Domenica 20 ottobre un comitato composto da più associazioni ambientaliste ed escursionistiche, amici, camminatori, amanti della natura, devoti di San Francesco e semplici simpatizzanti, dopo aver lanciato una raccolta di firme sul Web, ha percorso il sentiero che conduce a Cozzo Cervello, la terza cima più alta della Catena Costiera Calabrese (1389 mslm), per far desistere il Comune di Paola dall’intento di tagliare il bosco di faggi (ben 1972 alberi) li presente. La storia ogni tanto si ripete. Il sindaco di Paola, al termine della manifestazione, ha annunciato la revoca del bando (al momento a parole), attendiamo gli atti formali.
Ora, messa così potrebbe sembrare la solita battaglia romantica degli ambientalisti di turno che vogliono bene agli alberi, in realtà raccontare obiettivamente questa storia è molto importante perché può essere d’esempio per altri territori e per iniziative future. Il tempo del romanticismo ambientalista, infatti, è finito. Ce lo dice l’urgenza con cui oggi sentiamo di dover fare qualcosa per fermare non tanto il cambiamento climatico globale (impossibile da controllare) ma l’inquinamento del territorio nel quale viviamo (che sarebbe già un risultato straordinario) e ce lo dice anche l’urgenza di creare valore sul territorio per uscire dalla crisi nella quale ci troviamo impantanati da tempo. Ambiente ed economia, due parole che sembrano in antitesi tra loro ma che in realtà insieme potrebbero dare quella svolta tanto attesa.
Questa non è la storia di un taglio non autorizzato o fatto male. No, non c’entra nulla. Era tutto in regola. La storia di Cozzo Cervello in realtà è la storia del Cammino di San Francesco di Paola, un percorso di mobilità lenta, per un viaggio a piedi o in bici, tra i luoghi che hanno fatto da cornice alla vita del santo calabrese ideato da Alessandro Mantuano, Vincenzo Astorino e Riccardo Tolmino, tre giovani calabresi che hanno costruito e coltivato una comunità di persone (escursionisti, camminatori, appassionati di viaggi, devoti di San Francesco e semplici curiosi) e hanno deciso, tre anni fa, di cominciare a guardare con occhi diversi il loro territorio. Prima come “Escursionisti Appennino Paolano” e poi con la creazione dell’associazione “Il Cammino di San Francesco di Paola” con lo scopo di progettare, tutelare e valorizzare l’omonimo itinerario escursionistico, culturale e religioso.
Dal 2017 ad oggi Alessandro, Vincenzo e Riccardo hanno progettato (sono ingegneri e architetti, guide ed esperti di beni culturali e ambientali) e reso percorribile il sentiero, partendo da San Marco Argentano e arrivando a Paterno Calabro, dotandolo di una segnaletica realizzata con pietre miliari, frecce direzionali con indicazione delle distanze, decorate con ceramiche raffiguranti scene di vita del santo, cartelli, segnavia etc.
Il progetto completo si compone di cinque itinerari che ripercorrono i momenti diversi della vita di Francesco e dei suoi spostamenti in Calabria e anche in Sicilia. Sono stati già realizzati i primi due itinerari, la Via del Giovane e la Via dell’Eremita, per un totale di 112 km con il contributo dei comuni di San Marco Argentano, Cerzeto, San Fili, Cerisano, Mendicino, Paterno Calabro e Paola interessati dal passaggio dell’itinerario. Il terzo e il quarto (la Via dei Monasteri e la Via per la Francia) sono in via di strutturazione. Si sta iniziando a lavorare anche alla realizzazione del quinto itinerario, la Via per la Sicilia. “Il nostro sogno – dichiara Alessandro – è quello di completare il cammino fatto sei secoli fa da Francesco di Paola, ripercorrendo quel lungo viaggio che lo portò da Paterno Calabro in Sicilia, per costruire a Milazzo, il primo convento al di fuori dal territorio calabrese. Solo così arriveremo a completare il nostro progetto: unire idealmente tutti i monasteri costruiti da San Francesco attraverso un sentiero lungo 640 km.” Grazie alla collaborazione con enti locali e nazionali, il Cammino ha ottenuto il riconoscimento dal “Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo” (nel 2017), ed è stato inserito nell’Atlante dei Cammini d’Italia.
I tre giovani hanno anche sviluppato un’app del Cammino, per dispositivi Apple e Android, avvalendosi nel 2017 di un bando del Mibact, che guida passo passo il pellegrino nel compiere il cammino in autonomia. Tutto questo sta già creando economia, non solo spiritualità. Nell’ultimo anno sono stati 596 i camminatori che hanno compiuto il percorso, di cui il 35% accompagnati e il resto in maniera autonoma, raddoppiati rispetto al primo anno.
