E’ la prima volta, mi pare, che usare troppo Facebook viene portato a motivo di una rimozione da incarico pubblico, una rimozione furbescamente nascosta da un atto di sospensione a due giorni dalla scadenza di mandato, per impedire la riconferma di Carlo Tansi alla Protezione Civile di Calabria.
E per “uso spropositato di Facebook” qui non si intende che il dirigente in questione usasse i social per divertimento o per perder tempo come fanno tanti, no, usava i social per denunciare il malaffare che aveva trovato nella gestione della Protezione Civile della sua regione.
Lui, dirigente di un ente esterno alla regione, si era permesso di criticare un consigliere regionale il quale, secondo i “saggi” della Regione, “è insindacabile nell’esercizio delle sue funzioni”, insomma un consigliere regionale può dire le cavolate che vuole, ma Tansi no, lui deve soppesare parola su parola e pensare bene alle conseguenze di quello che dice, cioè al discredito che può nascere, come se il discredito che l’istituto regionale ha in Calabria fosse la conseguenza delle parole di un dirigente della protezione civile, invece che degli atti dei politici e dei dirigenti che hanno governato per decenni una regione devastandola in tutti i modi possibili.
Non è un caso che Cetto La qualunque sia nato in Calabria. Qui alligna la peggiore classe dirigente d’Italia. Il bello è che con questa rimozione-sospensione i dirigenti regionali confermano proprio le accuse di Tansi. I furbi sanno di infangare se stessi e le funzioni che ricoprono, ma si sentono impuniti e se ne fregano. Fino a quando? Quando i calabresi si decideranno a rimuovere i dirigenti e i politici della regione? Hanno fatto tutti un uso spropositato dei propri privilegi, Tansi solo di Facebook.

Giuliano Buselli

C’è una delinquenza informativa in Italia che precede quella agita. Far credere che il no agli inceneritori sia solo una posizione partitica, piuttosto che una saggia scelta di tutela dell’ambiente, ne è l’esempio più attuale. I media sono controllati dai poteri economici e i giornalisti sono sempre meno, nonostante la maggior parte di quelli che si definiscono tali scenda in piazza a invocare, a parole, una libertà che non ha mai conosciuto.
Nonostante si invochi il primato della scienza ad ogni piè sospinto, quando poi si tratta di avere certezze, in questo Paese, si alza una fitta nebbia che cambia direzione, a seconda degli interessi economici del momento. Dopo la politica, infatti, anche la scienza si è piegata al potere economico.
Non esiste un ente terzo (super partes) in grado di dirci, una volta per tutte, se un vaccino fa male (e in che misura) o no, se un inceneritore inquina (e in che misura) o no, se i cellulari e le relative antenne fanno male alla salute (e in che misura) o no, se un ponte è in grado di reggere alle sollecitazioni del tempo o no e così via. Anche le istituzioni, che dovrebbero rappresentare un punto fermo, una garanzia per i cittadini in questo senso, in realtà non lo sono. Il Ministero della Salute dovrebbe dirmi cosa fa bene e cosa fa male senza alcun dubbio, il Ministero delle Infrastrutture se una strada è sicura o no senza alcun dubbio, il Ministero dell’Ambiente se una centrale inquina o no senza alcun dubbio e così via. E invece ogni dibattito pubblico termina con meno certezze rispetto al suo avvio. Tutto è relativo. I cittadini più sensibili e attenti sono costretti ad informarsi, ad avere una laurea in ogni disciplina, perché il riferimento istituzionale che dovrebbe rappresentarli e tutelarli ha abdicato da tempo al suo compito.
Dal boom economico ad oggi un comune o una regione possono determinare la morte di territori poco informati e poco attenti al loro destino, come è avvenuto ad Augusta in Sicilia o a Gioia Tauro e a Crotone in Calabria per fare tre esempi a noi vicini, che sembrano però non aver insegnato nulla. Nella puntata de “I dieci comandamenti” del 18 novembre scorso, dal titolo “Pane Nostro”, uno dei pochi giornalisti in circolazione in Italia, Domenico Iannaccone, ci racconta, in un bellissimo quanto inquietante servizio, cosa succede quando si lascia campo libero alle istituzioni, prendendo spunto dalla storia di Augusta, in Sicilia, un paradiso trasformato in un inferno dalle istituzioni in collaborazione con le multinazionali della chimica, dietro il ricatto occupazionale. Una storia che al Sud si ripropone quotidianamente. Le grandi aziende fanno business due volte. La prima volta sull’ignavia dei residenti, incapaci di trasformare in valore le risorse che possiedono e delegando il proprio futuro ad altri in cambio della promessa di un posto di lavoro. Successivamente sul senso di colpa che provano dopo aver compreso che quel pezzo di pane che hanno portato a casa è un pane avvelenato, perché amici e parenti sono morti di cancro. Non hanno il coraggio di ribellarsi perché quel senso di colpa li riduce al silenzio, li fa vergognare e li relega nella rassegnazione, lasciando per la seconda volta campo libero alla devastazione.
E’ tempo di finirla con la rassegnazione e con l’abbandono. Occorre occupare i territori, prendersene cura, trincerarli, recintarli col filo spinato se necessario, prima che tutto ciò accada, per impedire che vengano sottratti da speculatori senza scrupoli che sulla nostra inettitudine hanno creato e continuano a creare le proprie fortune. Non è più tempo di piegare la testa. Occorre ristabilire il primato della politica sull’economia. Ma prima ancora occorre essere informati e competenti, perché questo non è un Paese per ignoranti.

