Se c’è una cosa che puntualmente in Italia si perde di vista è il senso dei festeggiamenti. Le festività restano ogni anno vittima dei festeggiatori, delle loro paure, dei loro tabù, dei recinti mentali di cui sono schiavi. Non fa eccezione la festa del lavoro, ostaggio da tempo immemore dei sindacati, queste organizzazioni che hanno (come tutte le organizzazioni nate per perpetrare se stesse) come unico obiettivo quello di rendere sempre più precario il lavoro, perché i lavoratori possano continuare ad aver bisogno del loro intervento. Lo stesso schema vale per le associazioni antimafia, per quelle di beneficenza, per le missioni nei paesi sottosviluppati etc. Se crei un’organizzazione (finanziandola con i soldi degli altri invece che con i tuoi) con l’intento di risolvere o sconfiggere un problema o un male che affligge la società, devi darti un tempo entro il quale raggiungere l’obiettivo o risolvere il problema. 10, 20, 50 anni? Bene. Se non ce la fai o cedi il posto a qualcun altro più capace, riconoscendo i tuoi limiti, oppure vuol dire che ci stai marciando sopra, che l’organizzazione è diventata il tuo lavoro, che il problema è funzionale a mettere in piedi sedi, ruoli, stipendi e tutto quello che conosciamo. In quel caso più dura il problema e più avrai garantita la tua sussistenza e quella dei tuoi collaboratori. Nel frattempo, pur di perpetrare lo status quo, si approva la realizzazione di industrie che inquinano, di mega-progetti faraonici, alleandosi con la peggiore partitica esistente in cambio di una manciata di posti di lavoro da sbandierare nelle prossime statistiche. La Calabria è ricca di esempi di devastazione voluti dai sindacati in accordo con la partitica locale e di precari da utilizzare nel tempo come arma di contrattazione elettorale.
La festa del lavoro dovrebbe essere, invece, la festa dei talenti, delle opere buone realizzate, di quel potenziale creativo che rappresenta la parte migliore dell’uomo quando viene espresso in maniera virtuosa e non la festa di qualsiasi cosa venga considerata tale. Lavorare per principio, per portare a casa uno stipendio non ha nulla a che vedere con questa accezione del lavoro. Lavorare per inquinare, per impoverire, per fare concorrenza sleale, per alienare, per giocare al ribasso non è un’azione che merita di essere festeggiata. Invece che sulla fuffa (statistiche relative alla disoccupazione, contratti, tutele, pensioni ecc.) di cui si riempiono pagine e schermate mediatiche, occorrerebbe concentrare l’attenzione sul contenuto del lavoro, sulla qualità del lavoro di cui mai nessuno parla.
Occorrerebbe parlare dei giovani creativi che, in silenzio, stanno cambiando territori considerati sottosviluppati; occorrerebbe lasciar perdere le previsioni degli economisti (con cui i sindacalisti vanno spesso volentieri a braccetto) che non ne azzeccano mai una; occorrerebbe mettere al centro le esperienze più virtuose perché rappresentino per gli altri (quelli che ancora non hanno agito) un modello, ad esempio. La qualità del lavoro sta scadendo sempre di più in tutti gli ambiti. Lavorare per lavorare e per portare a casa uno stipendio ha prodotto questo risultato. La cosa più efficiente che la maggior parte degli imprenditori, dei liberi professionisti o degli operai sanno fare oggi è emettere la fattura o ritirare lo stipendio. I lavori pubblici sono un esempio straordinario di lavoro per lavorare e i risultati sono sotto gli occhi di tutti e spesso la tomba di qualcuno.
Karel Capek, emblematico protagonista del novecento letterario praghese e autore di uno spassosissimo libro dal titolo “L’anno del giardiniere”, nel 1929 scriveva: “I cantonieri non dovrebbero festeggiare solo il proprio lavoro, bensì le strade che da esso sono nate; e gli operai tessili, il giorno della festa del lavoro, dovrebbero festeggiare soprattutto i chilometri di tela grezza e di canovaccio che sono stati tessuti dalla macchina. Si dice festa del lavoro, e mai festa della produzione; e tuttavia l’uomo dovrebbe essere orgoglioso di quello che ha prodotto piuttosto che del fatto di aver semplicemente lavorato… Se una persona fa un lavoro, deve farlo o perché gli piace o perché lo sa fare, o infine per guadagnarsi da vivere; ma… lavorare per principio o per virtù, significa fare un lavoro che non vale molto. Mi aspetterei che la festa del lavoro culminasse con la glorificazione del talento umano e di tutte le abilità possedute da chi sa prendere il lavoro per il verso giusto. Se oggi festeggiassimo gli uomini intelligenti e abili di tutto il mondo, questo giorno sarebbe particolarmente gioioso; sarebbe una vera festa, il giorno dei festeggiamenti in onore della vita, il giorno di tutti gli uomini per bene…

