D’estate i centri storici dei piccoli comuni, soprattutto quelli più interni, si ripopolano. Al Sud, in particolare, a causa dell’arrivo degli emigrati che vi trascorrono le ferie ma anche perchè nei mesi estivi si concentrano la maggior parte degli eventi: dalle sagre alle manifestazioni culturali.
La caratteristica principale di questi eventi è la rievocazione di usi, costumi, tradizioni, mestieri, saperi e sapori. Ed ecco che si riaprono le antiche botteghe di falegnami, fabbri, panettieri e calzolai. Queste occasioni sono poi ideali per riscoprire e degustare i prodotti tipici della terra e i sapori di un tempo.
Gli attori vanno in scena con i costumi e gli attrezzi dell’epoca nei luoghi storicamente deputati a queste attività che vengono riaperti e rispolverati per l’occasione. Qualche appassionato del posto accompagna i curiosi alla scoperta del rudere abbandonato, del dipinto raro, del sentiero naturalistico ripulito per l’occasione. Un gruppo musicale suona la musica tradizionale.
Quasi sempre nel mezzo dell’evento si tiene il dibattito sul tema, con tanto di sindaci, assessori e romanticoni di varia natura (dallo storico del posto all’ambientalista) che, a vario titolo, raccontano come eravamo e come potremmo essere se puntassimo su turismo e prodotti tipici.
E’ una bella recita che, solitamente, dura il tempo di digerire la frittura mista. Poi tutto finisce.
Chiuso il sipario ricomincia lo sdradicamento identitario quotidiano. L’emigrato ritorna nella sua metropoli ad essere un ingranaggio della catena di montaggio dove lavora; il paese e le sue belle case si svuotano e al residente ritorna la voglia di fuggir via; il sindaco e i suoi assessori ritornano a desiderare di trasformare i propri paesi in non-luoghi; l’erba e l’incuria ricominciano a crescere intorno ai ruderi e lungo i sentieri naturalistici; gli attrezzi e i costumi vengono riposti in soffitta per essere riutilizzati nell’edizione successiva (sempre che il sindaco trovi il finanziamento).
Ritorniamo a pensare di poter fare a meno del senso dei luoghi. E’ quasi come se si trattasse di un carnevale, di un temporaneo scioglimento degli obblighi sociali, di un allontanamento dall’appiattimento quotidiano, durante il quale il caos (creativo) sostituisce l’ordine (costituito). Poi tutto ritorna come prima, peggio di prima e senza un poi.

Massimiliano Capalbo

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