Nulla succede per caso. L’incidente occorso in questi giorni ad Alex Zanardi avviene in un periodo in cui la maggior parte degli italiani è impegnata a recitare il ruolo di vittima del Covid-19. Da settimane attende l’elemosina da parte del governo che, a sua volta, attende quella da parte dell’Europa. Non c’è categoria professionale che non sia stata gravemente danneggiata dal Coronavirus, ovviamente. Chi viene dimenticato scrive comunicati stampa del calibro: è a noi niente? Perfino il gruppo FCA piange miseria.
In questo gioco al massacro economico, di cui vedremo gli effetti (non solo economici) nei prossimi anni, messo in piedi con tanta disinvoltura da un governo psicologicamente dipendente dal costante ricatto delle opposizioni, la figura di Zanardi emerge quasi come quella di un mito, di una divinità, di un highlander.
Ma non è Zanardi ad essere immortale, sono gli altri ad avere da tempo rinunciato a vivere. L’Italia è piena di morti che camminano, di zombie economici e politici che si trascinano quotidianamente senza sapere perché e verso dove, nonostante siano dotati di entrambe le gambe. Zanardi ha capito da tempo che vivere è qualcosa che va oltre la dimensione fisica e materiale della realtà, per comprenderlo ha dovuto lasciarsi trascinare dal fiume della vita. Non ha cercato (come fa la maggior parte) una pozza di acqua stagnante a bordo fiume dove creare la propria zona di comfort, no si è lasciato trascinare dalla corrente e a volte ha trovato cascate altissime che lo hanno fatto precipitare nel vuoto e sbattere violentemente contro le rocce. Chi è vivo dentro non ha paura di morire, è già immortale.
Alex Zanardi è stato l’esempio più straordinario che ho portato nelle scuole, nel corso di IN CONTRO, tra il 2011 e il 2016. Quando appariva la sua foto durante le mie conferenze, in sala calava il silenzio. Non lo conosceva quasi nessuno e di fronte ai suoi risultati tutti si sentivano molto piccoli. Chiedevo ai ragazzi: “alzi la mano chi è in grado con due braccia e due gambe di eguagliare i suoi traguardi“. Nessuno osava farlo. Eppure pochi minuti prima, all’inizio dell’incontro, chiedevo che alzassero la mano quanti di loro fossero d’accordo con alcuni stereotipi e pregiudizi sulla Calabria che le impedivano di raggiungere qualsivoglia obiettivo e quasi tutti lo facevano propendendo per il vittimismo.
Zanardi agisce come qualsiasi essere vivente sul pianeta: fa di tutto per vivere. Le piante, ad esempio, una volta germogliate in un luogo accettano le condizioni ambientali che il destino ha riservato loro, adattandosi. Non passano il tempo a lamentarsi, non fanno le vittime, fanno di necessità virtù. Hanno come fine ultimo quello di vivere e riprodursi. Zanardi non è un dio, è un essere umano che ha raggiunto un livello di consapevolezza superiore alla media. In molti, in queste ore, vorrebbero dipingerlo come tale perché esempi del genere possono essere pericolosi. E’ solo l’ultimo degli eretici, appartiene ad una schiera molto numerosa. Quando la chiesa cattolica si trovò di fronte l’esempio di San Francesco d’Assisi dovette correre ai ripari. “La corrente dell’Ordine francescano denominata conventuale – ci racconta Chiara Mercuri nel suo libro “Francesco d’Assisi, la storia negata” – che spingeva per un’attenuazione dei divieti imposti dalla Regola in materia di studio e predicazione, trovò, una trentina d’anni dopo la morte di Francesco, il suo massimo interprete in Bonaventura da Bagnoregio, nominato nel 1257 generale dell’Ordine.” A lui fu affidato il compito di scrivere la biografia del poverello d’Assisi. Francesco doveva passare per un santo, non per un uomo, doveva essere inarrivabile, inimitabile, solo così si sarebbe impedito ai tanti suoi seguaci dell’epoca di provare ad imitarlo. La povertà assoluta non poteva essere la regola per il corpo ecclesiastico, in pochissimi l’avrebbero abbracciata sul serio. Francesco non doveva essere raccontato come un uomo come gli altri, doveva essere uno speciale, inviato da Dio. La sua semplicità non doveva essere considerata sinonimo di saggezza e verità ma di povertà intellettuale e culturale, di ingenuità. I disegni di Giotto nella basilica di Assisi consegneranno questa versione manipolata di Francesco ai posteri, allo stesso modo in cui le immagini sui social oggi ci consegnano i trionfi di Alex o di chiunque altro si erga al di sopra delle mediocrità umane.
Il destino ci richiama ai nostri doveri di esseri viventi, lo farebbe anche se lo conoscessimo, ce lo ricorda Omero nella sua Iliade. Quando Achille rifiuta di tornare ad unirsi nella battaglia contro Ettore, perché la madre Teti gli ha rivelato che non farà più ritorno in patria, è Patroclo a chiederli la sua leggendaria corazza per sostituirsi a lui e rianimare gli achei. Ma siccome non è l’abito a fare il monaco Patroclo viene sopraffatto ed Ettore lo finisce. Achille, affranto dal dolore per l’amico caduto, è costretto a riprendere le armi (Teti chiederà a Efesto di costruirgli un’altra armatura) e ad andare incontro al suo destino.
In tanti, in Italia, continuano a sfuggire al proprio destino, ma è solo questione di tempo, saranno richiamati in battaglia e saranno costretti ad arrendersi alla vita.

