Dovete andare nelle piazze a pretendere il cambiamento che oggi noi siamo riusciti a produrreha detto il procuratore Gratteri durante la conferenza stampa convocata per raccontare gli esiti dell’operazione “Scott-Rinascita” che, questa mattina, ha tratto in arresto quasi 300 persone, tra politici, liberi professionisti, ‘ndranghetisti e finanche un colonnello dei Carabinieri. “Rimboccatevi le maniche, basta piangersi addosso, dovete occupare gli spazi che questa notte abbiamo liberato” ha aggiunto.
Ma in piazza, oggi, non è sceso nessuno. Perché i calabresi non festeggiano? Perché nel vibonese, in particolare, non si sono viste scene di gioia e nessuno ha sparato fuochi d’artificio alla notizia degli arresti, visto che sono stati liberati da un pesante giogo?
Perché, ormai da tempo, il confine tra legalità e illegalità in Italia, non solo in Calabria, è diventato sempre più sottile. Le operazioni che da diversi anni il procuratore di Catanzaro sta portando avanti per ripulire le istituzioni, e non solo, dal malaffare, ci dimostrano una cosa: che nessun criminale può agire e raggiungere i suoi scopi senza contare sulla complicità di molti: professionisti, rappresentati delle istituzioni, delle forze dell’ordine, della società civile, cioè su ciascuno di noi. Ci dimostrano che non è la ‘ndrangheta a vessare i calabresi ma che sono i calabresi ad avere ormai assimilato la mentalità ‘ndranghentista e a emularne i comportamenti per accrescere il proprio potere, per ottenere un posto di lavoro, un favore e tanto altro. Non esiste più un confine netto tra ciò che è sano e ciò che è malato, la mentalità mafiosa (figlia della disperazione) è ormai così diffusa e radicata in ognuno di noi che se dovessimo arrestare tutti quelli che agiscono senza rispettare le regole, in questa regione, lo spopolamento che ne deriverebbe sarebbe nettamente superiore a quello che registriamo a causa del fenomeno dell’emigrazione.
Intere generazioni di calabresi sono cresciute convinte da una parte che è fottendo il prossimo che si può immaginare di risolvere il proprio problema di vivere e dall’altra che è sottomettendosi a qualcuno più potente che si può sperare di ricavare i propri mezzi di sussistenza. Alla favoletta della ‘ndrangheta che tiene in scacco un’intera regione fatta di gente per bene, le persone di mondo non ci hanno mai creduto.
Étienne de La Boétie, filosofo, scrittore, politico e giurista francese noto per il suo “Discorso sulla servitù volontaria” ci spiega molto bene come: “La devozione di massa per la tirannia diventa decifrabile non appena si comprenda che a suo modo la tirannia è sempre democratica, perché consente a ciascuno di farsi tiranno dell’altro, e su questa pietra edifica la chiesa del proprio consenso … Il tiranno sottomette i sudditi gli uni per mezzo degli altri, ed è difeso da quegli stessi da cui, se avessero un qualche valore, dovrebbe guardarsi“.
E’ questa tirannia a cascata che ha sempre tenuto e continua a tenere legati i calabresi ai prepotenti di turno e che ha consentito loro di poter disporre a piacimento di questa regione ed è la stessa codardia e mancanza di valore a impedire loro di reagire alla sottomissione.
C’è molta gente convinta del fatto che Gratteri risolverà al posto loro il problema della ‘ndrangheta arrestandoli tutti, così come ha pensato fino ad oggi che il partitico gli avrebbe risolto il problema del lavoro. Non ha capito, invece, come ha sottolineato lo stesso procuratore, che il passo più difficile da compiere è quello di liberarsi dalla mentalità mafiosa che come l’acqua permea ciascuna mente. Per fare questo occorre essere persone libere, occorre diventare artefici del proprio destino, occorre creare più lavoro autonomo e meno dipendente, occorre eliminare tutte le dipendenze (mentali e materiali) dalle istituzioni tradizionali sulle quali, paurosamente, si reggono l’economia e le sorti di questa regione. Occorre farsi istituzione, perché la criminalità si insinua nell’abitudine, nell’accidia, nell’apatia, nella svogliatezza, nella slealtà, nella inaffidabilità, nella poca serietà, nell’inefficienza che quotidianamente contribuiamo a determinare e diffondere attorno a noi. Altrimenti gli spazi che Gratteri invita ad occupare saranno occupati da persone che si comporteranno come e peggio di chi li ha preceduti.
