Trovo su Investireoggi un interessante confronto tra sanità italiana e sanità tedesca, a firma di Giuseppe Timpone. I numeri spiegano quello che sta accadendo. In Italia, al momento, ci sono 5.100 posti di terapia intensiva per una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, in Germania 28.000 posti per poco più di 90 milioni di abitanti. Dunque, in Italia, 1 posto di terapia intensiva ogni 11.870 italiani mentre in Germania 1 posto ogni 3.000 tedeschi.
In generale i posti letto negli ospedali italiani sono 3,2 ogni mille abitanti, in Germania 8 ogni mille. Nella UE la media è di 5 ogni mille. L’Italia è sotto la media europea pur essendo la seconda economia manifatturiera d’Europa.
La spesa sanitaria nell’ultimo decennio in Italia è scesa dal 7% al 6,5%, in Germania è salita al 9,5% in Francia al 9,3%. Con questi numeri l’autore calcola che la Germania può resistere al virus fino a 90.000 contagiati, noi abbiamo già raggiunto il limite.
In questi numeri nudi e crudi c’è tutta la descrizione di quanto sta accadendo: un sistema sanitario che è stato presentato per anni come uno dei migliori del mondo (e lo è solo per il personale che vi lavora) è ormai giunto allo sfascio e non riesce a contenere la letalità del virus. La regione più ricca d’Italia, la Lombardia, riassume più delle altre il divario tra ricchezza e difesa della salute collettiva. Tanto interesse privato, poco o nullo interesse per il bene pubblico.
E’ una responsabilità di tutto il ceto politico italiano che, indiscriminatamente, da destra a sinistra per decenni ha tagliato come se fossero gli ospedali la fonte di ogni spreco, ha umiliato i medici e gli infermieri sottoponendoli al dominio dei partiti e dei loro omuncoli.
Ma è anche una responsabilità di quella parte di opinione pubblica che ha anteposto lo spettacolo in tutte le sue forme (dalla politica allo sport ai media) a una seria difesa della salute (sia fisica che mentale), che si esalta per ogni spesa individuale ed egoistica e mal sopporta di spendere qualcosa per tutti. Il virus mostra i nostri difetti e ci spinge a radicali cambiamenti.
Ci sarà tempo, finita l’emergenza, di discutere responsabilità e colpe politiche, ma è fin d’ora evidente che alcuni governatori cercano di scaricare le proprie responsabilità (o del proprio gruppo politico) sui cittadini che non stanno a casa. Il taglio della sanità è responsabilità dei politici che hanno amministrato quella regione. Chi, come me, sta a casa, non cada nel loro gioco.

Giuliano Buselli

Osservando le persone che cantano e suonano dai balconi, in questi giorni di quarantena forzata, mi sono tornate in mente le sagge parole di Jean Giono, scrittore francese che, nel suo bellissimo libro “Lettera ai contadini sulla povertà e la pace“, scritto nel 1938, aveva tentato di metterci in guardia dal consegnarci mani e piedi alla schiavitù derivante dalla rincorsa alla ricchezza illusoria.
Scriveva Giono: “La seduzione del facile attirò verso le grandi città la popolazione delle campagne dove rimasero solo gli uomini avvezzi al difficile… In città si ammassarono gli uni sopra gli altri nei luoghi del desiderio… Le grandi compagnie d’uomini distribuiti uniformemente come sementi in tutta la rotondità del globo, dediti a un lavoro di collaborazione con la natura, si precipitarono verso l’artificio (le città) abbandonando il naturale; avide di facilità e di profitto… In quel momento s’è compiuta la separazione tra quelli che volevano vivere in modo naturale e quelli che desideravano una vita artificiale… L’altezza delle case venne aumentata di piano in piano, sovrapponendo strati di umanità su strati di umanità, gli uni sopra gli altri, e misurando per ognuno lo spazio per dormire, per mangiare, delimitando tra delle pareti diritti di vivere (a pagamento).
Non c’è nulla di allegro o di positivo in queste scene di reazione collettiva alla quarantena, come invece tentano di raccontarci i media. C’è, semmai, la fotografia plastica della prigionia nella quale abbiamo volontariamente scelto di recluderci, in nome del dio denaro, e che il Coronavirus ci ha semplicemente permesso di scattare. Cartoline dalla prigionia potremmo titolare.
In passato – continua Giono – tutti possedevano tutto a sufficienza. E quindi tutti erano disposti a dare. La proprietà del contadino è soggetta ai suoi bisogni; è quindi soggetto alla sua misura… Pensate ancora che esser ricchi significhi avere molti di quei pezzetti di carta con dei numeri stampati sopra? Pensate che è povero colui che, privo di denaro, ha una cantina piena di buon vino, un granaio pieno di frumento, una dispensa piena di verdure, il mondo intorno a sé e del tempo libero a disposizione? E’ tutta una questione di vero e di artificiale… L’agiatezza che vi promettono i vostri mistici politici è artificiale. Quelle che avete perduto erano genuine.
Non è un caso se oggi l’unica quarantena vera è quella che è costretto a fare chi vive nelle grandi città, prigioniero in un condominio di cemento armato. Niente di paragonabile ai privilegi di chi vive in campagna o in montagna. Abbiamo scelto di costruire le nostre vite attorno al lavoro e questo è il risultato. Avremmo dovuto scegliere prima la vita. Il virus ci sta dimostrando che ci siamo dati la zappa sui piedi. Abbiamo creato ammassi di gente, stipata una sopra l’altra, che sono per definizione ingovernabili. Mi hanno sempre fatto ridere le critiche ai sindaci delle metropoli, come si può pensare (ammesso che se ne abbiano le capacità) di governare agglomerati urbani di milioni di persone? Se invece di ammassarci nelle grandi città come delle pecore ci fossimo distribuiti con saggezza e consapevolezza nelle centinaia di centri storici abbandonati che stanno crollando a pezzi in tutta Italia o nelle aree rurali non più coltivate, che generano a valle i disastri che registriamo dopo le alluvioni, ad esempio, oggi non avremmo paura del Coronavirus, sarebbe liquidato come una banale influenza. Siamo andati dietro agli economisti, depositari dell’unica disciplina che non ha alcun contatto con la realtà, li abbiamo consultati più frequentemente dei medici e questo è il risultato.
E’ caratteristico della metodologia della scienza economica ignorare il fatto che l’uomo dipende dalla natura” scriveva uno dei pochi veri economisti mai esistiti, Ernst Friedrich Schumacher, e aggiungeva: “se il pensiero economico non riesce ad andare al di là delle sue grandi astrazioni e a prendere contatto con le realtà umane, allora gettiamo via la scienza economica e incominciamo da capo.
Oggi le parole di Giono appaiono più che mai profetiche e ci indicano una strada che in molti hanno cominciato da tempo a percorrere mentre altri ne stanno prendendo atto in questi giorni: “Quel che fate lo fate a dismisura; perché stupirvi, dopo, dell’insensatezza e del disordine che ne sono le logiche conseguenze? La forza dello Stato è il denaro. Il denaro dà allo Stato la forza dei diritti sulla vostra vita. Ma siete voi a dare forza al denaro accettando di servirvene… Voi contadini siete umanamente liberi di non servirvene, il vostro lavoro produce tutto quel che è direttamente necessario alla vita. Vi basta dunque un atto di volontà per diventare padroni dello Stato. Quel che il sociale chiama povertà per voi è misura.

