Sono stato a Vaccarizzo di Montalto Uffugo, sabato, per partecipare al secondo incontro del percorso di trasformazione, partito il 28 febbraio scorso e che si concluderà a fine maggio, per la rigenerazione sociale di questo piccolo, e fino a ieri sconosciuto, borgo di 500 anime in provincia di Cosenza. Venerdì mattina i residenti, increduli, erano tutti in edicola ad acquistare il Sole 24 ore, ieri è arrivata la Rai, il borgo è stato improvvisamente catapultato sotto i riflettori. Che sta succedendo? Sono gli effetti di una società, quella post-moderna, che crede solo se si vede rappresentata sui media. Ma questa, come tante altre storie che abbiamo raccontato negli ultimi dieci anni su questo blog, ci dimostra al contrario che in realtà vede solo chi crede. E la persona che ci ha creduto prima degli altri, prima ancora di vedere, è una nostra vecchia conoscenza, si chiama Roberta Caruso.
Da quattro anni questa giovane filosofa eretica calabrese è ritornata nella sua Montalto Uffugo e ha avviato, prima attraverso Home for Creativity e adesso con I live in Vaccarizzo, un processo di trasformazione sociale che, ne sono convinto, diventerà una case history di livello internazionale. Dopo aver stravolto e ridefinito il concetto di ospitalità, replicando il modello della sua Home in Puglia e Toscana, con questo nuovo progetto nato in seno a Ulab-S, il primo percorso di innovazione multi-locale basato sulla visione, il metodo e gli strumenti della Teoria U di Otto Scharmer (Senio Lecturer della MIT Sloan School of Management e fondatore del Presencing Institute di Boston), ha deciso di dare una chance a questo piccolo borgo vittima, come la maggior parte di quelli calabresi, di spopolamento. Otto Scharmer si definisce un change maker, sostiene che per cambiare il mondo occorre partire dalle persone e ha inventato un metodo composto da vari strumenti che aiutano le persone a passare da una visione parcellizzata della realtà ad una sistemica.
Il laboratorio è guidato da BRIT , start up innovativa italiana focalizzata sulla rigenerazione e la valorizzazione di borghi e dimore storiche a rischio di abbandono, che ha partecipato ad una selezione internazionale e vedrà, fino a maggio, più di 300 team in tutto il mondo co-modellare sistemi più sostenibili e socialmente equi. Vaccarizzo rappresenta un prototipo e l’obiettivo è quello di avviare iniziative per innescare un processo di ripopolamento, coinvolgendo e rendendo protagonisti gli abitanti del borgo stesso, supportati da Federica Benatti, Renzo Provedel e Michela Rossi che fanno parte del team di BRIT e che si appoggiano ad un altro team di supporto di cui Roberta Caruso è parte.
Nella prima tappa del laboratorio, il 28 febbraio, si è tenuto il Sensing Journey, una passeggiata nel borgo per raccogliere le testimonianze, individuare le risorse e conoscere gli attori del processo, che è sfociato in un bel video visibile sulla pagina Fb del progetto.
Nella giornata di sabato, invece, si è tenuto il laboratorio vero e proprio che ha visto un nutrito gruppo di residenti partecipare al processo di produzione collettiva di senso, attraverso l’applicazione di due metodi: il CRM (Current Reality Movie) e la Mappa 4D. Attraverso dei giochi di ruolo i partecipanti sono passati dal vedere il sistema dall’esterno ad impersonare i diversi ruoli che lo compongono e ad esplorarli dall’interno, mettendosi nei panni dell’altro e cercando di acquisire consapevolezza circa le relazioni che ciascuno può instaurare col proprio compaesano ma anche riconoscendone l’importanza e il valore. Alla fine sono venute fuori delle vere e proprie sculture di corpi che fotografavano le connessioni, i sentimenti, le aspirazioni della comunità di Vaccarizzo.
