Sta scatenando sterili polemiche, come sempre accade in queste circostanze, l’intervista che la giornalista Donatella Bianchi, conduttrice della nota trasmissione televisiva Linea blu, andata in onda sabato mattina su RaiUno, ha fatto ad Alessandro Cortese, giovane catanzarese di appena tredici anni, già campione europeo di vela.
Tu sei di Catanzaro e a Catanzaro il mare non c’è” suggerisce la Bianchi ad un certo punto dell’intervista e Alessandro risponde: “No, non c’è e io viaggio ogni volta, prendo il treno da Catanzaro a Crotone per allenarmi“.
Non si è trattato di una gaffe, come a molti è sembrato, no. Si è trattato di un lapsus, un grosso lapsus freudiano, suggerito dalla giornalista, al quale il giovanissimo campione non è riuscito a sottrarsi. Siamo sicuri, infatti, che Alessandro abbia detto una bugia? Io non credo. Io, al contrario, credo abbia detto una grande verità che è sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vuole ammettere.
Vivo a Catanzaro Lido (quindi al mare) da 46 anni e non ho mai percepito il mare. Se al posto del mare ci fosse una montagna non cambierebbe granché nello stile di vita dei suoi abitanti. Del mare, a Catanzaro, non si percepisce quasi nulla. Innanzitutto non si vede, coperto da un lungomuro di cemento armato, costruito per difendere le case costruite troppo vicine alla spiaggia; rarissimi poi i simboli e pochissimi i locali o ristoranti che richiamano nel loro nome e nella loro cucina il mare; nessuna traccia di pescatori o di barche o di reti o di attività che richiamino il mare (relegati nel neonato porto e in passato costretti ad emigrare anch’essi nel porto di Crotone); nessuna attività economica (se non banali lidi costruiti per due mesi l’anno sull’arenile) ideata sfruttando il mare; nessun artigiano che costruisce souvenir caratteristici a tema marino; nessun cantiere navale; nessun museo del mare; nessun piatto tradizionale a base di pesce; nessun circolo nautico; pochissime pescherie; nessun sistema di produzione di energia ricavata dal mare. L’unica attività sportiva che sfrutta il mare (il kayaking) è nata da pochi anni e riguarda una nicchia di cittadini appassionati; anche il porto, in costruzione da quando sono nato, ancora non è giunto a completamento e ha cominciato da pochi anni ad ospitare delle imbarcazioni. L’unico giorno in cui ci si ricorda del mare è l’ultima domenica di luglio quando una processione di barche (che prima della costruzione del porto mi sono sempre domandato da dove improvvisamente sbucassero) accompagna la Madonna di Porto Salvo (patrona del quartiere Lido e non della città). Perfino per andare al mare i catanzaresi preferiscono altre spiagge (Copanello, Caminia, Pietragrande, Montepoane, Soverato) a decine di chilometri dal quartiere Lido. Dopo aver contribuito ad inquinarlo (a fine anno i depuratori sono stati sequestrati) vanno alla ricerca di spiagge considerate (a torto) più pulite, un comportamento molto simile a quello che adottano in tutte le altre circostanze, prima contribuiscono a creare il deserto e poi invitano i propri figli ad emigrare alla ricerca di improbabili eden.
Perché dunque Alessandro avrebbe dovuto affermare che a Catanzaro c’è il mare? Lui, per allenarsi, deve andare a Crotone. Se fosse rimasto a Catanzaro non sarebbe diventato il campione che è oggi. Per solcare il mare con la sua barchetta a vela deve percorrere settantadue chilometri, eppure abita al mare. E perché tanta indignazione se il mare per i catanzaresi è solo un luogo come un altro per continuare a vivere come vivrebbero anche se non ci fosse? Perché, invece, non ha fatto notizia sui social e non ha scatenato dibattiti e generato tentativi di emulazione quando, appena due anni fa, a soli 11 anni, lo invitai al VI Raduno delle Imprese Eretiche per raccontare la sua passione per il mare, quando era ancora solo una promessa della vela europea?
Forse i catanzaresi dovrebbero essere un pò meno permalosi e un pò più obiettivi e autocritici, se vogliono crescere e diventare persone mature. Hanno trascorso l’estate a dibattere di tre problemi molto gravi per il futuro della città: l’inversione di marcia di una strada, l’installazione di una ruota panoramica e il posizionamento di una scritta dentro un’aiuola del lungomuro, mentre la più grande opera di cementificazione è partita per fagocitare quel poco di natura e di mare, appunto, che resta (la pineta e l’area dunale di Giovino) di cui nessuno si scandalizza o si preoccupa.
A Catanzaro il mare si percepisce solo d’inverno, quando stufo di essere ignorato e violentato, infrange le sue onde su quel lungomuro che è lì a testimoniare il nostro amore e interesse per lui. Forse un giorno dovremo ringraziare Alessandro per avere avuto il coraggio di affermare quello che i suoi concittadini non vogliono ammettere: che a Catanzaro il mare ancora non c’è.