Il paventato taglio del bosco di Cozzo Cervello, dunque, è apparso come un tronco caduto sul sentiero, è andato a mettersi di traverso rispetto ad un progetto già avviato. Ecco perché questa storia è importante. Chi ha scelto di prendersi cura di quel territorio aveva già deciso il suo futuro e le istituzioni tradizionali (incapaci di leggere i cambiamenti culturali) sembravano essersi messe di traverso. Il comportamento del Comune di Paola, in particolare, è stato certamente singolare. Dopo aver contribuito a finanziare il Cammino stava autorizzando il taglio di un bosco attraversato dal Cammino, che è un pò come se dopo aver autorizzato la realizzazione di lidi sulla spiaggia avesse deciso di togliere la sabbia, un comportamento che da un pò la misura della schizofrenia istituzionale nella quale siamo immersi.
L’esperienza di Cozzo Cervello non è una vicenda di contrapposizioni e di battaglie partitiche o ideologiche. E’ la storia, purtroppo sempre più frequente, dell’assenza di comunicazione e dialogo tra istituzioni tradizionali e cittadini. Ma siccome chi agisce prima crea le condizioni (materiali, di visibilità etc.) necessarie perché la battaglia volga a proprio favore, non può essere scalzato. Solo chi non fa nulla e resta a guardare è costretto poi ad assistere alla spartizione delle spoglie del territorio tra la partitica locale e il neocolonialista di turno. Vince chi arriva prima.
Questa è una storia di lungimiranza, di visione, di costruzione di un percorso non solo materiale ma anche culturale e sociale che conduce alla riscoperta e alla valorizzazione delle risorse materiali e immateriali della nostra regione che dovrebbe essere da monito per tanti che esitano a prendere l’iniziativa. E’ ancora una volta la storia di cittadini che decidono di farsi istituzione e di incidere e contare più di quelle deputate a farlo. E’ ancora una volta la dimostrazione che se il territorio è lasciato in mano “alle istituzioni tradizionali” rischia di morire o di essere gravemente compromesso. Se quel bosco non si taglierà più sarà perché dei cittadini hanno deciso quale politica attuarci su da oggi in poi. Se domani i nostri figli potranno abbracciare ancora quegli alberi lo dovremo a queste giovani e lungimiranti istituzioni.

Massimiliano Capalbo

Se c’è un luogo che, più di altri, diviene spesso oggetto dei post della maggior parte dei “leoni da tastiera” nostrani, questo è certamente l’Albergo delle fate di Villaggio Mancuso. Periodicamente, su Fb, magari in concomitanza con qualche iniziativa di animazione che si svolge nel noto villaggio montano, compaiono post di persone che lamentano lo stato di abbandono di questa storica e affascinante struttura ricettiva, invocando l’intervento degli “enti preposti” per la sua salvaguardia e il suo recupero, salvo poi tornare nel torpore quotidiano fino alla successiva occasione di visita e di lamentela.
Di solito chi ama veramente un luogo, una struttura, un’idea, ed ha veramente a cuore il suo futuro non perde tempo in chiacchiere ma agisce. E’ il caso della Compagnia cineteatrale del Brigantino di Taverna che ha ideato quella che ho sempre immaginato essere una delle modalità più rapide e a costo zero per rianimare questa storica struttura ricettiva, tenuto conto delle condizioni in cui versa attualmente.
L’idea nasce anni fa in realtà – mi racconta Giovanni Dardano che nella rappresentazione impersonifica il professor Abraham van Helsing, personaggio del romanzo Dracula, un filosofo metafisico che conosce i mali dell’occulto – quando per la prima volta sono entrato nell’albergo. Il corridoio mi ha ricordato subito l’Overloook hotel di Shining e quindi l’idea che la location fosse perfetta per uno spettacolo/cortometraggio horror“.
