Non passa giorno, ormai, che non ci tocca apprendere, leggendo le cronache dei giornali o guardando i Tg, dell’avvenuto omicidio di qualcuno. Quotidianamente la cronaca riporta almeno 2-3 omicidi o atti di teppismo o di bullismo. Ciò che colpisce non è solo l’aumento della frequenza di questi tragici avvenimenti quanto la futilità delle motivazioni. Quasi sempre, infatti, il gesto estremo è dettato da incomprensioni, antipatie, invidie, gelosie spicciole. Si uccide per un parcheggio conteso, per una sosta abusiva, per una sigaretta negata, per delle urla di troppo, per uno sguardo mal interpretato.
Di fronte a tale situazione non possiamo fare altro che registrare l’inutilità delle leggi (quando non proprio l’assenza) ma soprattutto l’incapacità dello Stato di tutelare i cittadini. Sembra che allo Stato spetti il compito di intervenire, come un notaio, solo dopo che i fatti sono accaduti per certificare le morti e mai prima in un’ottica di prevenzione. A cosa serve, dunque, finanziare un apparato deputato al mantenimento dell’ordine pubblico se non è messo nelle condizioni di farlo? A cosa servono tutte queste leggi se non funzionano da deterrente? Perché sperare dopo in una condanna (che non arriverà mai o arriverà molto tardi) e non agire prima perché il tragico evento non accada? Perché indugiare ancora di fronte al palese squilibrio dell’ordine pubblico?
Se il vostro vicino di casa parcheggia puntualmente la sua auto di fronte l’uscio di casa vostra, impedendovi di uscire e ignorando le vostre lamentele, e decidete di recarvi dai Carabinieri per denunciarlo, questi non possono fare altro che registrare la vostra denuncia e parcheggiarla in un cassetto dal quale uscirà fuori solo nel momento in cui, in preda alla disperazione e di fronte all’ennesimo sopruso, avrete deciso di imbracciare il vostro fucile (regolarmente detenuto) e farlo fuori. Allora risulterà che avevate sporto denuncia qualche anno prima, magari più volte, ma nessuno aveva fatto nulla per evitare il peggio.
Si parla tanto di riforma della giustizia per i potenti ma l’unica riforma che andrebbe fatta è quella a tutela dei cittadini protagonisti quotidiani di questi micro-eventi che si trasformano, sempre più spesso, in efferati omicidi. La riforma dovrebbe comprendere una serie di norme e di strumenti volti alla prevenzione di questi episodi che influenzano la vita di ciascuno di noi e con i quali siamo costretti a convivere. E la convivenza ha una durata che è direttamente proporzionale alla capacità di sopportazione di ciascuno.
Sul luogo del delitto, solitamente, si aggira il solito giornalista che, col microfono in mano, chiede al vicino di casa: conosceva l’omicida? Che persona era? E la risposta è sempre la stessa: una brava persona, una persona normale, non aveva mai dato segni di squilibrio.

Massimiliano Capalbo

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