Altri incontri si terranno fino a maggio, sia reali che da remoto, per innescare il processo di rigenerazione che dovrà portare alla rinascita, sociale ed economica, di Vacarizzo. Nella scelta dei ruoli da interpretare nel gioco, i residenti non hanno inserito cariche politiche o istituzionali. C’era la mestra, il medico, l’anziano, l’adolescente, l’agricoltore, ma non c’erano ad esempio il sindaco o l’assessore. Nessuno dei partecipanti all’esperimento ha pensato di inserire, nel processo di rigenerazione del borgo, una figura istituzionale. Una dimenticanza? Un tentativo di rimozione? Nulla di tutto questo. Semplicemente la conferma di ciò che su questo blog abbiamo sempre evidenziato, attraverso il racconto delle esperienze eretiche. Nei processi di cambiamento post-moderni le istituzioni non rappresentano il motore ma, semmai, la ruota di scorta. Per agire e cambiare il territorio occorre semplicemente che le persone acquisiscano la consapevolezza di avere un potere, che sappiano esercitarlo assieme agli altri membri della comunità, avendo una visione sistemica. Occorre cioè farsi istituzione, diventarlo, perché quelle a cui abbiamo delegato questo compito non lo svolgono più. Non è un caso se il sindaco di Montalto, assente e all’oscuro di ciò che sta avvenendo nel suo comune (come la maggior parte dei suoi colleghi calabresi), sia comparso solo quando ha saputo dell’arrivo della Rai (o forse è la Rai che non riesce a fare un servizio senza la presenza di un partitico).
Non avevo mai sentito parlare di Otto Scharmer e delle sue teorie ma è interessante e impressionante notare come, lavorando in territori diversi, distanti culturalmente ed economicamente, siamo giunti comunque alle medesime conclusioni. Quando, in tempi non sospetti, mi scagliavo contro i pregiudizi dei media e di alcuni illustri commentatori e affermavo che la Calabria è il luogo dove le cose accadono prima i più sorridevano. La scelta di Vaccarizzo, che è stato preferito ad altre località della Liguria, del Trentino e dell’Emilia, è stata determinata dalla rete di relazioni familiari e non che Roberta ha costruito e gestito in questi anni, che le hanno permesso di assumere un ruolo di leader riconosciuto nel percorso di accompagnamento verso la rigenerazione. I leader non sono quelli che si mettono in capo ad una folla e dicono “seguitemi!” I leader sono le persone capaci, attraverso il proprio agire e la propria energia positiva, di ispirare, di generare tentativi di imitazione.
Non vi è alcun elemento di eccezionalità in questo piccolo e accogliente villaggio alle pendici della Catena Costiera, alcuna singolarità che lo dovrebbe rendere agli occhi dei potenziali futuri abitanti più attrattivo rispetto ad altre località. Quello che sta avvenendo qui potrebbe avvenire in qualsiasi altro luogo, questo tra l’altro è l’auspicio del progetto. La differenza sta, come ha capito e ci ha insegnato in questi anni Roberta, nella capacità di costruire e coltivare relazioni umane. Roberta non vive a Vaccarizzo ma crede in Vaccarizzo, “I believe” potrebbe affermare più che “I live”, e i residenti hanno cominciato a crederle e a crederci anche loro. Molti rappresentanti istituzionali sono convinti che i borghi spopolati possano diventare attrattivi e rinascere se sanno vendere questo o quel prodotto tipico, questo o quel monumento, questo o quella risorsa naturalistica. Si sbagliano di grosso. Questi elementi sono solo un contorno e sono nella disponibilità di tutti, il valore più grande e più difficile da costruire è dato dal capitale umano, è su questo che occorre lavorare per un cambiamento (di mentalità) che non sia solo utile a ripopolare gli immobili ma anche a migliorare la qualità delle persone che li abitano. E siccome i rappresentanti istituzionali di cui sempre ci lamentiamo non vengono da Marte ma sono espressione della comunità che li elegge, solo migliorando la qualità dei residenti, come per magia e semplice conseguenza, ci accorgeremo che anche le istituzioni saranno diventate migliori.