Massimiliano Capalbo

Sono andato a spulciare i giornali europei per vedere come trattano la notizia del Coronavirus e sono rimasto molto colpito per l’esiguo spazio riservato alla notizia, se confrontato con le pagine dei giornali italiani. Sui principali quotidiani di Francia, Germania e Spagna la notizia passa in secondo o terzo piano, sembra che il problema riguardi solo l’Italia. Nessun titolone, soltanto dei piccoli riquadri dedicati alle decisioni prese ieri dal governo italiano.
Liberation parla dei 15 milioni di italiani in quarantena, Le Figaro riporta principalmente le notizie di sport e poi un video per far vedere come i politici evitano le strette di mano. Le Monde parla dell’Italia e del resto del mondo. Su Le Monde Diplomatique nessuna notizia ma un interessante articolo che correla lo scatenarsi del virus con la riduzione della biodiversità.
Ma andiamo in Germania. Su Der Spiegel il Nord Italia è in stato di emergenza. Solo Frankfurter Allgemeine da pochi minuti ha cominciato a riportare le notizie del ministro della salute Spahn che pensa di annullare eventi con più di 1000 partecipanti.
Gli unici a dare risalto al Coronavirus sono gli inglesi e in parte gli spagnoli, ma sempre come un problema esterno. Secondo il The Sunday Times Boris Johnson mantiene la calma ma Whitehall pianifica il peggio. Il Financial Times apre con la notizia dell’Italia. The Guardian anche. Solo The Independent parla dei casi di Coronavirus in Inghilterra che sono saltati a 273 in un solo giorno.
In Spagna ABC giornale conservatore dedica un piccolo spazio all’Italia. La Vanguardia dà un piccolo risalto ai 17 morti di Coronavirus in Spagna e alla “confusione” che c’è in Italia. L’unico a dare ampio risalto è El Pais che parla di 600 contagi nel paese.
Insomma o noi italiani siamo più saggi e svegli del resto d’Europa (che pare stia dormendo non solo sul Coronavirus ma anche sulla crisi umanitaria in Grecia) oppure siamo i soliti fifoni, chiassosi e allarmisti. L’Europa sembra oscillare da un eccesso all’altro.
Certamente si notano modi diversi di trattare e comunicare le notizie, dipendenti dal carattere dei popoli, da un diverso stile giornalistico e dal diverso rapporto tra istituzioni e cittadini ma, al di là di come i giornali divulgano le notizie, ho l’impressione che da parte degli altri paesi europei si stia sottovalutando un fenomeno che esploderà in maniera dirompente da un giorno all’altro e che a breve vedrà costretta l’Italia a chiudere i confini per non fare entrare stranieri sul proprio territorio. Il problema, come tutti i problemi, andrebbe affrontato assieme ma così non è, ognuno per la sua strada. Anche in questa circostanza l’unica vera sconfitta, comunque andranno le cose, sembra ancora una volta l’Europa.

Massimiliano Capalbo