Domani sono previste circa 870 proteste in 75 paesi diversi del mondo compresa l’Italia. La chiamano “lotta per il clima”. Già il termine lotta prevederebbe un antagonista, qualcuno o qualcosa contro cui lottare. Ma qui non si intravede nessun nemico, visto che il clima è solo una conseguenza del nostro stile di vita. La società post-moderna ha raggiunto livelli di dissociazione mentale e poi fisica tali da non essere più capace di affrontare con saggezza e lucidità i gravi problemi che l’affliggono. La maggior parte di quelli che scenderanno in piazza domani, infatti, sono complici se non artefici del cambiamento climatico contro cui dicono di voler “lottare”.
In realtà basterebbe veramente poco per ottenere i risultati che tanto invocano a parole. Basterebbe rinunciare nelle proprie case ad utilizzare impianti di riscaldamento o climatizzazione che sfruttano combustibili fossili; basterebbe rinunciare ad usare l’auto a favore della bici o dei mezzi pubblici; basterebbe ridurre drasticamente i consumi di carne e di pesce; basterebbe creare orti sinergici di quartiere; basterebbe piantare alberi; basterebbe dire no al bar quanto ti danno l’acqua in un bicchiere di plastica; basterebbe utilizzare detersivi e cosmetici naturali (magari auto-producendoli); basterebbe smettere di consumare suolo costruendo nuove case ma abitare le migliaia di case abbandonate, soprattutto nei centri storici; basterebbe non gettare rifiuti per le strade; basterebbe rallentare i ritmi invece di smaniare per avere il 5G dei cui effetti sulla salute dell’uomo nessuno si preoccupa e che servirà a portarci solo più velocemente verso il disastro; basterebbe evitare di prendere un aereo per andare dall’altra parte del mondo a fare quello che potremmo fare anche sotto casa se avessimo gli occhi per vederlo; basterebbe smettere di lamentarsi della carenza di infrastrutture e giustificare la loro realizzazione in nome della creazione di nuovi posti di lavoro; basterebbe non utilizzare i fiumi come se fossero riserve di materiali inerti o discariche; basterebbe ridurre i consumi eccessivi che generano i rifiuti; basterebbe non sbavare per avere l’ultimo modello di smartphone; basterebbe smetterla di elemosinare un posto di lavoro qualsiasi che porta ad accettare di lavorare per chi danneggia il pianeta diventandone complice; basterebbe smetterla di credere ciecamente in un progresso (tecnologico) estremamente fragile; basterebbe ridurre i consumi di medicine chimiche; basterebbe non avere 10 paia di scarpe una per ogni occasione. E potrei continuare a lungo.
Si tratta di gesti e di scelte (eresie) che abbiamo tutti il potere di compiere e che sono in grado di avere effetti incredibili sull’ambiente in cui viviamo. Invece preferiamo fare le vittime e additare i governi come responsabili. Scendiamo in piazza e chiediamo che scrivano leggi, che aggiungano l’ennesimo buon proposito che non produrrà nulla di concreto. E’ molto più semplice così, è molto meglio che guardarsi allo specchio e fare autocritica. E’ l’atteggiamento degli immaturi, di chi non è disposto a rinunciare ai vizi e alle comodità.
E’ finito il tempo delle proteste, questo è il tempo delle scelte, delle eresie, individuali. Chi sceglie cambia il corso degli eventi, produce effetti, influenza gli eventi. Sono numerosissimi gli esempi di persone che nel mondo hanno generato rivoluzioni silenziose e concrete senza dire una parola, sottraendosi alla strumentalizzazione mediatica alla costante ricerca di simboli da usare e gettare come si fa con i prodotti. I registi Cyril Dion e Mélanie Laurent qualche anno fa hanno intrapreso un emozionante viaggio intorno al mondo alla scoperta di esperienze concrete, alternative, creative, sostenibili nel campo dell’agricoltura, dell’energia, dell’architettura, dell’economia, delle istituzioni e dell’istruzione che rappresentano esempi da seguire per cercare di uscire dall’attuale crisi economica. Storie che dimostrano che il cambiamento dipende da ciascuno di noi e che ci aiutano ad immaginare un mondo diverso ed un nuovo futuro in simbiosi con la natura. Ne è uscito fuori un bellissimo film che si chiama Domani, realizzato grazie all’aiuto economico di 10.266 sostenitori che hanno aderito ad una piattaforma di crowdfunding, che tutti dovrebbero vedere. La migliore e più concreta risposta al problema dei cambiamenti climatici che sia stata data fino ad oggi.