Massimiliano Capalbo

Verbicaro è un centro abitato oggettivamente brutto. Chi lascia la statale 18 tirrena inferiore, all’altezza di Santa Maria del Cedro, per inerpicarsi su, verso le montagne dell’Orsomarso, e raggiungere questo centro ricadente nel Parco Nazionale del Pollino, si aspetta di trovare un piccolo centro storico di montagna caratteristico e, invece, finisce per trovarsi imbottigliato in un angosciante budello trafficato da auto, come in qualsiasi centro cittadino, tra palazzine orrende in stile anni ’70 di 6-7 piani, in alcuni casi semplicemente intonacate. Di cosa campano gli abitanti non è dato saperlo, immaginiamo varie forme di assistenzialismo. Fino a poco tempo fa era la patria del vino, il Verbicaro rosso DOC, ma oggi vi operano solamente un paio di cantine. Qui, invece dei vigneti, che ne avrebbero impreziosito l’estetica e l’economia, sono spuntate come funghi le case.
Una sensazione di angoscia mi assale mentre percorro il paese alla ricerca di qualcosa di bello. E’ incredibile constatare come la bellezza della natura che lo circonda non abbia minimamente contribuito a far desistere i suoi abitanti dal perpetrare un tale scempio. E’ come se fosse stata rimossa o, forse, mai realmente percepita alla stregua dei suoi canali d’acqua tombati che rappresentano un grosso pericolo in tempo di alluvioni come questo. E’ un susseguirsi di brutture fino a Piazza Piave. Da quel punto in poi, scendendo lungo il centro storico, si cominciano a percepire i segni del luogo che ha preceduto l’attuale non-luogo. “Un luogo è una creazione stratificata, organica, prodotta dal lento lavorio del tempo, degli elementi naturali e dall’azione, volontaria o meno, degli uomini – ci ricorda Marco Martella, storico dei giardini – E’ forse questo a conferirgli il suo spessore poetico, la sua intensità, e quella luce indefinibile che caratterizza ogni vero luogo, anche il più umile o quotidiano.
I centri storici sono luoghi perché è facile riconoscere i segni e il senso della vita di chi li abitava, la loro sacralità. Le abitazioni erano costruite per essere funzionali ad una vita fatta di agricoltura, artigianato, pastorizia etc. La terra era considerata sacra, l’uomo viveva in simbiosi con la natura.
Quello di Verbicaro, spopolato e decadente, come tutti i centri abbandonati dagli “affascinati” dalla modernità, si caratterizza per la molteplicità (o meglio accozzaglia) di stili architettonici che si sono stratificati nel tempo. Spopolato non tanto e non solo dall’emigrazione ma, cosa ancora più grave, da un’operazione di trasferimento di massa dei suoi abitanti (alla stregua di Matera) che, dalla vergogna dei luoghi sono stati immersi nell’illusione dei non-luoghi (le case popolari che sorgono nella periferia del paese), pianificata dalla partitica locale vittima, come la maggior parte dei meridionali, di quel complesso di inferiorità che continua a tenere prigioniere molte menti.
Ma, spesso, è proprio la capacità di trasformare un punto di debolezza in un punto di forza che può aiutare a scorgere la luce in fondo al tunnel. E’ proprio questa bizzarria di stili architettonici, infatti, che potrebbe rappresentare l’elemento attrattivo di questo borgo, se adeguatamente ripensato e riprogettato. Se fossi uno studente di architettura ci farei una tesi di laurea, se fossi un architetto comincerei ad interessarmene come è successo a Favara, in Sicilia. Il centro storico di Verbicaro non è stato pensato da una sola mente, questo caos architettonico è frutto di un lavoro collettivo non programmato, non concordato, spontaneo, che oggi appare una vera a propria anomalia e, al tempo stesso, unicità. Questi moderni Gaudì, agendo isolatamente, hanno realizzato un’opera d’arte complessiva che, se adeguatamente ristrutturata e promossa, può rappresentare la base di una nuova primavera per Verbicaro.
Regalo, dunque, quest’idea a chi tiene a cuore il destino di Verbicaro e, contestualmente, lancio una sfida agli architetti calabresi e non che vedono in questa un’opportunità per creare un progetto di rinascita urbana e turistica del borgo. “Il pericolo maggiore, la disgrazia che minaccia da sempre gli uomini – ci ricorda sempre Martella – è abitare una Terra abbandonata dagli dèi, e perciò priva di centro, sprovvista di senso.” Proprio quello che è accaduto a Verbicaro negli ultimi decenni.

Massimiliano Capalbo