Massimiliano Capalbo

Aveva un’aria felice e così l’ho accoltellato alla gola” pare abbia detto il giovane che ha ucciso Stefano Leo il 23 Febbraio scorso a Torino. Scrivo “pare” perché di quello che la stampa o i tg rendono pubblico è sempre opportuno dubitare.
E’ invece cosa certa quella che ho letto qualche giorno fa in un post su Facebook. Una donna, dopo aver elencato una lunga serie di mali che affliggono l’umanità odierna, conclude affermando: “chi è felice in un mondo simile è un criminale“.
Non c’è solo un uso stravolto della parola “criminale”, c’è ignoranza, perché chi è felice non lo è perché non ha problemi, ma nonostante i problemi. Aiuta l’umanità sofferente non chi invita a piangere continuamente come se fosse un peccato esser nati, ma chi indica la luce in qualsiasi circostanza.
Sempre vado con il pensiero a Etty Hillesum che, prigioniera nel lager nazista in cui poi morì, scrisse nel diario che contemplava ogni giorno un filo d’erba e si sentiva pervasa da un sentimento di beatitudine.
Era felice Stefano? Lo descrivono tutti come una persona serena, disponibile, aperta, un collega ha detto un'”anima pura”. Laureato in Giurisprudenza, faceva il commesso, era single e vegano, aveva viaggiato a lungo nel mondo: Australia, Nuova Zelanda, Thailandia, Giappone, Brasile, in Oriente aveva incontrato lo yoga, il buddismo, lo zen. Forse è in Oriente che ha sperimentato che la felicità è uno stato interiore, non dipende da quello che hai (come propongono i media) e dall’assenza di problemi, ma da quello che sei.
Se c’è una cosa che indica il declino dell’Occidente è il risentimento verso la felicità semplice dei tanti Stefano, quella felicità che si manifesta negli occhi, quella pugnalata dal killer e dalla donna su Facebook.

