In tempi di elemosine istituzionali e sovvenzioni europee senza fondo (ci voleva la scusa del Covid-19 per continuare ad arraffare), succede che in un piccolo comune della Calabria, notoriamente terra considerata svantaggiata e dunque meritoria di aiuti speciali, un avvocato, ambientalista, scrittore, cercatore di luoghi perduti ma, in fondo, un cittadino come tutti gli altri, decida di donare cinquanta sedie, fatte costruire appositamente da un artigiano locale, ad un comune, precisamente quello di Carlopoli, in provincia di Catanzaro.
Si avete letto bene, un cittadino calabrese ha messo le mani nelle proprie tasche e ha deciso di spendere soldi propri per donare qualcosa ad un comune. Eh, lo so che state rileggendo la frase appena letta per comprendere se c’è un errore o se avete letto male. E’ tutto vero. No, non ha sbattuto la testa, non è impazzito, lo conosco personalmente e vi posso assicurare che è perfettamente sano di mente. Ma non sono solo io a conoscerlo Francesco Bevilacqua. Non c’è calabrese amante della propria terra che non abbia letto un suo libro, che non abbia percorso un sentiero già percorso da lui. Si, perchè Francesco è una delle risorse storiche di questo territorio, uno degli ultimi guerrieri rimasti sul campo di battaglia al termine di un epoca, che ha visto la categoria degli ambientalisti uscire sconfitta da una serie di guerre combattute, a mio avviso, con il metodo sbagliato. Francesco, invece, ha saputo evolversi e affrancarsi da un’etichetta che ha sempre visto gli appartenenti alla categoria degli ambientalisti come dei rompiballe pronti a dire no a tutto. E’ una persona aperta al dialogo e al confronto, divoratore di libri e curioso intellettuale. Non poteva dunque che crescere umanamente e culturalmente e approdare a quello che è diventato oggi: un Virgilio della natura, in grado di accompagnare chiunque nelle selve oscure della Calabria e renderle più chiare e intellegibili. Il Festival delle Erranze e della Filoxenia, che ha ideato lo scorso anno, giunto alla seconda edizione, e che coinvolge i comuni del Reventino, ne è un esempio.
Sabato 8 agosto la consegna delle cinquanta sedie, che sono state utilizzate per arredare la biblioteca comunale, realizzate dalla falegnameria artigianale di Pino Paletta di Serrastretta, è stata ufficializzata con un’iniziativa culturale rientrante nell’ambito del Festival delle Erranze e della Filoxenia, con l’auspicio che potranno servire anche per gli eventi culturali e artistici che in questi anni hanno cominciato ad animare la meravigliosa abbazia di Corazzo.
Ed è proprio a Corazzo che a Francesco è venuta l’idea della donazione, spinta dall’affetto per il luogo, dalla constatazione che utilizzavano delle sedie di plastica per gli eventi e dalla sorpresa nel vedere il sindaco Mario Talarico e il vice sindaco Raffaele Arcuri tagliare l’erba negli spazi antistanti l’abbazia.
Un gesto, dunque, che incentiva l’economia locale, che dota il Comune (che è o dovrebbe essere la casa di tutti) di arredi utili ma, soprattutto, che conferma il cittadino Bevilacqua nel suo ruolo di istituzione del comprensorio del Reventino. Le uniche sedie alle quali ci auguriamo qualcuno possa attaccarsi sono queste.
Conosco già le obiezioni a questo articolo, se ha donato cinquanta sedie sicuramente se lo poteva permettere, starete pensando. Certo, ma se avesse ragionato come ragiona la maggior parte dei calabresi, avrebbe potuto farsi una bella vacanza con quei soldi, non credete? E poi, per farsi istituzione, non c’è bisogno di mettere le mani in tasca o di avere un gruzzolo da parte. E’ sufficiente cominciare a prendersi cura del territorio, dedicare del tempo (invece che dei soldi) e della manodopera alla comunità, piantare alberi, sistemare ciò che è rotto o fatiscente, organizzare iniziative, rendere fruibile ciò che non lo è, esprimere solidarietà concreta nei confronti dei più bisognosi, sono tantissime le cose che si possono fare in una comunità a costo zero. Ai più vagabondi o ai più tirchi non si chiederebbe altro che evitare di lasciare rifiuti per strada, per esempio, oppure fare il proprio dovere, non contribuire ad accrescere il degrado sociale e culturale, non campare di sovvenzioni pubbliche, non arraffare appena se ne presenta l’occasione, anche perché la maggior parte dei problemi di una comunità sono generati dai suoi membri e non da altri.
Il gesto eretico di Francesco chiama tutti alle proprie responsabilità di cittadini, mostra attraverso l’esempio che la cittadinanza non è un pezzo di carta da ritirare presso gli uffici del comune ma un merito da conquistare giorno dopo giorno e che le istituzioni siamo noi quando decidiamo di pre-occuparci del ben-essere del nostro territorio.