Massimiliano Capalbo

Se l’Italia fosse un parco si potrebbe chiamare Egolandia. Non passa giorno, infatti, e non esiste ambito che non sia ostaggio dell’ego di qualcuno. La politica in prims, l’imprenditoria, l’arte, la scienza, l’istruzione non si salva nessun settore della società, dinnanzi a tutto c’è lo strabordante egocentrismo di qualcuno.
L’egocentrismo è, ovviamente, inversamente proporzionale allo spessore di chi lo esercita. Più l’essere è mediocre e più tende ad accrescere il proprio ego.

Tu cosa sai fare? Cantare? E canta! Tu cosa sei? Un pittore? E dipingi! Tu sei bravo in matematica? E occupati di quello! Sono le affermazioni che compaiono più di frequente sulla bocca degli stolti, degli ignoranti (di quelli cioè che ignorano il funzionamento del mondo) quando qualcuno “sconfina” dal proprio ambito di competenza. Una concezione parcellizzata della vita che conduce ad errori grossolani, generati dalla mancanza di una visione sistemica. La cosa più grave è che non sappiamo ciò che non conosciamo e questo ci rende sicuri di sapere, un atteggiamento che porta dritti dritti al fallimento.

La nostra intelligenza, come umanità, non risiede nei singoli cervelli (per fortuna) ma nella mente collettiva. Presi singolarmente siamo poco più che ignoranti. La conoscenza, infatti, è il prodotto di una comunità. Io so di sapere perché so dove andare ad attingere quando non so e questo è ancora più vero oggi, vista la pervasività e la facilità di accesso alle nuove tecnologie. Negare o tacciare di sconfinamento qualsiasi tentativo da parte di uno qualsiasi dei membri della comunità di contribuire sotto qualsiasi forma (un pensiero, una canzone, un dipinto, un’opera architettonica etc.) all’accrescimento dell’intelligenza collettiva e quindi dell’efficacia della sua azione, significa scegliere di seguire la strada del regresso e dell’ignoranza. Non è un caso se i problemi, nella nostra società, invece di essere risolti o prevenuti vengono accresciuti e rimandati all’infinito. Jerome Liss parla di epistemologia del rispetto per indicare che ognuno di noi possiede un’esperienza unica del mondo e, quindi, preziosa per il resto della comunità.

La segmentazione e parcellizzazione dei saperi e, in particolare, la separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica ha un’origine storicamente recente. Nell’antica Grecia una formazione, per essere completa, doveva comprendere lettere, scienze, natura, fisica, etica etc. Leonardo da Vinci e Brunelleschi, per citare due dei geni italiani più noti, devono ad uno studio interdisciplinare le loro straordinarie realizzazioni. Ma la lista potrebbe essere infinita e giungere fino al XIX secolo quando, il moltiplicarsi delle discipline e la loro progressiva specializzazione, comincia a rendere veramente difficile per un solo essere umano conoscere tutto lo scibile umano. Ha inizio, così, la separazione dei saperi. Una separazione che ha condotto, a giudicare dalle cronache quotidiane, anche alla separazione dei problemi e alla segmentazione dell’agire. Invece di accrescere il bisogno dell’altro come fonte di sapere, questa separazione ha condotto all’isolamento di ciascuno all’interno del proprio ambito di competenze, considerate un fortino dal quale attaccare il nemico. Tutto ciò ha condotto a separare la razionalità dalle passioni, la mente dal corpo, i sentimenti dall’efficienza, l’immaginazione dalla pianificazione. Edgar Morin, nel suo libro La testa ben fatta, scriveva: “l’intelligenza che sa solo separare spezza il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, unidimensionalizza il multidimensionale” e ancora “un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso planetario rende ciechi, incoscienti e irresponsabili”.

La maggior parte dei problemi che ci tocca affrontare quotidianamente nasce dall’incapacità di considerarci parte di un tutto. La nostra ignoranza in termini di consapevolezza è spaventosa. I mezzi tecnologici a nostra disposizione ci rendono ancora più pericolosi. Il nostro agire prescinde da tutto ciò che ci circonda, siano esse persone, piante o animali. “Tradizionalmente – scrive Raimon Panikkar – la conoscenza era la facoltà di identificarsi con la cosa conosciuta e assimilarla. Comportava la triplice attività che rende umano l’Uomo: conoscere, amare (volere) e agire, cioè discernere, fare la scelta giusta e metterla in pratica. Tale conoscenza ha un potere salvifico…. mentre la scienza moderna si riduce a calcolo senza più alcun potere salvifico.

Uno degli obiettivi della Scuola Eretica dell’Essere è quello di formare un uomo nuovo, multidimensionale, eretico, capace di discernere, fare la scelta giusta e metterla in pratica.

Massimiliano Capalbo