Massimiliano Capalbo

Negli ultimi giorni mi sono reso conto di come l’Italia sia il paese delle responsabilità che soffocano. Tutti facciamo le cose solo per non prendere carico di alcuna responsabilità e non per la responsabilità di prendersene carico. Lo so, sto vaneggiando ma seguitemi ancora per pochi istanti.
Questa idea mi venne quando lessi del premier Conte chiamato dalla Procura di Bergamo in ordine al ritardo nel lockdown dell’area del bergamasco. Conte affermò di aver agito secondo “scienza e coscienza”. Nulla di strano ma un dubbio si è insinuato feroce nella mia mente: in Italia le cose si fanno per iniziativa o per non assumersi la responsabilità? Può sembrare una distinzione di lana caprina ma, invece, c’è tutta la differenza del mondo.
Chi agisce per iniziativa si assume l’onere di portare a termine un compito nel miglior modo possibile, assumendo rischi più o meno sostenibili ed agendo nel modo più utile al raggiungimento dell’obiettivo. Con la consapevolezza che l’errore è sempre dietro l’angolo ma senza farsi limitare dalla paura di sbagliare.
Chi agisce per non assumersi responsabilità, invece, si muove sempre e solo quando costretto, lo fa quando proprio non può fare altro o non siano altri a doverlo fare, si limita a fare il minimo indispensabile ad evitare che altri (superiori gerarchici, committenti, magistratura, poteri ispettivi) possano muovergli un qualche rimprovero. Paralisi.
Ecco spiegata la paralisi di un paese in cui nessun leader prende un’iniziativa di alcun genere e tutti pensano prioritariamente a salvarsi il culo prima di fare alcunché. Se il motore di ogni azione non è la volontà di risolvere, di cambiare o di innovare ma è la paura, nulla sarà risolto, cambiato o innovato.
Ho sempre pensato che la responsabilità fosse la scintilla dell’agire in quanto alla competenza si associa la responsabilità di metterla in pratica. Ed invece mi devo ricredere.