Massimiliano Capalbo

Negli ultimi tempi mi trovo d’accordo con Matteo Renzi, pensate un pò di cosa è capace questo virus. L’ex presidente del Consiglio ha proposto prima di riaprire le librerie e poi di cominciare a pensare da subito alla ripartenza (cosa intenda per “ripartenza” resta ovviamente da chiarire, ma conoscendolo qualche timore ce l’ho).
Non sono d’accordo nel riaprire le scuole (che sono sempre state, e non da oggi, un incubatore di virus a causa della modalità d’utilizzo dei loro ambienti) ma sono d’accordo nel riaprire (forse non le avrei mai chiuse) con le dovute precauzioni e i relativi dispositivi di protezione, tutte le imprese strategiche e necessarie per governare e superare la crisi, soprattutto al Sud.
Se il governo (e i medici), come la maggior parte degli italiani, non fossero schiavi del pregiudizio nei confronti del Sud e conoscessero meglio le caratteristiche ambientali e climatiche del territorio italiano, avrebbero potuto comprendere (come si sta palesando) che l’aggressività del virus al Sud è molto ma molto meno accentuata che al Nord, non per motivi di razzismo ma per le caratteristiche climatiche, morfologiche e ambientali del territorio che i più (medici e governatori compresi) purtroppo disconoscono. Si sarebbe potuta creare una task force (qui si che sarebbero serviti i militari) per creare e potenziare i presidi medici necessari a contenere eventuali contagi in questa parte del Paese e consentire di agire in questa direzione. Invece continuiamo a ragionare come l’Italia dei comuni e non come una nazione.
Se questa crisi non fosse stata governata fino a qui con il pensiero unico del Nord, che ha sempre diretto le scelte e le logiche fallimentari di questo paese, e ci fosse stata una maggiore unità di intenti (leggi condivisione e coesione territoriale), invece di chiudere avremmo innanzitutto aperto alla condivisione di idee e strategie per combattere il virus e, poi probabilmente, la parte meno colpita del Paese (il Sud) avrebbe potuto rappresentare una risorsa ed un aiuto per la parte più colpita (il Nord). Non solo, il momentaneo squilibrio operativo avrebbe consentito al Sud il recupero di quel ritardo che da secoli viene auspicato ma che mai è stato realmente favorito, soprattutto dai meridionali stessi. Certo, questo ragionamento avrebbe dovuto presupporre un meridione più maturo (a partire dai suoi amministratori) ma d’altronde se ci fossero state queste condizioni non staremmo qui a scriverne.
Invece gli italiani piangono, in questa domenica proclamata dal Papa “la domenica del pianto”, i media continuano a diffondere depressione, le persone restano chiuse in casa (per un tempo indeterminato) e il virus continua ad infettare medici e infermieri nei luoghi nei quali ha trovato fin dall’inizio e continua a trovare il proprio brodo di coltura: gli ospedali. Non mi pare una strategia.
Mentre i governi che se lo possono ancora permettere si apprestano a regalare soldi ai propri cittadini, nei Paesi che hanno sempre tirato la cinghia, come l’Albania, i cittadini si organizzano. Hanno lanciato un Hackathon (una sorta di maratona online) dal titolo “Hack the crisis Albania“, che si svolgerà dal 3 al 5 aprile, per tirare fuori proposte e strategie per uscire fuori dalla crisi generata dal Coronavirus, salvare vite, comunità e imprese. Un evento questo che nasce in Estonia, fa parte del movimento internazionale “Hack the Crisis” avviato in queste settimane da Garage48, Accelerate Estonia e dall’intera comunità di startup in Estonia. In accordo con il presidente dell’Estonia, Kersti Kaljulaid, che vuole dimostrare, si legge sul sito: “l’attitudine degli estoni che in tempi difficili non perdono la testa ma si mettono a lavorare ad una soluzione. In tempi difficili abbiamo sempre due opzioni: rimanere seduti mentre la terra brucia o cominciare a cercare soluzioni. Noi scegliamo la seconda opzione!” Oltre all’Albania e all’Estonia, stanno organizzando un Hackathon anche la Lituania, la Polonia, la Finlandia, la Lettonia, l’India, l’Ucraina, il Canada, la Germania, il Regno Unito e altri lo stanno facendo e potranno farlo. Anche l’Italia lo ha tenuto proprio in questi giorni per iniziativa di una serie di volontari.
In questo momento di crisi – si legge sul sito di Garage48 – il nostro obiettivo è quello di lavorare insieme, come una nazione, per risolvere una delle più grandi crisi del nostro tempo.” E per farlo hanno capito che il migliore atteggiamento è quello hacker, to hack, ovvero quello di mettere mano ai problemi, coinvolgere le migliori intelligenze per evitare di entrare in (prima che cercare di uscire da) una crisi dagli esiti imprevedibili. Hack the crisis invece di piangere il messaggio che ci inviano.