Giuliano Buselli

Sono stato a Vaccarizzo di Montalto Uffugo, sabato, per partecipare al secondo incontro del percorso di trasformazione, partito il 28 febbraio scorso e che si concluderà a fine maggio, per la rigenerazione sociale di questo piccolo, e fino a ieri sconosciuto, borgo di 500 anime in provincia di Cosenza. Venerdì mattina i residenti, increduli, erano tutti in edicola ad acquistare il Sole 24 ore, ieri è arrivata la Rai, il borgo è stato improvvisamente catapultato sotto i riflettori. Che sta succedendo? Sono gli effetti di una società, quella post-moderna, che crede solo se si vede rappresentata sui media. Ma questa, come tante altre storie che abbiamo raccontato negli ultimi dieci anni su questo blog, ci dimostra al contrario che in realtà vede solo chi crede. E la persona che ci ha creduto prima degli altri, prima ancora di vedere, è una nostra vecchia conoscenza, si chiama Roberta Caruso.
Da quattro anni questa giovane filosofa eretica calabrese è ritornata nella sua Montalto Uffugo e ha avviato, prima attraverso Home for Creativity e adesso con I live in Vaccarizzo, un processo di trasformazione sociale che, ne sono convinto, diventerà una case history di livello internazionale. Dopo aver stravolto e ridefinito il concetto di ospitalità, replicando il modello della sua Home in Puglia e Toscana, con questo nuovo progetto nato in seno a Ulab-S, il primo percorso di innovazione multi-locale basato sulla visione, il metodo e gli strumenti della Teoria U di Otto Scharmer (Senio Lecturer della MIT Sloan School of Management e fondatore del Presencing Institute di Boston), ha deciso di dare una chance a questo piccolo borgo vittima, come la maggior parte di quelli calabresi, di spopolamento. Otto Scharmer si definisce un change maker, sostiene che per cambiare il mondo occorre partire dalle persone e ha inventato un metodo composto da vari strumenti che aiutano le persone a passare da una visione parcellizzata della realtà ad una sistemica.
Il laboratorio è guidato da BRIT , start up innovativa italiana focalizzata sulla rigenerazione e la valorizzazione di borghi e dimore storiche a rischio di abbandono, che ha partecipato ad una selezione internazionale e vedrà, fino a maggio, più di 300 team in tutto il mondo co-modellare sistemi più sostenibili e socialmente equi. Vaccarizzo rappresenta un prototipo e l’obiettivo è quello di avviare iniziative per innescare un processo di ripopolamento, coinvolgendo e rendendo protagonisti gli abitanti del borgo stesso, supportati da Federica Benatti, Renzo Provedel e Michela Rossi che fanno parte del team di BRIT e che si appoggiano ad un altro team di supporto di cui Roberta Caruso è parte.
Nella prima tappa del laboratorio, il 28 febbraio, si è tenuto il Sensing Journey, una passeggiata nel borgo per raccogliere le testimonianze, individuare le risorse e conoscere gli attori del processo, che è sfociato in un bel video visibile sulla pagina Fb del progetto.
Nella giornata di sabato, invece, si è tenuto il laboratorio vero e proprio che ha visto un nutrito gruppo di residenti partecipare al processo di produzione collettiva di senso, attraverso l’applicazione di due metodi: il CRM (Current Reality Movie) e la Mappa 4D. Attraverso dei giochi di ruolo i partecipanti sono passati dal vedere il sistema dall’esterno ad impersonare i diversi ruoli che lo compongono e ad esplorarli dall’interno, mettendosi nei panni dell’altro e cercando di acquisire consapevolezza circa le relazioni che ciascuno può instaurare col proprio compaesano ma anche riconoscendone l’importanza e il valore. Alla fine sono venute fuori delle vere e proprie sculture di corpi che fotografavano le connessioni, i sentimenti, le aspirazioni della comunità di Vaccarizzo.
Altri incontri si terranno fino a maggio, sia reali che da remoto, per innescare il processo di rigenerazione che dovrà portare alla rinascita, sociale ed economica, di Vacarizzo. Nella scelta dei ruoli da interpretare nel gioco, i residenti non hanno inserito cariche politiche o istituzionali. C’era la mestra, il medico, l’anziano, l’adolescente, l’agricoltore, ma non c’erano ad esempio il sindaco o l’assessore. Nessuno dei partecipanti all’esperimento ha pensato di inserire, nel processo di rigenerazione del borgo, una figura istituzionale. Una dimenticanza? Un tentativo di rimozione? Nulla di tutto questo. Semplicemente la conferma di ciò che su questo blog abbiamo sempre evidenziato, attraverso il racconto delle esperienze eretiche. Nei processi di cambiamento post-moderni le istituzioni non rappresentano il motore ma, semmai, la ruota di scorta. Per agire e cambiare il territorio occorre semplicemente che le persone acquisiscano la consapevolezza di avere un potere, che sappiano esercitarlo assieme agli altri membri della comunità, avendo una visione sistemica. Occorre cioè farsi istituzione, diventarlo, perché quelle a cui abbiamo delegato questo compito non lo svolgono più. Non è un caso se il sindaco di Montalto, assente e all’oscuro di ciò che sta avvenendo nel suo comune (come la maggior parte dei suoi colleghi calabresi), sia comparso solo quando ha saputo dell’arrivo della Rai (o forse è la Rai che non riesce a fare un servizio senza la presenza di un partitico).
Non avevo mai sentito parlare di Otto Scharmer e delle sue teorie ma è interessante e impressionante notare come, lavorando in territori diversi, distanti culturalmente ed economicamente, siamo giunti comunque alle medesime conclusioni. Quando, in tempi non sospetti, mi scagliavo contro i pregiudizi dei media e di alcuni illustri commentatori e affermavo che la Calabria è il luogo dove le cose accadono prima i più sorridevano. La scelta di Vaccarizzo, che è stato preferito ad altre località della Liguria, del Trentino e dell’Emilia, è stata determinata dalla rete di relazioni familiari e non che Roberta ha costruito e gestito in questi anni, che le hanno permesso di assumere un ruolo di leader riconosciuto nel percorso di accompagnamento verso la rigenerazione. I leader non sono quelli che si mettono in capo ad una folla e dicono “seguitemi!” I leader sono le persone capaci, attraverso il proprio agire e la propria energia positiva, di ispirare, di generare tentativi di imitazione.
Non vi è alcun elemento di eccezionalità in questo piccolo e accogliente villaggio alle pendici della Catena Costiera, alcuna singolarità che lo dovrebbe rendere agli occhi dei potenziali futuri abitanti più attrattivo rispetto ad altre località. Quello che sta avvenendo qui potrebbe avvenire in qualsiasi altro luogo, questo tra l’altro è l’auspicio del progetto. La differenza sta, come ha capito e ci ha insegnato in questi anni Roberta, nella capacità di costruire e coltivare relazioni umane. Roberta non vive a Vaccarizzo ma crede in Vaccarizzo, “I believe” potrebbe affermare più che “I live”, e i residenti hanno cominciato a crederle e a crederci anche loro. Molti rappresentanti istituzionali sono convinti che i borghi spopolati possano diventare attrattivi e rinascere se sanno vendere questo o quel prodotto tipico, questo o quel monumento, questo o quella risorsa naturalistica. Si sbagliano di grosso. Questi elementi sono solo un contorno e sono nella disponibilità di tutti, il valore più grande e più difficile da costruire è dato dal capitale umano, è su questo che occorre lavorare per un cambiamento (di mentalità) che non sia solo utile a ripopolare gli immobili ma anche a migliorare la qualità delle persone che li abitano. E siccome i rappresentanti istituzionali di cui sempre ci lamentiamo non vengono da Marte ma sono espressione della comunità che li elegge, solo migliorando la qualità dei residenti, come per magia e semplice conseguenza, ci accorgeremo che anche le istituzioni saranno diventate migliori.

Massimiliano Capalbo