L’Italia è il paese delle meraviglie. Non mi riferisco alle sue bellezze naturalistiche, artistiche o storiche che tutti conosciamo, no. Mi riferisco allo stupore che coglie i suoi cittadini ogni qual volta una notizia di cronaca fa capolino su qualche tv, giornale o testata online. Le condizioni perché qualcosa avvenga sono nell’aria da tempo (magari da decenni) ma tutti si stupiscono quando l’evento si materializza. E’ il caso della chiusura delle discoteche che in questi giorni campeggia sui principali mezzi di comunicazione, il controllo delle quali sarebbe dovuto essere in capo alle amministrazioni comunali, gli enti più prossimi.
Mentre un tempo avrebbe dovuto prevedere l’invio di vigili urbani sul posto oggi è ancora più semplice. Sarebbe stato sufficiente, infatti, guardare le storie che i giovani pubblicano ogni sera sui propri profili social per comprendere che tutte le precauzioni richieste non venivano prese e che da un momento all’altro ci sarebbe stato qualche contagio. Nell’era dei social è assolutamente poco credibile che un sindaco o un assessore non abbiano tra i propri contatti social quelli di figli o amici di figli o figli di amici che frequentano locali notturni, soprattutto se in età di voto. Così come non è credibile che non sappiano che, oltre ad alitarsi in faccia mentre ballano, si ubriacano fino allo sfinimento o si impasticcano o si rendono protagonisti di risse o di altri gesti poco edificanti. Perché il cervello di una buona parte dei giovanissimi oggi è inversamente proporzionale al microprocessore contenuto nei loro smartphone e non si fanno problemi a documentare con dovizia di particolari dove può arrivare la loro “audacia” notturna dopo essersi annubilati la mente con alcool o droghe. Lo fanno per dimostrare alla propria compagnia di essere “adulti”. Le storie caricate sui social sono delle medaglie che si appuntano sul petto della loro lunga adolescenza per dimostrare di aver raggiunto livelli di sfida superiori, come nei videogiochi. Questo è dovuto alla mancanza di esperienze, di riti di passaggio adolescenziali, che tutte le culture pre-moderne prevedevano e che oggi sono completamente assenti.
Lo stupore di Linus, in particolare, il noto conduttore radiofonico di Radio Deejay, fa specie. E’ troppo uomo di mondo (delle discoteche) per non sapere che i luoghi di massa, quelli che attirano molta gente sono anche un buon bacino di voti, soprattutto a livello locale dove sindaci e assessori mantengono “ottimi rapporti” con i gestori dei locali, chiudendo spesso un occhio e a volte anche due sulle regole e i divieti (la strage di Corinaldo docet). Negli ultimi tempi anche i partitici nazionali li hanno scelti come luogo privilegiato per i propri comizi elettorali. Così come sa che le discoteche sono delle valvole di sfogo, dei luoghi per lo stordimento di massa, per giovani incapaci di relazionarsi, di divertirsi, di dare un senso alle proprie serate. Un luogo di massificazione come tanti altri proposti dalla nostra società, l’ennesimo ovile sociale dove il gregge potrà apprendere i comportamenti da adottare poi anche a scuola, sul posto di lavoro e negli altri ambiti della vita sociale e professionale.
Mentre per i concerti di musica classica, le presentazioni di libri o le attività escursionistiche, per fare alcuni esempi di attività pericolosissime, l’attenzione è stata massima (in alcuni casi le disposizioni hanno sfiorato il ridicolo), la riapertura delle discoteche non ha allarmato nessuno, nessun membro delle varie task force governative è andato in tv per lanciare l’allarme con lo stesso piglio utilizzato nei mesi del lockdown nei confronti di singoli cittadini che facevano footing o che portavano il proprio cane a fare i bisogni. E bastata un’alitata di troppo per farli risvegliare. Senza contare che non ho mai sentito alcun medico o professore inveire pubblicamente contro il consumo di alcool e droghe nelle discoteche, così come nessun politico richiederne la chiusura per gli stessi motivi.
Il mondo dei locali notturni è da sempre una zes (zona economica speciale), un zona di confine, dove le regole che vigono normalmente al di fuori vengono diluite come i superalcolici nei cocktails e sacrificate sull’altare del fatturato e del consenso elettorale.