Massimiliano Capalbo

Venerdi 16 novembre, a Lamezia Terme, si è svolta una manifestazione per dire “basta al degrado!” indetta da alcuni comitati cittadini. Per le strade hanno sfilato numerose associazioni (e molti più numerosi studenti) che hanno attraversato la città fino a raggiungere la sede del municipio, dove hanno consegnato, si legge nelle cronache, “un documento alla terna commissariale (che non si è fatta trovare) con le istanze del mondo culturale, sportivo e imprenditoriale lametino“. Da mesi, infatti, la città è sommersa dai rifiuti, gli spazi tradizionali in cui si svolgevano le attività sportive e culturali chiusi o difficilmente praticabili a quanto pare dai commissari che ne gestiscono l’ordinaria amministrazione fino a nuove elezioni.
L’iniziativa avrebbe del comico se i problemi che l’hanno generata non fossero seri e reali. Osservando le immagini in tv la domanda che sorgeva spontanea era: ma a chi si sta rivolgendo tutta questa gente? Contro chi protesta? Ma certo, contro lo Stato ovviamente, questa invenzione geniale che ci rende tutti vittime di un’entità astratta e inafferrabile e dunque destinata a perseguitarci a vita ma anche ad assolverci. Un ottimo alibi per tanti.
Pensare di far credere a chi non conosce la città che il degrado di Lamezia derivi dai commissari che in questi mesi la governano è una favoletta alla quale non credono nemmeno i bambini. Tutti i partecipanti (maggiorenni) alla manifestazione, infatti, chi più chi meno, chi attivamente e chi passivamente, chi con ruoli di primo piano chi di riserva, hanno contribuito in vari modi e con mezzi diversi, con ogni piccolo comportamento quotidiano, a rendere la città quello che è oggi. Anche volendo un uomo solo, per quanto geniale e intraprendente, non sarebbe in grado di soggiogare una città ai suoi voleri senza l’ausilio di complici.
I manifestanti, al termine della manifestazione, invece della terna commissariale avrebbero dovuto trovare un grande specchio nel quale riflettersi, e possibilmente anche riflettere. Ma questo non fa comodo a nessuno, ovviamente. E’ più facile ricercare il capro espiatorio del momento, per allontanare da sè tutte le responsabilità.
Se questa folla si fosse rimboccata le maniche e avesse ripulito la città, se avesse occupato gli spazi pubblici, le piazze e i giardini, organizzando spettacoli culturali e manifestazioni per diversi mesi, se avesse avviato dei tavoli di discussione tra cittadini per individuare soluzioni ai problemi in ogni quartiere, se si fosse ripresa la città invece di delegarla a qualcun altro (come ha fatto fino ad oggi) che non ha alcun interesse ad amministrarla seriamente, sarebbe già a metà dell’opera e agli occhi dell’opinione pubblica apparirebbe più credibile.
La gente cerca e costruisce nemici fuori di sé dimenticando che il vero nemico è quello che ha dentro, che ogni giorno mette in atto iniziative di autosabotaggio. Niente può accadere senza il nostro assenso. Le città sono malate quanto i propri abitanti, sono lo specchio di chi le abita, la cartina di tornasole. Un pensiero distruttivo non può generare nulla, solo degrado. Queste iniziative sono morte prima di nascere (ammesso che siano nate in buona fede) perché tentano di cambiare il mondo esterno invece di quello interiore. Accusare il mondo, crederlo artefice del proprio destino, lamentarsi, giustificarsi, nascondersi, sono le manifestazioni di un’umanità malata, immatura, che ha perso ogni capacità di esprimere volontà e che ha dimenticato di essere l’unica responsabile delle proprie azioni.
La convinzione che esista qualcosa o qualcuno all’infuori di noi in grado di cambiare il nostro destino genera una cosa molto radicata soprattutto al Sud: la dipendenza. La gente che dipende celebra quotidianamente tutti i rituali di questa dipendenza, confondendosi tra la folla, dal posto di lavoro alla manifestazione di protesta.

Massimiliano Capalbo