose associazioni (e molti più numerosi studenti) che hanno attraversato la città fino a raggiungere la sede del municipio, dove hanno consegnato, si legge nelle cronache, “un documento alla terna commissariale (che non si è fatta trovare) con le istanze del mondo culturale, sportivo e imprenditoriale lametino“. Da mesi, infatti, la città è sommersa dai rifiuti, gli spazi tradizionali in cui si svolgevano le attività sportive e culturali chiusi o difficilmente praticabili a quanto pare dai commissari che ne gestiscono l’ordinaria amministrazione fino a nuove elezioni.
L’iniziativa avrebbe del comico se i problemi che l’hanno generata non fossero seri e reali. Osservando le immagini in tv la domanda che sorgeva spontanea era: ma a chi si sta rivolgendo tutta questa gente? Contro chi protesta? Ma certo, contro lo Stato ovviamente, questa invenzione geniale che ci rende tutti vittime di un’entità astratta e inafferrabile e dunque destinata a perseguitarci a vita ma anche ad assolverci. Un ottimo alibi per tanti.
Pensare di far credere a chi non conosce la città che il degrado di Lamezia derivi dai commissari che in questi mesi la governano è una favoletta alla quale non credono nemmeno i bambini. Tutti i partecipanti (maggiorenni) alla manifestazione, infatti, chi più chi meno, chi attivamente e chi passivamente, chi con ruoli di primo piano chi di riserva, hanno contribuito in vari modi e con mezzi diversi, con ogni piccolo comportamento quotidiano, a rendere la città quello che è oggi. Anche volendo un uomo solo, per quanto geniale e intraprendente, non sarebbe in grado di soggiogare una città ai suoi voleri senza l’ausilio di complici.
I manifestanti, al termine della manifestazione, invece della terna commissariale avrebbero dovuto trovare un grande specchio nel quale riflettersi, e possibilmente anche riflettere. Ma questo non fa comodo a nessuno, ovviamente. E’ più facile ricercare il capro espiatorio del momento, per allontanare da sè tutte le responsabilità.
Se questa folla si fosse rimboccata le maniche e avesse ripulito la città, se avesse occupato gli spazi pubblici, le piazze e i giardini, organizzando spettacoli culturali e manifestazioni per diversi mesi, se avesse avviato dei tavoli di discussione tra cittadini per individuare soluzioni ai problemi in ogni quartiere, se si fosse ripresa la città invece di delegarla a qualcun altro (come ha fatto fino ad oggi) che non ha alcun interesse ad amministrarla seriamente, sarebbe già a metà dell’opera e agli occhi dell’opinione pubblica apparirebbe più credibile.
La gente cerca e costruisce nemici fuori di sé dimenticando che il vero nemico è quello che ha dentro, che ogni giorno mette in atto iniziative di autosabotaggio. Niente può accadere senza il nostro assenso. Le città sono malate quanto i propri abitanti, sono lo specchio di chi le abita, la cartina di tornasole. Un pensiero distruttivo non può generare nulla, solo degrado. Queste iniziative sono morte prima di nascere (ammesso che siano nate in buona fede) perché tentano di cambiare il mondo esterno invece di quello interiore. Accusare il mondo, crederlo artefice del proprio destino, lamentarsi, giustificarsi, nascondersi, sono le manifestazioni di un’umanità malata, immatura, che ha perso ogni capacità di esprimere volontà e che ha dimenticato di essere l’unica responsabile delle proprie azioni.
La convinzione che esista qualcosa o qualcuno all’infuori di noi in grado di cambiare il nostro destino genera una cosa molto radicata soprattutto al Sud: la dipendenza. La gente che dipende celebra quotidianamente tutti i rituali di questa dipendenza, confondendosi tra la folla, dal posto di lavoro alla manifestazione di protesta.

Massimiliano Capalbo