Massimiliano Capalbo

Circa un anno e mezzo fa pubblicai su questo blog un articolo dal titolo “L’illusione della conoscenza” parafrasando il titolo di un libro, scritto da due scienziati cognitivi americani, Steven Sloman e Philip Fernbach, nel quale dimostrarono come la più grande illusione dell’essere umano sia quella di credere di sapere. La maggior parte delle persone, infatti, ignora il funzionamento, il ruolo, il perché, della maggior parte delle cose che la circondano. Per carità siamo pieni di diplomi, lauree e certificati appesi al muro che attestano le nostre competenze ma sono competenze parziali, tasselli di un puzzle molto più complesso di cui ci sfuggono la maggior parte delle variabili e, soprattutto, le correlazioni. La nostra convinzione, la nostra presunzione di sapere si basa sul fatto che, nel caso in cui servisse, sapremmo dove andare a reperire le informazioni che ci servono. Sappiamo che ci sono altre persone più esperte o contenitori più capienti della nostra memoria, alle (e ai) quali attingere in caso di bisogno: esperti, libri, Web, banche dati.
Questo appare ancora più chiaro in queste settimane di emergenza da Sars-CoV-2 (che è la denominazione ufficiale del virus, Covid-19 è la malattia). I social sono pieni di persone che brandiscono opinioni e pareri di altri, cosiddetti esperti, da utilizzare contro chi non la pensa allo stesso modo. La conoscenza non viene usata per aprire la propria mente ma per colpire e affondare l’altro. Un pò meno, invece, sono le persone che studiano, si informano, si documentano, ragionano, provano a trarre conclusioni originali, personali, innovative, utilizzando i vari tasselli sparsi dentro e fuori la Rete che ci aiuterebbero a comporre il puzzle senza necessariamente avere le competenze per farlo. Perché questo, ovviamente, richiede impegno e sacrificio. Di questo passo, tra un pò, sarà autorizzato ad esprimere opinioni solo chi dimostrerà di possedere il certificato. Mentre, per poter governare una nazione, una regione o un comune si potrà continuare tranquillamente a dimostrare la propria incompetenza.
Affidarsi agli esperti non è sempre una buona idea, poiché essendo quasi sempre al soldo di qualcuno fanno attenzione e lasciare il puzzle incompleto, ad aggiungere solo le tessere che interessano loro. Il risultato finale è sempre quello di una continua contrapposizione tra esperti, tra sostenitori di esperti, tra ideologie a cui si aderisce come ad una religione, che anche in campo scientifico spesso si fronteggiano a discapito della conoscenza. Se a questo aggiungiamo invidie, gelosie, voglia di primeggiare, personalismi, ego, bramosia di ricchezza, la verità e la conoscenza si allontanano sempre di più come un miraggio all’orizzonte. La cosa giusta da fare ha sempre una vibrazione diversa, più plausibile di quella di un semplice esperto, ciascuno di noi è in grado di riconoscerla quando parla un saggio o una persona appassionata e dalla lunga esperienza.
Una delle ragioni della rapida diffusione nel mondo di Sars-CoV-2 è stata l’assenza di condivisione di informazioni. La Cina ha nascosto per qualche mese l’infezione e questo ha favorito il virus nella sua diffusione mondiale; l’Europa ha fatto finta di nulla fino a qualche settimana fa considerandolo un problema italiano; le regioni del Nord Italia più colpite si sono comportate come se fossero stati sovrani e non regioni di un’unica nazione, presumendo di poter fronteggiare l’emergenza da soli (e i risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti). Ognuno ha agito e continua ad agire in perfetta solitudine. Ieri sera abbiamo scoperto, nel corso della trasmissione “Di Martedì”, a distanza di un mese dall’inizio dell’epidemia, che non esiste ancora una banca dati relativa a questo virus, cioè la comunità scientifica (che di comunità sembra avere al momento ben poco) ad oggi non ha condiviso alcuna informazione riguardo le sequenze del virus per poter avviare degli studi e, quindi, capire quali risposte mettere in campo per fronteggiarlo. Eppure “la ricerca scientifica è un processo che si dipana nei laboratori e sul campo, ma è anche un dialogo continuo condotto sulle pagine delle riviste scientifiche” ci ricorda David Quammen.
Nell’epoca dell’iperconnessione digitale nessuno condivide le informazioni. Paradossale, oppure no. Gelosie? Protagonismi? Mancanza di tempo? Complotti? Siamo autorizzati a pensare qualsiasi cosa, perché quando mancano le informazioni aumentano i sospetti e anche le cosiddette fake news. Se in Lombardia succede qualcosa di diverso rispetto alle altre regioni qualcuno dovrebbe mettersi a studiare e cercare di dare una spiegazione invece di lasciare campo libero alle supposizioni. Non dobbiamo necessariamente essere scienziati per farlo, è sufficiente avere un pò di curiosità, di amore per la verità, di etica hacker di cui in questo momento ci sarebbe tanto bisogno. Chiunque di noi può diventare esperto di un qualsiasi argomento anche senza conseguire la laurea, basta cercare, scavare, studiare, informarsi, riflettere, ragionare, confrontare, riesumare quello spirito critico seppellito in anni di de-formazione scolastica. Ai tantissimi che dopo aver letto quello che scrivo mi inviano (in pubblico e in privato) articoli, link, video e pubblicazioni pro e contro le tesi riportate dico grazie, perché mi aiutano a completare il puzzle. Alla fine di questa ricerca, come sempre avviene, scopriremo di aver ricavato molto più di quello che cercavamo.

Massimiliano Capalbo