Fino a quando i calabresi baratteranno la propria libertà in cambio della sicurezza (il minimo sforzo possibile) e non capiranno che chi ci toglie la libertà esercita un potere su di noi attraverso il consenso (quindi una servitù volontaria) che siamo noi stessi a dare, nessuna operazione potrà restituire alcunché a chi non ha alcuna intenzione di cambiare. “I potenti – scrive La Boétie – se non gli si obbedisce affatto, senza combattere, senza colpirli, ecco che restano nudi e sconfitti, non sono più nulla, per cui potete liberarvi senza neanche provare a farlo, ma solo provando a volerlo“.

Massimiliano Capalbo

Dopo aver visto una puntata di Report in cui si evidenziava la diffusa incapacità dei baristi italiani di preparare un buon caffè (anche nei migliori caffè d’Italia) e osservando come la maggior parte dei baristi nostrani non segua le principali regole per la preparazione, come quella di avere cura delle campane in cui vengono tenuti i chicchi prima di essere macinati e il purge (ovvero l’erogazione dell’acqua tra un caffè e l’altro per eliminare i residui di quelli precedenti e pulire le doccette della macchina), è diventata per me una grande frustrazione decidere in quale bar prenderlo. Anche perché il caffè lo paghiamo e se qualcosa la paghiamo dovremmo avere il diritto di ottenerla come desideriamo.
A questa si è aggiunta un’altra cattiva abitudine, diffusissima ormai in tutti i bar, quella di consegnare in automatico, anche senza esplicita richiesta da parte del cliente, un bicchiere di plastica con l’acqua, un gesto di assoluto spregio nei confronti della problematica delle microplastiche nei mari ma, volendo restare nel locale, anche dell’emergenza rifiuti che attanaglia la nostra regione da tempo.
E’ frustrante perché sono costretto a chiedere ogni volta al barista (se il bar non è affollato altrimenti diventa un’impresa impossibile) “può fare gentilmente scorrere l’acqua prima di farlo?” con conseguente occhiata in risposta che è un mix tra lo stupito (che denota ignoranza in materia) e il permaloso (capita spesso infatti di sentirsi rispondere: “io lo faccio sempre!“, peccato però che per i caffè preparati prima del mio se ne dimentichino puntualmente, altrimenti non lo sottolineerei).
Questa mattina ho scelto di entrare in un nuovo bar appena ristrutturato a Catanzaro Lido, si chiama Gamblè, non li conoscevo e sono rimasto piacevolmente sorpreso perché senza che lo chiedessi esplicitamente il barman, gentilissimo, ha preparato un ottimo caffè seguendo le regole e servendomi l’acqua in un grazioso bicchierino di vetro. Finalmente ho trovato il mio bar, ho pensato subito.
Ho deciso di far loro pubblicità perché penso che il miglior gesto politico che possiamo fare oggi è quello di premiare (utilizzando anche il denaro come strumento) i comportamenti virtuosi di chi lavora bene e penalizzare chi non lo fa, solo in questo modo possiamo votare per il cambiamento. La professionalità, alla lunga, paga sempre. Inoltre l’apprezzamento genera autostima ed entusiasmo che a loro volta producono nuove sfide e rafforzano i comportamenti virtuosi.
Se c’è una professione, al pari del cameriere, spesso considerata di ripiego e alla portata di tutti è quella del barista che invece richiede, come tutti i mestieri, tecnica, esperienza, precisione, competenza. Nei bar si trova di tutto: dal ragazzino alle prime armi alla signora depressa, dal giovane disoccupato al vecchio ubriacone, soprattutto nei piccoli centri, il bar è spesso un luogo dove il gestore è lo specchio dei propri clienti e viceversa.