Così, domenica 22 settembre, grazie alla collaborazione di Salvatore Piccoli del Grand Hotel Parco dei Pini e alla famiglia Arcuri proprietaria dell’immobile, si è tenuto “Albergo delle fate Horror story” un percorso a tema horror (ma forse sarebbe meglio dire thriller) con escape room finale che ha visto, oltre a Giovanni Dardano, anche Salvatore Montesani, Maria Procopio, Lorena Amelio, Rossella Scalise, Francesca Puleo, Federica Pullano, Aurelio Lia, Luciano Pupo, Tommaso Lia e Samuele Godino, protagonisti di una storia da brividi messa in scena nelle sale e nelle camere dello storico hotel. La sceneggiatura è stata scritta immaginando che il declino dell’albergo fosse dovuto al fatto che prima della legge Basaglia lo stesso fosse stato adibito a manicomio criminale in cui furono rinchiusi i peggiori serial killer del tempo e che, oltre ad essi, fossero state rinchiuse persone che hanno ucciso perché possedute da spiriti maligni che ancora abitano quei luoghi. Ma l’occasione ha offerto e offre anche lo spunto per raccontare un pò della reale e affascinante storia dell’Albergo delle fate, scenario di famosi film interpretati da Amedeo Nazari, Aroldo Tieri, Silvana Mangano e Marisa Del Frate.
Il successo dell’iniziativa è stato immediato. Sold out la prima giornata (la prossima sarà domenica 29 settembre) che ha visto 279 biglietti staccati a gruppi, soprattutto di giovani di età compresa tra i 20 e i 35 anni, che hanno percorso i corridoi e le stanze dell’hotel per tutta la giornata, dalle 9.30 alle 18.30, e che, oltre ad assistere alla performance da brividi, hanno dovuto risolvere un enigma per uscire dall’ultima stanza del percorso. Certo, molte cose possono essere migliorate, magari il tema non appassiona tutti, ma il merito è sempre e solo di chi osa per primo, di chi vede prima degli altri e prova a indicare una strada invece di limitarsi ad emettere sentenze e a lamentarsi.
Questa storia dimostra e conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che quello che è mancato e continua a mancare a Villaggio Mancuso, così come in altre località calabresi che ambiscono ad attrarre turisti, sono le motivazioni che convincono le persone a muoversi per raggiungerle. Si continua in maniera miope e svogliata a costruire alberghi e ristoranti ma poi mancano gli attrattori, i servizi, le attività. Proponendo idee innovative e stimolanti, come quella di cui oggi raccontiamo il successo, che non costano nulla e non devastano il territorio, si possono creare forti attrattori e ottenere grandi risultati. Se si vuol continuare a lavorare bene su questa strada occorre farlo così, a piccoli passi, evitando accuratamente che vi entri la partitica (sarebbe l’unico elemento veramente horror della storia), aggiungere ogni giorno un tassello, costruire e fidelizzare il proprio pubblico senza avere fretta di crescere, ma coltivandolo nel tempo. Non c’è bisogno di possedere strutture per farlo, il vero valore è dato dai contenuti che sono immateriali, altrimenti non si spiegherebbe perché Villaggio Mancuso sia stato ridotto ad un deserto turistico negli ultimi venti anni, nonostante la mole di immobili esistenti. A Taverna qualcosa si sta muovendo, dal museo civico di Mattia Preti alla Compagnia cineteatrale del Brigantino sono diversi i giovani che si stanno dando da fare per la rinascita del territorio, a loro il compito di non disperdere questi risultati a tutti voi il compito di sostenerli. Domenica 29 si replica, vi aspettano per un altro sold out.

Massimiliano Capalbo

Certe trasmissioni televisive, come Otto e mezzo, più che per fare informazione sono utili per comprendere la mentalità dei suoi ospiti e del paese in generale, anche perché la conduttrice pare essere più attenta al costume e al gossip che al resto. Ospite della puntata di ieri sera il neo ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova.
Le prime due domande che la Gruber rivolge al ministro riguardano, infatti, il suo abbigliamento e il suo titolo di studio (la terza media) che nei giorni scorsi avevano suscitato commenti sarcastici sui social network, divenuti per i giornalisti(?) ormai il metro di misura della notiziabilità di un fatto.
Il ministro risponde come la maggior parte dei cittadini equilibrati italiani risponderebbe sottolineando, per quanto riguarda la mancanza di un titolo di studio superiore, di non avere avuto l’opportunità di studiare e di non essere orgogliosa di questo, aggiungendo: “ho cercato di riempire tutti gli spazi sapendo di avere una lacuna in più rispetto a chi ha avuto la possibilità di avere un percorso di studi formali. Non vorrei che passasse il messaggio che non avere il titolo di studio è indifferente, i ragazzi e le ragazze devono sapere che più studiano e più possono nella vita.
