Ieri sera, nel corso della trasmissione televisiva “Piazza pulita” condotta da Corrado Formigli, dal minuto 39.22 in poi è andato in onda un servizio, girato tra le campagne di Rosarno e nella tendopoli di San Ferdinando, unico luogo in Europa dove non è ancora stata abolita la schiavitù, che ha dimostrato (semmai ce ne fosse ancora bisogno) come il virus stia diventando sempre più un argomento di carattere ideologico, da utilizzare come strumento di controllo politico e sociale.
Nella tendopoli di San Ferdinando sono rinchiusi, attualmente, circa 300 esseri umani stipati in tende delle dimensioni di 3×4 metri (12 mq) nelle quali mangiano e dormono dalle 6 alle 9 persone, senza guanti, senza mascherine, senza acqua e non c’è alcun caso di contagio ma nessuno si domanda come mai. Cosa hanno da dirci a tal proposito gli “scienziati” del comitato tecnico-scientifico creato dal governo? Se le teorie che hanno diffuso a profusione nei mesi scorsi attraverso le tv fossero vere questo accampamento dovrebbe essere un lazzaretto. E invece no. Come mai?
In questi mesi, su questo blog, abbiamo più volte ipotizzato le ragioni che hanno impedito al virus di dilagare al Sud, in primis le condizioni ambientali e climatiche e, nel caso in questione, l’età dei soggetti. Ma è apparso subito chiaro, in questi mesi, che i giovani extracomunitari ovunque si trovassero (a Milano e Padova, ad esempio, il Brumotti di Striscia la notizia ci ha mostrato decine di spacciatori senza mascherina che vagavano indisturbati nei pressi delle stazioni nei giorni di quarantena) sembravamo immuni al Coronavirus.
Nessuno scienziato, in questi mesi, si è messo a studiare le ragioni di questa differenza, per le stesse ragioni per cui nessuno si preoccupa del fatto che in quella tendopoli siano rinchiusi centinaia di schiavi. Le ragioni sono di carattere discriminatorio. Li consideriamo esseri inferiori, l’unico vero animale intervistato nel servizio di Piazza Pulita li ha etichettati come bestie. Scoprirlo non rappresenta una priorità in questo momento. Prima gli italiani, direbbe qualcuno.
Uno scienziato che volesse comprenderne le ragioni, a mio avviso, dovrebbe prendere in considerazione la neurobiologia della resilienza. Questi esseri umani, giovani e nel pieno delle loro energie, per giungere in Italia hanno dovuto affrontare torture, violenze, freddo, fame, dolore, mari in tempesta, caldo e quanto di peggio la vita può riservare ad un essere umano. La resilienza (la capacità di resistere agli urti della vita) sviluppata nel corso del tempo da queste persone consente loro di affrontare con successo i fattori di stress e di adattarsi meglio alla complessità della realtà che vivono, riducendo l’impatto degli eventi traumatici come il Coronavirus che a loro apparirà in confronto una sciocchezza. Mentre gli italiani si sono ammalati (lo stress mentale contribuisce ad abbassare le difese immunitarie), sono rimasti bloccati per mesi e sono apparsi impotenti e fragili di fronte al virus, questi ragazzi hanno potuto avvantaggiarsi, invece, di un bagaglio di risorse che avevano accumulato nel tempo che gli ha consentito di adattarsi alla situazione senza grandi difficoltà.
