Roma è sporca? Si, ve lo confermo, come la maggior parte delle grandi città. Ma non per colpa di questo, come dei precedenti sindaci, sarebbe troppo facile e comodo. Se Roma, come le altre grandi città, oggi è sempre più sporca le motivazioni sono da ricondurre a due motivazioni principali.
La prima, la più ovvia, è che chi ci vive è sporco. Le poche foto che ho scattato oggi, in un breve tratto della via Laurentina, testimoniano di una sporcizia fatta di consumi quotidiani: lattine, bottiglie di birra, cartoni di pizza.
La seconda, invece, non emerge mai perché la strumentalizzazione partitica e la mistificazione che si fa ormai su ogni problematica quotidiana, impedisce di vedere la realtà per quella che è. Le grandi città sono e saranno sempre più sporche perché chi ci abita le attraversa ma non le vive. Le città moderne, al contrario dei vecchi centri storici, non sono state progettate per essere vissute ma semplicemente per essere attraversate, temporaneamente. Le città sono sempre più dei non-luoghi, come aveva intuito a suo tempo Marc Augè. I non-luoghi sono spazi costruiti in rapporto a certi fini: di transito, di commercio. L’individuo si trova in rapporto con essi in una realtà contrattuale, si tratta di un accesso per l’uso. E in effetti nelle grandi, come ormai anche nelle piccole città, l’accesso è sempre più legato al pagamento di un pedaggio, di un parcheggio, di un servizio. Le città oggi danno vita “ad una contrattualità solitaria” come i centri commerciali. Sono e continuano ad essere concepite come zone di transito, per essere attraversate velocemente con le auto, gli autobus, i tram, le moto, i treni ma non a piedi e con lentezza. Continuando di questo passo arriveremo a pagare per accedere in zone sicure e pulite della città mentre le altre, quelle free, saranno sempre più sporche e insicure.
Ciascuno di noi, anche nei piccoli centri, ha ormai fatto propri i ritmi di vita delle grandi metropoli. Siamo sempre di fretta, usciamo di casa e ci infiliamo subito a bordo di un mezzo veloce (e se non è veloce abbastanza ci lamentiamo) progettato per passare sopra e attraverso ogni cosa (sporcizia compresa) e raggiungere il prima possibile la meta, un pò come i turisti che prendono un aereo per andare dall’altra parte del mondo a fare quello che potrebbero fare sotto casa, senza influire però sull’ambiente e la tranquillità delle destinazioni scelte. Non ci soffermiamo più su nulla, la vita ci scorre davanti e noi non siamo più neanche spettatori, men che meno attori. Non conosciamo (e dunque non possiamo tutelare) le risorse che ci circondano perché non le vediamo, ci sfrecciamo davanti quotidianamente senza accorgercene. Alberi secolari, monumenti, fontane, piazze, opere d’arte, palazzi storici, potrebbero anche non esistere, tutto ciò non influirebbe minimamente sui nostri programmi quotidiani.
Le vie, le aiuole e le piazze sono rimaste appannaggio dei poveri e dei senza tetto, dei miserabili che, ovviamente, le vivono riempiendole della loro quotidianità (cartoni, coperte, ciotole) e delle loro azioni (accattonaggio, furti, violenze). Gli altri non le frequentano più, perchè pagano per accedere a bar, locali, ristoranti, gallerie, cinema, sotto l’occhio vigile delle telecamere. Le frequentano solo per portare a pisciare il cane, il tempo di un bisogno. Se fossero vissute sarebbero abbellite, ripulite, illuminate, vive.
Le comunità sono fatte di persone che collaborano al mantenimento e al miglioramento degli spazi comuni, il degrado materiale è lo specchio del degrado relazionale in cui scegliamo quotidianamente, liberamente e consapevolmente di vivere. Se vogliamo città pulite e sicure dobbiamo ricominciare a tessere relazioni non votare questo o quel sindaco. Siglare patti tra condomini e vicini di casa coi quali neanche ci salutiamo più, non aumentare il numero di poliziotti. Improvvisamente ci accorgeremmo che le città sono più pulite, più sicure, più belle.
Gian Vittorio Caprara, Ordinario di Psicologia della personalità alla Facoltà di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma, in un suo articolo pubblicato tempo fa sulla rivista “Psicologia contemporanea”, riportò i dati di una ricerca del 1997, a cura di Sampson et al., svolta su 8782 residenti di 343 quartieri di Chicago, dalla quale risultò che “l’efficacia collettiva risultante dalla fiducia reciproca e dalla disponibilità dei cittadini a farsi carico attivamente della supervisione dei ragazzi e del mantenimento dell’ordine pubblico ha un ruolo cruciale nel contrastare crimine e violenza, anche in condizioni socio-economiche particolarmente svantaggiate. Quando tutta una collettività si sente impegnata a vigilare ed ha la convinzione di riuscire a contrastare abusi e prepotenze, e quando per una sorta di spionaggio positivo ogni passante, ogni finestra, ogni telefono diventa una spia pronta a riconoscere, stigmatizzare e denunciare, il crimine cessa di pagare.” Non ci sono soldati che tengano. Nessuno può pensare di poter delegare ad altri la propria sicurezza e il proprio futuro eppure il dibattito quotidiano, soprattutto mediatico, verte sempre su chi sarà il prossimo che si accollerà le responsabilità collettive. “Senza togliere niente alla responsabilità individuale – scrive Fernando Savater – è pero giusto riconoscere la nostra co-responsabilità sociale nel non saper evitare situazioni a noi vicine che spesso vanno a sfociare in crimini o catastrofi.

Massimiliano Capalbo

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