“Cercasi leader disperatamente” sembra essere questo l’annuncio più pubblicato dalle segreterie dei partiti che compongono quella che, oggi, viene definita l’opposizione e che va da SEL al FLI. La caccia è cominciata da tempo ma nessuno sa bene dove cercare e chi investire di questo ruolo. Ma di quale leader c’è bisogno? Quali dovranno essere il suo compito e le sue capacità? E soprattutto quale società si troverà a governare? Proviamo a ragionarci su.
Da quando ha fatto la sua comparsa sulla scena mondiale, Internet ha stravolto il modo di relazionarsi degli esseri umani. I social network, in particolare, hanno contribuito a rendere evidente la frammentazione sociale. Ma soprattutto sono nate quelle che Seth Godin, l’inventore del marketing virale, ha definito Tribù. “Una tribù – spiega nel suo libro dal titolo omonimo – è un gruppo di persone in contatto le une con le altre, legate ad un leader e ad un’idea”.
La prima considerazione da fare è che oggi il mondo è pieno di tribù e che queste si formano sui temi più disparati, compresi quelli politici. Una persona può aderire a più di una tribù contemporaneamente, il tutto è reso sempre più facile dall’utilizzo di questi nuovi canali e dagli Smartphone. Ciascuna tribù è guidata da un leader che può essere sfiduciato in qualsiasi momento con la stessa facilità con cui è stato eletto, il suo ruolo infatti non è per sempre ma va conquistato giorno dopo giorno. Pare che le tribù siano l’unico posto dove viga ancora un criterio di scelta basato sulla meritocrazia.
La seconda considerazione è che oggi vince chi sta ai bordi, non al centro. Godin ci ricorda: “tutte le tribù sono costituite da seguaci, che più sono di parte meglio è. Se siete dei moderati non datevi la pena di entrare in una tribù.” La frammentazione sociale è tale da non permettere a nessuno la creazione di una tribù talmente vasta da essere maggioritaria rispetto ad altre e duratura. A questa frammentazione corrisponde una circoscrizione degli interessi che diventano sempre più prossimi, legati a problematiche locali e vicine ai singoli cittadini. Le tribù non hanno una visione di insieme dei problemi, sono miopi da questo punto di vista, per cui incapaci di attrarre “moderati” bensì “estremisti” e “radicali” intendendo con questi due termini persone che focalizzano la propria attenzione su temi specifici e locali. I temi, poi, sono diventati così tanti e diversificati che l’elettore non riesce a trovarli tutti in un unico movimento, la rappresentatività pertanto risulta spesso parziale e insoddisfacente.
La terza considerazione è che l’eletto si configura sempre più come un delegato a breve, brevissimo tempo. Il concetto di tempo, infatti, nell’era post-moderna è cambiato. Poiché i cambiamenti avvengono molto rapidamente (e con la stessa rapidità cambiano le opinioni) non è possibile restare immobili sulle proprie posizioni per lungo tempo. Di conseguenza i programmi elettorali non riescono a resistere cinque anni, come è avvenuto finora, ma la loro data di scadenza si accorcia sempre più.
La quarta e ultima considerazione riguarda la figura del leader. La maggior parte delle persone ha sempre erroneamente pensato che il leader dovesse necessariamente ricevere un’investitura dall’alto e invece le nuove forme di aggregazione sociale ci dimostrano che il leader è colui il quale riceve la fiducia dal basso, è espressione dei membri della tribù. Un concetto molto simile a quello della democrazia rappresentativa che però diventa, rispetto a quella tradizionale, una democrazia più partecipata. I grandi leader, così come i grandi comunicatori, possiedono un carisma che non scaturisce dal potere economico (e quindi dal timore che questo può incutere tra gli avversari o tra gli alleati) o dalle minacce di ritorsione, ma dall’empatia ovvero la capacità di entrare in sintonia con tutti i membri che facciano o non facciano parte della tribù, di conquistarne la fiducia sulla base dall’autorevolezza delle idee e sulla capacità di ispirare.
I grandi leader di solito hanno pochi mezzi a disposizione e molto talento ma soprattutto grandi capacità relazionali attraverso le quali unire e non dividere, costruire e non distruggere. La parola leader fa rima con la parola relazione. La leadership consiste nel favorire il cambiamento, mentre i sovrani hanno sempre agito per mantenere lo status quo, perché è il sistema più sicuro per preservare i propri privilegi.
L’errore più grande che si può commettere è pensare di poter allargare una tribù, i grandi leader non lo commetterebbero mai, non cercherebbero mai di accontentare tutti, non perderebbero mai del tempo per cercare di convincere altri ad entrare nella propria tribù, non serve infatti attrarre la maggioranza. “Quasi sempre – avverte Godin – se si cerca di guidare tutti si finisce con il guidare nessuno.”
L’opposizione, invece, guidata da vecchi matusalemme la cui posizione è garantita da schemi organizzativi interni obsoleti, troppo occupata ad impegnare uomini sul terreno di scontro costruito da Berlusconi e a lui favorevole, quello televisivo, continua ad andare in questa direzione e non si è accorta del cambiamento. Ha perso un’altra possibilità, colta magnificamente bene invece da Grillo e dal cosiddetto “Popolo Viola” che hanno iniziato a far leva sulle neo-tribù di elettori, raccogliendo seguaci e consensi sulla base di idee e proposte concrete, che toccano da vicino i propri membri.
Forse il leader di cui abbiamo tutti bisogno, in questo difficile momento di transizione, dovrà essere in grado di dialogare e mediare sulla base di idee e proposte, non ideologiche ma trasversali, con le varie e numerose tribù che popolano il Paese. Un leader in grado di avere quella visione di insieme che alle singole tribù manca, riconosciuto da tutti per le sue capacità relazionali e di sintesi, le uniche in grado di consentirgli di governare il caos e la complessità sociale in cui viviamo, nell’attesa che la democrazia partecipata, attraverso la Rete, diventi capillare e reale e che ciascuno, come auspica Grillo, possa finalmente contare uno.

Massimiliano Capalbo

Commenti

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2 commenti
  1. gnuccio973
    gnuccio973 dice:

    Parto dalla fine. Chi dice che ci sia bisogno di un leader?
    La leadership si forma dal basso attraverso meccanismi autorafforzativi della capacità organizzativa, di comando e di carisma. In buona sostanza, un leader si fa, cresce, emerge.
    Questa è la grande differenza rispetto la struttura della leadership attuale eteroimposta: il "leader" è creato secondo la necessità di dover soddisfare esigenze di mercato, di dover corrispondere alla richiesta sondagistica del momento. In pratica, si tratta di un mercenario prezzolato o interessato che risponde all'identikit operato dai professionisti della statistica e della demagogia.
    Ritorno alla domanda iniziale… Chi ha bisogno di un leader???
    Sicuramente coloro che si appellano ad un'entità suprema per risolvere i problemi attraverso autoritarismo e totalitarismo mi appaiono dei deboli che non sanno risolversi ad agire in prima persona e delegano a colui il quale meglio sembra incarnare le promesse di grandiosità.
    Chi ha bisogno di un leader, quindi? Colui che ha paura di se stesso e ignora i propri limiti ed i propri potenziali. Colui che non vuole agire e demanda. Colui che semplicemente ignora. Ignora se stesso ed ignora gli altri e nasconde i problemi del mondo alla ricerca di un capo.

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  1. […] con le molteplici tribù che compongono la società post-moderna. Scrivevo circa due anni fa, in un articolo pubblicato su ereticamente: “Forse il leader di cui abbiamo tutti bisogno, in questo […]

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