Nei primi mesi del 2016 la rivista “Nature” ha pubblicato un interessante studio sulla neurobiologia della resilienza, nel quale si evince che il ruolo dell’attività a livello ormonale e dei neurotrasmettitori può favorire oppure ostacolare la nostra capacità di essere resilienti. Le persone meno resilienti presentano livelli più elevati di cortisolo nel loro organismo e ciò fa sì che i recettori dello stress (che sono due) reagiscano. Lo studio ci racconta che la resilienza è una risposta reattiva, il contrario di ciò che è avvenuto in Italia in questi mesi. Lo stress è una componente inevitabile della vita, è la risposta allo stress che fa la differenza. Ma, soprattutto, lo stress cronico (altro fattore caratteristico delle popolazioni che vivono nelle regioni più colpite dal virus) riduce gli investimenti in nuovi neuroni e sopprime nuove connessioni e tutto appare improvvisamente e costantemente minaccioso. Questo spiegherebbe anche alcune scelte irrazionali, dettate dal panico, a cui abbiamo nostro malgrado dovuto assistere in questi mesi e, forse, anche quelle provenienti da alcuni schieramenti partitici originari (in termini geografici) di alcune zone del paese (quelle più stressate) potrebbero avere la stessa spiegazione. Lo stress influenza le nostre relazioni con gli altri. Uno dei modi principali con cui lo stress segna il cervello è attraverso l’epigenetica, quella “branca della genetica che si occupa dei cambiamenti fenotipici ereditabili da una cellula o un organismo in cui non si osserva una variazione del genotipo” (da Wikipedia). Lo stress cronico lascia un segno duraturo nel cervello e può alterare l’epigenetica dei propri discendenti, trasferendo loro queste caratteristiche. All’orizzonte si prevede una selezione naturale, come ci ha spiegato Darwin, i meno adatti si estingueranno con l’ausilio di un comitato tecnico-scientifico.

Massimiliano Capalbo

Il direttore di pneumologia e dell’unità di terapia intensiva dell’ospedale Carlo Poma di Mantova comunica al mondo scientifico che la terapia al plasma funziona e persino un giornale ufficiale e governativo come il “Corriere della sera” ne parla attraverso un’intervista al dr. De Donno: “un centinaio di pazienti trattati con il plasma iperimmune sono guariti… la cura funziona….. anche in USA useranno il nostro protocollo.. mi ha telefonato un alto funzionario dell’ONU, ci hanno fatto i complimenti… abbiamo provato a contattare il ministero della salute ma è stato inutile … nessun segnale nemmeno dall’ISS….
Se io fossi nei panni del ministro o del premier mi sarei precipitato a Mantova a parlare con il medico che da un mese applica una terapia che finora è risultata vincente, la pubblicizzerei come vanto della sanità italiana e dei suoi medici. Invece no, ministro e capo di governo ripetono tutti i giorni che “la terapia non esiste”, preferiscono parlare con Bill Gates e aspettare il suo vaccino universale. I fatti li smentiscono, ma loro non se ne preoccupano minimamente.
Mi vengono in mente le parole di Agamben: “Perché, anche se la falsità viene documentata, si continua a prestarvi fede? Si direbbe che la menzogna viene tenuta per vera proprio perché, come la pubblicità, non si preoccupa di nascondere la sua falsità“.
E’ giunto il tempo in cui la capacità di discernere il vero dal falso, l’oggettivo dal virtuale, diventa una vera e propria abilità mentale per sopravvivere in un’epoca in cui tutto sembra reversibile e il vero e il falso si confondono, la “parola vera” di cui l’uomo ha bisogno va verificata e non creduta.
“Prima la salute” avevano detto, ma è bastato che la morte si presentasse con un sacchetto di veleni e l’Italia ha riaperto le porte. Molti avevano per un attimo sognato che la pandemia, ora che è a tutti chiaro che ha attecchito soprattutto nelle aree più avvelenate, portasse a un profondo risanamento dell’agricoltura, rendesse finalmente possibile fare in Italia quello che è stato fatto in Costarica (solo coltivazioni biologiche) o in Danimarca (dove hanno vietato i pesticidi nei terreni), e invece no, il ministro Speranza si è rivelato una di-speranza. Ha autorizzato lo spargimento sulla frutta di uno dei veleni più pericolosi. “Parlo del clorpirifos metile, un insetticida organofosfato commercializzato per la prima volta nel 1965 dalla Dow Chemicals (Corteva dopo la fusione con DuPont), oggi formalmente bandito in UE. La sostanza attiva è stata autorizzata dal Ministro Speranza per il controllo della cimice asiatica (Halyomorpha halys) sulle colture melo, pero, pesco e nettarino. Peccato che già a gennaio la Commissione europea stabiliva lo stop della licenza, a seguito della conferma, da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), di danni sulla salute umana, in particolare genotossicità ed effetti neurotossici oltre che un potenziale danno al Dna” scrive Renato Bottiglia.