Massimiliano Capalbo

Li hanno sgomberati, dicono, ma sarebbe meglio dire che hanno semplicemente demolito la baraccopoli. Non tanto perché ci vivevano peggio degli animali, soffrendo il freddo in inverno e il caldo d’estate (non gliene è mai fregato niente a nessuno) ma perché non se la sentivano più, ogni volta che qualcuno vi restava morto bruciato all’interno, di gestire l’assalto mediatico che ne seguiva. E’ questa la vera motivazione che ha indotto lo Stato Italiano ad agire dopo 10 anni di assoluta indifferenza (quando non complicità) in una terra di nessuno chiamata San Ferdinando.
Le “istituzioni” hanno “festeggiato”, questa mattina, nel corso di una conferenza stampa tenutasi in prefettura a Reggio Calabria. Il prefetto, Michele Di Bari, ha sciorinato raggiante i numeri dell’operazione: di un totale di 1.500 occupanti (praticamente un comune di piccole dimensioni) 207 sono stati trasferiti presso CAS e SPRAR regionali, 450 sono andati via “spontaneamente” (ma nessuno ci dice dove, alla faccia della sicurezza), ne restano 835 che sono stati trasferiti qualche metro più in là rispetto alla baraccopoli, in una tendopoli allestita dallo Stato Italiano. Il sindaco di San Ferdinando ha vagamente affermato, in un’intervista al TGR Calabria di ieri: “rimangono dei problemi che saranno affrontati all’interno di un progetto più complessivo” mentre la giornalista sottolineava che tra i compiti del comune ci sarà, adesso, quello dello smaltimento dei rifiuti (in un posto dove in questi anni è stato “smaltito” di tutto senza alcun controllo) per un costo di 569 mila euro a carico della collettività, ovviamente. Le cose, ancora una volta, sono state gestite in perfetto stile italiano.
E’ veramente uno scandalo senza precedenti quello che si protrae ormai da 10 anni in quel lembo di terra compreso tra Rosarno e San Ferdinando. Uno Stato, quello italiano, membro dell’Unione Europea che si fonderebbe sui valori comuni, si legge nella Costituzione Europea: “della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani” consente, da 10 anni, che centinaia di extracomunitari, sbarcati sulle coste della Calabria in cerca di una vita migliore, vengano mantenuti in stato di schiavitù e sfruttati per garantire i profitti dei caporali della zona. Circa 1000 extracomunitari restano, infatti, ancora lì, a disposizione di chi voglia continuare a sfruttarli per pochi euro al giorno.
In 10 anni nessun governo, di qualsiasi colore e orientamento politico, ha posto fine a questa vergogna. Se i precedenti hanno permesso la creazione della baraccopoli, quello attuale si sta limitando a rendere la schiavitù di chi resta un pò più confortevole. Tutto questo avviene alla luce del sole, a favore di telecamere, senza che nessuno agisca per porvi fine.
Dov’erano 10 anni fa e dove sono adesso i sostenitori di Mimmo Lucano? Dov’erano 10 anni fa e dove sono adesso i manifestanti che nei giorni scorsi sono scesi in piazza contro il razzismo? Dov’erano 10 anni fa e dove sono adesso gli intellettuali che lanciano frasi ad effetto solo se intervistati nei salotti televisivi? Perché questo argomento non viene richiamato dai media con la stessa insistenza con cui ci hanno ammorbato per mesi con il reddito di cittadinanza e ci stanno ammorbando in questi giorni con il TAV? Perché non diventa, questa si, una seria motivazione per far traballare il governo?
Occorre adire la Corte Europea dei diritti dell’uomo perché avvii un processo contro l’Italia per riduzione in schiavitù di esseri umani e si pronunci, così come ha fatto nei giorni scorsi, per l’inquinamento prodotto nella terra dei fuochi e a Taranto. I cittadini più responsabili dovrebbero farsi ancora una volta istituzione e interrompere una festa vergognosa che dura, ormai, da 10 anni. Io ci sarei e voi?