Occorre fare chiarezza su questo punto. Cosa si intende per studiare? Andare a scuola? La maggior parte dei cittadini va a scuola, eppure le possibilità sembrano diminuire e non aumentare. Cosa si intende per studiare? Avere un pezzo di carta che attesta le competenze? Mai come in quest’epoca è stato così elevato il numero di laureati o masterizzati, ovvero di gente che a scuola ha trascorso la maggior parte della propria esistenza, quasi un quarto. Eppure ogni giorno persone “espertissime” fanno danni irreparabili al pianeta (penso a Fukushima, all’Amazzonia, alla plastica nel mare, alle discariche, agli inceneritori, alle Ilva, all’agricoltura intensiva, ai pesticidi, agli allevamenti intensivi, agli OGM etc.). Sono provocati da persone che hanno studiato per gran parte della loro vita. Come la mettiamo quindi? Non avere un titolo di studio non è, e non è mai stata, una lacuna come pensa il ministro e la gran parte della gente, se non in termini di reddito. Fino alla fine del secolo scorso avere un titolo di studio significava avere una possibilità in più di trovare un posto fisso e quindi uno stipendio, oggi non più. Eppure si continua ancora a credere e a pensare che il titolo di studio (che è altra cosa rispetto alla conoscenza) sia dirimente. Altrimenti non vedremmo le file di pecore ai concorsi come in questi giorni. Eppure il ministro stesso, così come centinaia di imprenditori di successo, sono li a testimoniare che l’equazione funziona sempre meno. Non solo non funziona per quanto riguarda le competenze ma anche, come spesso ci racconta certa sinistra, per quanto riguarda lo stile e la capacità di stare al mondo. Il ministro Bellanova, infatti, sa parlare molto meglio di tanti ministri dotati di pezzo di carta ed ha un’intelligenza interpersonale che nasce dall’esperienza quotidiana, non dal suo titolo di studio.
Se il titolo di studio fosse dirimente e sufficiente a garantire la qualità della conoscenza, la sequela di domande che la Gruber in 35 minuti di tempo è riuscita a formulare ai suoi ospiti, non sarebbe stata la seguente:
– Sallusti, qualcuno ha paragonato il ministro Bellanova a Di Maio è appropriato questo paragone?
– Ministra, lei è data come renziana di ferro, è corretto?
– Ministra, lei se Renzi dovesse lasciare il partito lo seguirebbe?
– Ministra, si sente più leale nei confronti di Renzi o di Zingaretti?
– Sallusti, come giudichi i primi passi di questo governo?
– Ministra, perché c’è stato il rinvio delle nomine dei sottosegretari e perché bisognerebbe fidarsi del governo?
– Ministra, non ha ragione Salvini quando dice che vi state scannando per la spartizione delle poltrone e che non durerete molto?
– Carofiglio, quanto durerà questo governo?
– Ministra, pensa che il governo durerà fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica?
– Ministra, il ministro Franceschini ha detto che il PD deve allearsi con il M5S per le amministrative, secondo lei si deve fare?
– Ministra, le fanno paura le piazze di protesta di Salvini e Meloni?
– Ministra, la prima misura per creare lavoro?
– Carofiglio, nei cinque stelle secondo lei chi è che comanda?
– Ministra, Conte è un presidente del consiglio neutrale o espressione dei 5stelle? (stessa domanda rivolta dopo a Sallusti)
– Ministra, le piace Conte? Ha un buon rapporto con lui?
– Ministra, li smonterete i due decreti sicurezza?
Il ministro Bellanova avrebbe voluto parlare di temi attinenti al suo ministero e anche i telespettatori si aspettavano di conoscere quali provvedimenti avrebbe adottato in tema di agricoltura, ma ha potuto solamente accennare a qualcosa in merito all’emergenza Xylella e alla cimice del Nord, alla tracciabilità dei prodotti per “passare dal campo alla tavola attraverso il buon produrre e il buon mangiare” all’interno di domande che nulla avevano a che fare con il suo ministero, dichiarazioni generiche che non hanno trovato purtroppo la sponda presso l’intervistatrice. Da qui a dire che il ministro saprà far bene ce ne passa. Attendiamo i provvedimenti.
Prima di mandare la pubblicità e il punto di Paolo Pagliaro la Gruber anticipa che farà un’ultima domanda al ministro che arriva puntuale: “Ministra, con il vostro governo i porti italiani saranno chiusi o aperti?” A quest’ultima domanda la ministra tenta di inserire una risposta attinente al suo ministero: “vorrei chiudere i porti alla contraffazione…” ma la Gruber la interrompe subito chiedendole: “Ma li vuole i controlli più severi su chi entra nel nostro paese in maniera clandestina?” e lei ci riprova “Senza flussi migratori le produzioni marciscono nei campi…” ma viene nuovamente interrotta da una domanda importantissima: “Lei esclude che alla Leopolda ci saranno novità per il PD?

Massimiliano Capalbo