Dicono i politici “lasciamo decidere la scienza”, ma poi non ascoltano i medici che operano sul campo e disattendono le indicazioni di EFSA e decidono contro ogni evidenza scientifica. Al ministero della sanità piace essere ministero della malattia.

Giuliano Buselli

In Italia, secondo i dati raccolti negli ultimi anni, ci sono oltre mezzo milione di lavoratori stagionali. Oltre un milione in Europa più un numero indefinito di altre braccia che non vengono mai conteggiate che vanno e vengono dai campi coltivati in un silenzio assordante. Gli schiavi degli schiavi. Le braccia che non contano più nulla. Eppure l’articolo principe, l’articolo uno della Costituzione Italiana, deliberato in un giorno di primavera del 1947, dalle mani sapienti delle nostre madri e dei nostri padri fondatori della Repubblica, afferma e sostiene che l’Italia è un paese fondato sul lavoro.
Queste braccia, sacre come tutte le altre, seminano e raccolgono la maggior parte della frutta e della verdura che noi consumiamo ogni giorno in un mondo che, se girasse per il verso giusto, dovrebbe riservare tutta l’attenzione che necessita ad un settore così fondamentale per la nostra sopravvivenza. Si tratta infatti delle prime braccia di una filiera articolata che nutre dai nostri nonni a noi, ai nostri figli. Purtroppo di questa catena di braccia che lavorano tutti i giorni non conosciamo quasi nulla, il “prodottocibo” è sempre lì presente sugli scaffali e tra i banchi dei mercati perché qualcuno/a lo ha raccolto/portato/collocato ma non reputiamo interessante e necessario sapere chi è quel qualcuno/a che lo ha prodotto. Andiamo sempre così di fretta e siamo sempre così impegnati, che cosa può fregarcene a noi chi sono questi anonimi lavoratori della terra? Non siamo più in grado di riconoscere quello che mangiamo, di prestare attenzione a come nutriamo noi e i nostri figli, figuriamoci se possiamo essere in grado di sapere che da decenni, dietro quello che mangiamo e che ci mantiene in vita, si cela uno sfruttamento sistematico di migliaia di braccia come le nostre o quelle dei nostri genitori e dei nostri figli.
Con l’arrivo della pandemia da Coronavirus la situazione, in questi ambienti lavorativi, si è esarcebata. Il blocco degli spostamenti delle persone, nello specifico dei lavoratori stagionali, e le chiusure delle frontiere in tutta Europa hanno fatto esplodere un sistema fragile, con l’inevitabile aumento dei prezzi di frutta, verdura e generi di largo consumo. Il balletto scoordinato degli annunci e delle smentite dei politici, delle associazioni di settore e degli imprenditori agricoli ha gonfiato le pagine dei giornali, gli schermi televisivi e i nuovi mezzi di comunicazione digitale. Incertezze e speculazioni che hanno sgonfiato, ancora una volta, le nostre tasche e le nostre speranze.
La maggioranza di questi lavoratori atipici, con pochi diritti e molti doveri, arriva dagli stati dell’est Europa e dal nord Africa. Lavoratori senza fissa dimora che per quasi tutta la primavera, l’estate e parte dell’autunno mettono a disposizione le loro braccia e le loro schiene, per coltivare i campi e tenere in piedi il settore, senza i quali imploderebbe. Questa “flessibilità” che il mercato ha generato, permette di lavorare tre settimane in Italia e magari quattro in Germania. Un tipo di lavoro, non legale ma accettato, retribuito a pochi euro all’ora per 10 o più ore di lavoro al giorno se si è fortunati. Sempre se non si finisce nelle braccia delle mafie, dei caporalati che da secoli infestano i territori agricoli europei. In questo caso la possibilità che una giornata di lavoro finisca in tragedia è assicurata e i libri e i racconti di Alessandro Leogrande, un grande autore e osservatore meridionale, lo testimoniano. Un lavoro che nei casi più estremi è capace solo di confinare, oltre il confine dell’umano i lavoratori stessi e le loro famiglie in un mondo fatto di segregazione e lamiere accatastate alla bell’e meglio.