Un’obiezione che mi viene fatta, spesso, quando affermo che le persone devono diventare artefici del proprio destino è: “ma non tutti possono fare gli imprenditori!” Come se fare il dipendente, invece, fosse più facile. Non c’è alcuna differenza, quando si ha passione per il proprio lavoro, se si è bravi e competenti lo si è da dipendente come da imprenditore. Un’altra delle obiezioni che mi vengono sollevate è: “per fare impresa ci vogliono i soldi!” Certo, ma vi assicuro che i soldi sono l’ultimo problema in ordine di importanza. Conosco tante attività economiche che si trascinano senza sapere perché, conosco tante imprese fallimentari non perché non abbiano i soldi ma perché non sanno perché esistono. Il bar è un esempio classico. In qualsiasi piazza di paese ce ne sono almeno tre o quattro, uno accanto all’altro e uno più uguale dell’altro, non si capisce perché bisognerebbe entrare in uno piuttosto che in un altro, se non per amicizia (poi ci lamentiamo che in Italia non vige il criterio meritocratico). Se cominciassimo a far comprendere, a chi non lavora bene, che forse è il caso che cambi mestiere il mondo intorno a noi migliorerebbe, e anche la vita di questi improvvisatori. Bastano piccoli gesti, come scegliere dove bere un caffè.
Quante pasticcerie, ad esempio, creano o inventano prodotti originali? Fanno tutte gli stessi dolci, con le stesse creme (già pronte), le stesse forme e gli stessi sapori. Sono pochi quelli che si distinguono e sono gli unici che riescono a competere. Apriamo la quinta gelateria o la sesta pizzeria dove ce ne sono già quattro o cinque, facendo tra l’altro la stessa pizza e lo stesso gelato e poi ci lamentiamo che non entra nessuno? Che c’è crisi? Che il problema è che non c’è parcheggio o che il comune ha pedonalizzato il corso? Ma potrei dire la stessa cosa per altri settori merceologici. Nessuno osa rischiare, in pochi investono in formazione e innovazione.
Conduciamo le nostre attività allo stesso modo in cui conduciamo le nostre esistenze che non si differenziano da quelle degli altri perché siamo poveri di idee, competenze, esperienze, curiosità, entusiasmo. Le attività sono lo specchio della nostra personalità, così come il caffè è il risultato della passione di chi lo fa, se siamo depressi e apatici lo saranno anche le nostre attività e, di conseguenza, anche il nostro portafoglio. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Massimiliano Capalbo

Non notate niente di strano in questa campagna elettorale per le regionali? Manca poco più di un mese alle elezioni e ancora non si ha alcuna certezza sui candidati e i pochi confermati fanno poco rumore e appaiono precari. Che strano. In una normale campagna elettorale la gara a presentare prima degli altri il candidato, per permettergli di avere un vantaggio in termini di tempo, visibilità ed esposizione mediatica sugli avversari, sarebbe scontata. E invece, a distanza di soli 48 giorni dall’election day, nessuno sembra essere preoccupato. Il motivo è molto semplice: i candidati sono ormai un dettaglio.
Bisogna essere ingenui e sprovveduti come una sardina, infatti, per immaginare che questo o quel candidato, questa o quella faccia, possano cambiare le sorti politiche della Calabria. Chi conosce gli ambienti istituzionali in profondità sa benissimo che questa è solo una velleità elettorale, buona per raccattare i voti di chi ha solo i media tradizionali come fonte di informazione.
