Una delle convinzioni più deleterie dell’essere umano è quella di credere che ci sia qualcosa o qualcuno al di fuori di se stesso da cui dipendere, mentalmente prima e poi anche fisicamente. Qualcosa o qualcuno in grado di dargli o togliergli qualcosa. La dipendenza è tra le malattie più diffuse oggi. Ciò che si materializza quotidianamente è la proiezione dei fantasmi che ci portiamo dentro, delle nostre paure e delle nostre insicurezze. Queste paure li spingono a ricercare continuamente un’autorità alla quale sottomettersi: un politico, un imprenditore, un sacerdote, un professore, e così via. La libertà fa paura, è la cosa più temuta perché fa rima con responsabilità. Quando un’autorità non si trova va creata e ad essa occorre attribuirgli a seconda delle convenienze il ruolo di carnefice o di salvatore.
Chi cerca a tutti i costi di dipendere da qualcuno solitamente si crede anche vittima degli eventi che gli accadono o delle persone che lo circondano. Le persone che hanno paura e che si rifiutano di prendere in mano la propria esistenza hanno bisogno di creare due figure: un carnefice, ovvero un persecutore che possa incarnare fisicamente l’alibi perfetto, in grado di allontanare da sé le proprie responsabilità e un salvatore che venga in soccorso. E’ un atteggiamento, questo, tipico delle persone immature che si rifiutano di crescere.
Questa prigione psicologica non viene costruita solamente a livello individuale ma anche a livello collettivo e i media ne sono un grande promotore e amplificatore. Non passa giorno, infatti, che non additino soggetti, con tanto di nome e cognome, come responsabili delle nostre disgrazie e dei nostri problemi o come salvatori a seconda delle convenienze. Se le città sono poco sicure la colpa è delle forze dell’ordine e non del disinteresse dei residenti e della diffidenza reciproca che li caratterizza; se non c’è lavoro è colpa del governo e non di chi non si guarda dentro e scommette sulle proprie passioni o sul miglioramento delle proprie competenze; se la città è inquinata è colpa del sindaco e non dei cittadini incivili o degli imprenditori senza scrupoli che inquinano; se l’economia non gira è colpa dell’euro e dell’Europa e non della nostra incapacità di fare impresa e creare valore e via scaricando. Il salvatore è sempre l’avversario del carnefice, quello che al momento non ha il potere di fare danni.
Il carnefice è uno specchio che riflette quello che ciascuno (avversari, alleati, sostenitori) vuole vedere o sentire. Per gli avversari è la materializzazione dei loro fantasmi e l’argomento su cui costruire una ragione d’esistere, per gli alleati è uno strumento funzionale ai loro scopi, per i sostenitori è il talismano sul quale riversare le proprie aspettative. La differenza rispetto al passato è che il carnefice post-moderno ha capito che, in una società dell’immagine e delle etichette, paga (in termini di consenso) rivestire il ruolo, se non altro in termini di visibilità. Fa e dice quello che ciascuno di noi vorrebbe veder fare e sentirsi dire da un’autorità, parole dure e determinate seguite da atti concreti a favore di telecamera. Le sue dichiarazioni sconfinano in tutti i campi, come il ruolo di un’autorità che si rispetti richiede. Adegua le sue opinioni alle circostanze, così come gli abiti che indossa ai contesti. Si atteggia a dittatore anche se non ne ha la stoffa. D’altronde non è più tempo di dittature, soprattutto di quelle che vengono continuamente evocate dai suoi avversari (i salvatori), mentalmente prigionieri del loro passato. Le dittature odierne sono già in essere da tempo e non hanno bisogno della forza fisica per assoggettare le persone, e nessuno, né avversari né alleati del carnefice, ha mai lanciato allarmi in merito. Avversari, alleati e sostenitori, infatti, sbavano per mettersi in fila, nei campi di concentramento post-moderni, per acquistare i prodotti dei nuovi dittatori: le multinazionali.
Il marketing politico prevede che ognuno reciti la sua parte per posizionarsi nel mercato partitico e l’uomo post-moderno, cresciuto nella finzione cinematografica e televisiva, è ormai assuefatto a queste logiche. Alla fine ognuno raccoglie sempre e solo quello che semina, ovvero se stesso. E’ per questo che tutte le proclamate rivoluzioni della storia sono fallite e continueranno a fallire. I loro sostenitori si sono sempre illusi di dover cambiare il mondo esterno invece del proprio mondo interiore, origine e causa di tutti i mali, hanno creduto e continuano a credere reale l’immagine riflessa nello specchio.

Massimiliano Capalbo

Se l’Italia fosse un parco si potrebbe chiamare Egolandia. Non passa giorno, infatti, e non esiste ambito che non sia ostaggio dell’ego di qualcuno. La politica in prims, l’imprenditoria, l’arte, la scienza, l’istruzione non si salva nessun settore della società, dinnanzi a tutto c’è lo strabordante egocentrismo di qualcuno.
L’egocentrismo è, ovviamente, inversamente proporzionale allo spessore di chi lo esercita. Più l’essere è mediocre e più tende ad accrescere il proprio ego.

E’ notizia di qualche giorno fa la trasmissione alla Regione Calabria, da parte dell’Anas, dello studio di fattibilità sul collegamento viario tra Crotone e Catanzaro, noto come variante rispetto all’attuale tracciato della SS 106. Il governatore Mario Oliverio, dal suo esilio di San Giovanni in Fiore, ha commentato “…consentirà ad un vasto territorio interno di rompere definitivamente l’isolamento.”