Massimiliano Capalbo

Sono riusciti a tenere le primarie nel giorno di Carnevale. Niente, non ne azzeccano una, non ce la fanno ad essere seri quelli del PD. Dopo la debacle elettorale di un anno fa avevo auspicato la loro dissoluzione per il bene loro e dell’intero Paese e invece niente. Hanno trascorso un anno a portare a termine le vendette personali interne al partito (assistere alle loro riunioni è un’ottima esercitazione di laboratorio per aspiranti psicoterapeuti) al termine delle quali sono riusciti ad aggregare (in fretta e furia perché le elezioni europee sono alle porte) le infinite correnti intorno a tre perdenti, di cui uno recidivo. Gli leggi la sconfitta sul volto, nelle posture, nelle cose che dicono, nelle azioni che compiono. La loro comunicazione non verbale è sempre dissonante e determinante rispetto a quella verbale.
Ho visto tanti vecchietti in coda ai seggi, non ho visto l’ombra di un giovane, sarebbe stata questa una notizia non il milione e 800 mila nostalgici che non si rassegnano. Un partito che non sa parlare alle nuove generazioni non può andare lontano ancora per molto, un indicatore della loro cecità.
Si illudono, ancora una volta, di avere delle chance e non si rendono conto, come è sempre accaduto nella loro storia, di stare a contribuire al trionfo dei peggiori estremismi che, al momento, sono sul mercato politico. D’altronde, le peggiori dittature e i peggiori populismi (e qui mi riferisco al più grande avuto in Italia: il berlusconismo) sono nati sempre per loro demerito e incapacità, hanno sempre rappresentato l’incubatrice nella quale si sono accresciuti.
Invece di fare autocritica e imparare dagli errori commessi, di crescere e maturare, continuano a perseverare nella migliore loro tradizione. Non ho mai visto un’opposizione più miope (accecata da odio e invidia nei confronti di ciò che non le assomiglia) e antidemocratica di questa. Non vedo differenze tra chi scende in piazza e si aggrega a marce antirazzismo e chi indossa felpe con loghi diversi a seconda del territorio che lo ospita. In entrambi i casi siamo di fronte ad un tentantivo di strumentalizzazione per fini elettorali, cambiano i mezzi ma non le finalità.
Dal giorno successivo alle elezioni non fanno altro che gettare fango sugli avversari, senza distinzioni. E questa incapacità di fare distinzioni che li porterà nuovamente al fallimento. Questa assenza di volontà di costruire un dialogo con il M5S, che in futuro potrebbe servire ad arginare movimenti più estremisti, racconta tutta la loro superbia, arroganza e miopia. D’altronde, decenni di Bersanismo e D’Alemismo, qualcosa avranno insegnato ai “giovani” piddini.
Da un anno trascorrono il tempo a dare lezioni ai nuovi arrivati tacciandoli di incapacità, impreparazione, dilettantismo. Ma se sono stati eletti con percentuali tra le più alte nella storia d’Italia evidentemente tanto competenti e capaci quelli che c’erano prima non lo erano. Se registriamo segni meno sarà il frutto del loro lungo operato o di chi è appena arrivato? Ma questo non riescono ad accettarlo, l’umiltà non sanno dove stia di casa. Non solo, non si rassegnano a cinque anni di governo che non li contempli. Dal 5 marzo 2018 hanno scatenato i loro amici, che occupano gran parte dei media nazionali, in una guerra mediatica senza precedenti che funzionerà esattamente come la profezia che si autoavvera: se racconti la realtà come fallimentare tutti i giorni il fallimento si materializzerà.
Un’opposizione che gioca allo sfascio come questa non si era mai vista, che invece di difendere gli interessi della nazione si schiera a fianco dei premier di altri paesi. D’altronde è espressione di un sentimento che viene da lontano se si comporta ancora oggi, come ci raccontava Beppe Fenoglio, come si comportavano i partigiani quando tra scegliere se sparare al nemico tedesco o al fascista italiano sceglievano il secondo.
Il Parlamento italiano ha visto nella sua storia, tra gli eletti, prostitute, razzisti, mafiosi, massoni, corrotti, ignoranti. Adesso avranno diritto di governare per cinque anni anche gli inesperti? Tra le categorie fin qui elencate mi sembra la meno pericolosa. Ne hanno il diritto? O la democrazia è un concetto che funziona solo per alcuni?

Massimiliano Capalbo