Chi bazzica nei palazzi istituzionali, invece, chi dialoga con le poche persone oneste che ci lavorano ma anche chi ci ha avuto semplicemente a che fare per brevi periodi, si è reso conto che esiste una zona grigia, a metà strada tra i vertici e la base, che impedisce a qualsiasi anelito di cambiamento di attecchire e prendere piede. A questa, il candidato tizio piuttosto che caio non fanno alcuna paura. La maggior parte dei calabresi la chiamano ‘ndrangheta, rimandando a questa entità quasi sovraumana, inafferrabile, che fa molto comodo a tutti (perché allontana da sé ogni responsabilità) tutto il marcio che c’è. In realtà si tratta di una zona grigia, che si nutre della collaborazione di semplici cittadini, imprenditori, partitici, liberi professionisti, molto più ampia e variabile di quello che crediamo, attirata dai soldi che circolano nelle istituzioni come gli orsi dal miele. Non è un’organizzazione è una mentalità e come tale più permeabile e meno controllabile. Nessun obiettivo può essere raggiunto, sia nel bene sia nel male, senza l’aiuto e la collaborazione di tanti e il motore che permette a questa gente di fare rete si chiama denaro. Per far mollare la presa occorrerebbe chiudere i rubinetti, soprattutto quelli europei, ma si rischierebbe l’uscita dall’euro e questa giostra continuerà a girare fino a quando un evento improvviso e imprevisto, un granellino di sabbia, non si insinuerà negli ingranaggi facendo inceppare il meccanismo.
Le nostre istituzioni sono organizzate in maniera piramidale, con dei vertici e degli esecutori a vari livelli, qualsiasi struttura che specializza le sue funzioni crea dei punti deboli, anche la terminologia che utilizziamo (dirigente, capo, presidente, responsabile etc.) rimanda ad organi isolati che concentrano potere. Maggiore è la distanza tra il punto in cui viene prodotta la decisione e il punto in cui la decisione deve avere il suo effetto e maggiori sono le probabilità che la decisione si trasformi, cambi, e si attenui nelle sue potenzialità, venga stravolta completamente o si areni del tutto. Se poi, in questo spazio temporale e fisico che esiste, si insinuano forze che agiscono per alterare a proprio vantaggio la decisione, il gioco è fatto. E’ quello che accade quotidianamente nei palazzi istituzionali. Gli elettori (e anche molti candidati ingenui) sono convinti che il presidente della Regione abbia il potere e la libertà di agire, che una volta eletto possa disporre e fare eseguire quello che ritiene giusto o che faceva parte del programma elettorale. In realtà il presidente è solamente ostaggio di una macchina infernale che continuiamo a chiamare istituzione, piena di falle e di zone grigie che vanificano ogni sforzo di cambiamento.
La zona grigia si nutre dell’accidia dei calabresi, caratteristica di quella moltitudine di persone in cerca di uno stipendio a fine mese invece che di un lavoro. La zona grigia sa che una volta messi nei posti giusti, questi precari eseguiranno gli ordini se non vogliono perdere il posto di lavoro, non si ribelleranno perché facilmente ricattabili. E’ sufficiente rinnovare il contratto di anno in anno per mantenerli in uno stato di continua insicurezza e paura. Ogni tanto scenderanno in piazza con il cartello “precari” in mano per invocare la stabilizzazione ma non è un problema, anzi, il rinnovo in zona Cesarini verrà visto come un intervento benefico del partitico di turno che magari per questo si guadagnerà la riconferma. A questa zona grigia la magistratura finora ha fatto solo il solletico, anche perché essendo una mentalità non organizzata ma diffusa è difficilmente circoscrivibile. Agiscono impuniti e, spesso, alla luce del sole, consci di poter fare e disfare a piacimento.
Per poter agire liberamente in un sistema del genere il neo-eletto dovrebbe innanzitutto essere una personalità autorevole e con un ampio consenso (oltre che armato di buone intenzioni) ed effettuare uno spoil system totale, partendo dal primo dirigente e finendo all’ultimo degli uscieri, un’operazione di bonifica impossibile da attuare che genererebbe, qualora lo fosse, così tanti nemici da rendere il suo lavoro blindato alla stregua di un magistrato.
Lasciate ogni speranza o voi che votate, la strada per il cambiamento non è questa. Solo quando la fila dei precari in cerca di uno stipendio comincerà a ridursi e smetterà di alimentare la zona grigia a favore di un esercito di lavoratori/imprenditori che creeranno opportunità sul territorio lontani da certe frequentazioni, allora potremo cominciare a parlare di cambiamento.

Massimiliano Capalbo