Cono Cantelmi

Il dpcm del 17 maggio e le ordinanze regionali che hanno seguito l’avvio della Fase 2, contenenti le disposizioni riguardanti la ripresa delle attività economiche, produttive, sociali e sanitarie, sono caratterizzate da un’attenzione, quasi ossessiva, per la sicurezza e la pulizia. Dal distanziamento sociale alla disinfezione di superfici, mani, stoviglie, arredi, maniglie, lettini e ombrelloni, ci avviamo certamente verso la scomparsa del virus ma stiamo preparando il terreno per l’esplosione di allergie, dell’inquinamento ambientale e verso l’indebolimento del sistema immunitario di ciascuno. Se a questo aggiungiamo l’attesa per la somministrazione di vaccini che, per motivi economici saranno distribuiti senza alcun controllo e per motivi scientifici non potranno sortire alcun effetto, ci stiamo avviando verso un piano di diffusione di malattie che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Un piano psicologicamente preparato dai media e materialmente attuato dalle istituzioni su pressione delle lobby farmaceutiche. Dopo aver creato forse la maggiore depressione psicologica di massa del millennio e, conseguentemente, quella economica ci stiamo avviando a creare quella sanitaria. Un’eccessiva pulizia porta, come tutti i medici onesti e preparati sanno, oltre che all’eliminazione dei batteri ambientali nocivi anche alla riduzione dei batteri buoni, quelli che insegnano al nostro sistema immunitario come difendersi dagli agenti cattivi. Il risultato finale è il disorientamento delle nostre difese immunitarie che iniziano ad andare alla ricerca di nuovi nemici da combattere dando vita ad allergie verso sostanze che, invece, dovrebbero essere tollerate. Si tratta di un disturbo ossessivo tipico delle società “civilizzate” che già esisteva prima dell’avvento del Coronavirus e che adesso verrà accresciuto dall’ansia sociale generata da una comunicazione mediatica allarmistica e priva di qualsiasi equilibrio e scientificità.Chi soffre di questo disturbo vive “lo sporco”, come un’indefinibile elemento capace di contagiare o di contaminare. La persona è in stato di perenne allerta, poiché può individuare “insidie igieniche” pressoché ovunque, anche se ognuno ha un suo personale “quadro fobico”, per il quale alcuni oggetti e situazioni sono più temuti dagli altri. Tale forma d’ansia può presentarsi in realtà in forma molto differente da soggetto a soggetto” si legge su un sito specializzato. Per non parlare dell’incremento dell’inquinamento dovuto all’utilizzo di materiale “usa e getta” che sta crescendo in maniera esponenziale spinto dalla fobia per il Coronavirus. I danni di questi comportamenti, prescritti da appositi decreti, resteranno nella storia come un esempio di smarrimento istituzionale della capacità di ragionare.
Quando una società è alla ricerca di sicurezze è, contemporaneamente, anche impegnata ad allontanare da sé le responsabilità per attribuirle a qualcun altro. Il lockdown, infatti, è frutto di questa paura, la paura di prendersi delle responsabilità. Se questa pandemia fosse avvenuta nei primi anni del ‘900, o ancora prima nell’800, non avrebbe prodotto questo risultato, non avrebbe bloccato nulla, sarebbe stata archiviata come un’influenza un pò più aggressiva del solito. Perché la percezione del rischio e del pericolo è un fattore legato alla cultura di un popolo e alle sue esperienze pregresse. L’emergenza Coronavirus non ha fatto altro che rendere ancora più chiaro questo aspetto. La resa del governo di fronte alle pressioni delle regioni è avvenuta contestualmente ad un passaggio di responsabilità mentre molte attività economiche non riapriranno perché, al contrario e giustamente, i titolari non vogliono assumersi alcuna responsabilità. L’Italia è il paese dove il gioco delle responsabilità assomiglia a quello del cerino, queste infatti finiscono per ricadere sempre sull’ultimo che, in ordine di tempo, lo prende in mano. Il magistrato che indaga condanna chi non può dimostrare di avere fatto tutto quello che doveva fare (formalmente) per evitare che accadesse l’irreparabile. A qualcuno la responsabilità deve essere attribuita e di solito è il meno furbo o l’ultimo anello della catena. Molte attività, molti eventi, molte iniziative non riapriranno e non si svolgeranno per una questione di responsabilità. Questa caccia al responsabile, questa ricerca ossessiva di sicurezza che caratterizza la nostra società, sarà anche la ragione della sua paralisi. Il 2020 verrà ricordato come l’anno della fuga dalle responsabilità e verso le malattie.

Massimiliano Capalbo