È stata la stessa ministra dell’agricoltura, Teresa Bellanova, ad ammettere che la situazione è sempre più fuori controllo e che quindi se lo Stato italiano non si farà carico di dare dignità ai braccianti, la criminalità organizzata ancora una volta sfrutterà questo vuoto istituzionale. La ministra, in un comunicato ufficiale, ha aggiunto che: “si parla di circa 600mila lavoratori irregolari che vivono in insediamenti informali, sottopagati e sfruttati dai caporali. Sono invisibili ai più ma contribuiscono di fatto a raccogliere i tanti prodotti dalle campagne che arrivano alle nostre tavole. Oggi la loro situazione è ancora più complicata e fragile, sono ancora più esposti a rischio sanitario e fame.” Per chi l’avesse dimenticato l’agricoltura in Italia è uno dei pilastri portanti che tiene in piedi il sistema paese. Lasciarlo in “gestione” nelle mani sbagliate e senza legalità può significare generare un disastro senza precedenti.
Molto chiare, in questo senso, le dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho rilasciate al giornale Avvenire. Il magistrato ha affermato che regolarizzare gli immigrati che lavorano nel nostro Paese sarebbe veramente il raggiungimento di un grande risultato.
Se in Italia la situazione è questa, in Europa non se la passano meglio, il modello di lavoro da moderno servo della gleba ha attecchito ovunque nel vecchio continente. Da decenni gli autoctoni non vogliono più avere a che fare con la terra, troppo duro e poco pagato il lavoro in agricoltura, ragion per cui si è deciso, senza prendere nessuna decisione legale, di farlo diventare appannaggio degli stranieri. La formazione dell’Unione Europea e l’apertura delle frontiere tra i paesi comunitari ha facilitato e amplificato l’attecchirsi di questo epifenomeno. La Scozia e gli imprenditori agricoli scozzesi sono stati i primi, e i più veloci, a comprendere che la situazione si sarebbe complicata con le chiusure delle frontiere a causa del Covid-19. Le agenzie d’impiego online e offline hanno cercato di recrutare migliaia di residenti tra studenti, lavoratori di altri settori e disoccupati per sopperire al mancato arrivo dei lavoratori stagionali che ogni anno giungono con voli low-cost dai paesi dell’est Europa. Anche gli altri paesi della comunità europea, come Francia, Spagna e Germania stanno cercando di risolvere il problema, visto l’imminente inizio della stagione della raccolta di frutta e ortaggi. Oltre al recrutamento di nuove forze lavoro locali di altri settori in affanno in questo momento, l’idea che circola in questi giorni è quella di creare dei corridoi verdi per far arrivare questi lavoratori dall’est Europa con dei voli speciali e con dei controlli sanitari snelli alle frontiere. È notizia di ieri che, al confine con la Romania, 1800 lavoratori stagionali sono pronti per sbarcare in Germania per la raccolta degli asparagi. Si, proprio la Germania che negli ultimi due anni ha visto una crescita enorme dei partiti di ultra destra che hanno basato la loro campagna elettorale contro “l’invasione degli immigrati”.
L’idea del corridoio verde sembra avere sempre più peso anche in Inghilterra, dove molte delle migliaia d’inglesi che si erano offerti, in un primo momento, online per questo tipo di lavoro stagionale, ora hanno cambiato idea. Molti di questi, spinti più da un impeto nazionalista e populista che da una necessità lavorativa vera e propria. Una buona parte di chi si era proposto ha rifiutato perché il guadagno è basso, il lavoro è lontano dalle città dove vivono, senza possibilità di vitto e alloggio in alcuni casi e i turni di lavoro lunghi e con poche pause. Insomma, il “gioco” non vale la candela. Sembra che i locali, forse, abbiano iniziato a capire cosa c’è dietro questo lavoro, con poche garanzie attuali e future anche a livello previdenziale, che invece gli stranieri fanno per molti mesi all’anno e per molti anni della loro vita. Lavoro che resta fondamentale per tutti. Strumento che permette ai supermercati e mercati delle nostre città una continuità di generi alimentari per soddisfare le richieste giornaliere di cibo.

Abbi cura di te

Anam