Massimiliano Capalbo

In tempi di elemosine istituzionali e sovvenzioni europee senza fondo (ci voleva la scusa del Covid-19 per continuare ad arraffare), succede che in un piccolo comune della Calabria, notoriamente terra considerata svantaggiata e dunque meritoria di aiuti speciali, un avvocato, ambientalista, scrittore, cercatore di luoghi perduti ma, in fondo, un cittadino come tutti gli altri, decida di donare cinquanta sedie, fatte costruire appositamente da un artigiano locale, ad un comune, precisamente quello di Carlopoli, in provincia di Catanzaro.
Si avete letto bene, un cittadino calabrese ha messo le mani nelle proprie tasche e ha deciso di spendere soldi propri per donare qualcosa ad un comune. Eh, lo so che state rileggendo la frase appena letta per comprendere se c’è un errore o se avete letto male. E’ tutto vero. No, non ha sbattuto la testa, non è impazzito, lo conosco personalmente e vi posso assicurare che è perfettamente sano di mente. Ma non sono solo io a conoscerlo Francesco Bevilacqua. Non c’è calabrese amante della propria terra che non abbia letto un suo libro, che non abbia percorso un sentiero già percorso da lui. Si, perchè Francesco è una delle risorse storiche di questo territorio, uno degli ultimi guerrieri rimasti sul campo di battaglia al termine di un epoca, che ha visto la categoria degli ambientalisti uscire sconfitta da una serie di guerre combattute, a mio avviso, con il metodo sbagliato. Francesco, invece, ha saputo evolversi e affrancarsi da un’etichetta che ha sempre visto gli appartenenti alla categoria degli ambientalisti come dei rompiballe pronti a dire no a tutto. E’ una persona aperta al dialogo e al confronto, divoratore di libri e curioso intellettuale. Non poteva dunque che crescere umanamente e culturalmente e approdare a quello che è diventato oggi: un Virgilio della natura, in grado di accompagnare chiunque nelle selve oscure della Calabria e renderle più chiare e intellegibili. Il Festival delle Erranze e della Filoxenia, che ha ideato lo scorso anno, giunto alla seconda edizione, e che coinvolge i comuni del Reventino, ne è un esempio.
Sabato 8 agosto la consegna delle cinquanta sedie, che sono state utilizzate per arredare la biblioteca comunale, realizzate dalla falegnameria artigianale di Pino Paletta di Serrastretta, è stata ufficializzata con un’iniziativa culturale rientrante nell’ambito del Festival delle Erranze e della Filoxenia, con l’auspicio che potranno servire anche per gli eventi culturali e artistici che in questi anni hanno cominciato ad animare la meravigliosa abbazia di Corazzo.
Ed è proprio a Corazzo che a Francesco è venuta l’idea della donazione, spinta dall’affetto per il luogo, dalla constatazione che utilizzavano delle sedie di plastica per gli eventi e dalla sorpresa nel vedere il sindaco Mario Talarico e il vice sindaco Raffaele Arcuri tagliare l’erba negli spazi antistanti l’abbazia.
Un gesto, dunque, che incentiva l’economia locale, che dota il Comune (che è o dovrebbe essere la casa di tutti) di arredi utili ma, soprattutto, che conferma il cittadino Bevilacqua nel suo ruolo di istituzione del comprensorio del Reventino. Le uniche sedie alle quali ci auguriamo qualcuno possa attaccarsi sono queste.
Conosco già le obiezioni a questo articolo, se ha donato cinquanta sedie sicuramente se lo poteva permettere, starete pensando. Certo, ma se avesse ragionato come ragiona la maggior parte dei calabresi, avrebbe potuto farsi una bella vacanza con quei soldi, non credete? E poi, per farsi istituzione, non c’è bisogno di mettere le mani in tasca o di avere un gruzzolo da parte. E’ sufficiente cominciare a prendersi cura del territorio, dedicare del tempo (invece che dei soldi) e della manodopera alla comunità, piantare alberi, sistemare ciò che è rotto o fatiscente, organizzare iniziative, rendere fruibile ciò che non lo è, esprimere solidarietà concreta nei confronti dei più bisognosi, sono tantissime le cose che si possono fare in una comunità a costo zero. Ai più vagabondi o ai più tirchi non si chiederebbe altro che evitare di lasciare rifiuti per strada, per esempio, oppure fare il proprio dovere, non contribuire ad accrescere il degrado sociale e culturale, non campare di sovvenzioni pubbliche, non arraffare appena se ne presenta l’occasione, anche perché la maggior parte dei problemi di una comunità sono generati dai suoi membri e non da altri.
Il gesto eretico di Francesco chiama tutti alle proprie responsabilità di cittadini, mostra attraverso l’esempio che la cittadinanza non è un pezzo di carta da ritirare presso gli uffici del comune ma un merito da conquistare giorno dopo giorno e che le istituzioni siamo noi quando decidiamo di pre-occuparci del ben-essere del nostro territorio.

Massimiliano Capalbo

Sig. Presidente,
giornali e televisioni hanno dato ampio risalto a una frase da Lei pronunciata nei giorni scorsi durante un incontro pubblico: “La libertà non è libertà di far ammalare gli altri“.
Concordo, anche io ritengo che chi è malato di malattia contagiosa abbia il dovere morale di non mettere a rischio la salute delle persone che incontra anche se, come ricordano tanti medici, non è sufficiente la semplice vicinanza a trasmettere un virus.
L’importanza di quanto da Lei dichiarato va oltre l’occasione della pandemia, nessuna libertà si può tramutare nel diritto di far ammalare.
Innumerevoli volte la libertà di fare impresa si è tramutata nel permettere di far ammalare i cittadini o i lavoratori, sono centinaia i casi di aziende che inquinano, sversano prodotti tossici in acque pubbliche o in terreni, riversano nell’aria miasmi pericolosi: Seveso, Ilva, le navi dei veleni in Calabria, le terre dei fuochi in Campania sono solo alcuni esempi.
Tra pochi giorni Lei riceverà, se non lo ha già ricevuto, il provvedimento di legge con il quale il governo riduce i poteri di intervento dei comuni nella salvaguardia della salute dei cittadini e vieta loro di impedire, a scopo precauzionale, l’installazione di antenne 5G, da molti esperti indipendenti considerate nocive.
Il principio da Lei affermato che libertà non è libertà di far ammalare condurrebbe a fare moral suasion nei confronti del governo perché si ravveda, mi auguro coerenza.
Analogamente Lei riceverà le direttive del ministro dell’agricoltura tese a favorire la diffusione in Italia dei grani al glifosato provenienti dal Canada, sulla cui pericolosità tanti ricercatori e tanti agricoltori italiani si sono pronunciati.
Anche in questo caso va ricordato a tutti che la libertà di commercio non è libertà di far ammalare i consumatori.
Sono solo due piccoli casi in cui si evidenzia che la libertà del profitto non è libertà di far ammalare.
Spero in una Sua ferma coerenza al principio dichiarato.

Distinti saluti
Giuliano Buselli