Game over. La scritta è apparsa da tempo sul monitor della nostra nazione ma continuiamo a far finta di nulla, crediamo ancora che “tanto qualcuno ci penserà”, che risolverà il problema, che ci verrà concesso un altro giro di giostra. Si chiami Monti, Berlusconi o chissà come domani. Ma il tempo è scaduto, la ricreazione è finita, la realtà ha fatto irruzione nelle nostre vite.
Abbiamo trascorso per lo meno gli ultimi venti anni a rosicchiare, ciascuno nei limiti delle proprie possibilità e nell’ambito delle proprie competenze e prerogative, pezzi di questa nazione, parte del suo valore. Dallo “scroccare” la fotocopia nell’ufficio pubblico al pagamento della tangente per il grande appalto tutto ha contribuito, in misura maggiore o minore, al fallimento economico e sociale della nazione.
Ma il default che registriamo oggi non è soltanto economico, quanto sociale. L’Italia è uno dei Paesi più corrotti del mondo e gli italiani sono giunti a questo risultato in conseguenza del loro atteggiamento antisociale e antipolitico. Questo atteggiamento ha incoraggiato a scegliere di non aprirsi agli altri, di non puntare sull’altro italiano, quello che vive accanto a noi, di agire in solitudine in maniera egoistica a discapito di tutto e tutti. Anche senza citare gli infiniti esempi di “ruberie” che i media quotidianamente ci raccontano, basta pensare a chi ha preferito, ad esempio, acquistare azioni di anonime società con sede in qualche angolo sperduto del mondo, affidando loro i propri risparmi con la promessa (rischiosa) di ottenere dei guadagni futuri e non sapendo dove e come sarebbero stati investiti, piuttosto che investire nell’idea o nell’attività del vicino di casa, nata nel proprio quartiere, che poteva essere controllata, seguita ed aiutata a crescere, ottenendo così un doppio guadagno: economico se l’attività crescendo e sviluppandosi avesse generato degli utili e sociale perchè la crescita economica avrebbe di conseguenza generato ricadute importanti nella comunità in cui operava. Quegli stessi che si sono comportati così hanno magari spinto poi i propri figli ad andarsene dalla propria terra a studiare o lavorare all’estero “perchè qui non c’è futuro!”. Il tutto solo per ambizione personale.
Una delle sfide più importanti per la società del XXI secolo, invece, è quella di puntare ad un nuovo e più ampio senso di comunità. Ad affermarlo è Robert Putnam professore di Public Policy alla Harvard University e autore del volume “Capitale sociale e individualismo”. Il concetto di capitale sociale sta ad indicare quegli aspetti dell’organizzazione sociale – la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico – che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale, facilitando iniziative prese di comune accordo. Secondo Putnam la fiducia dei cittadini nelle loro istituzioni di governo va di pari passo con la convinzione di poter migliorare la società con la propria azione, in prima persona. Una comunità priva di capitale sociale non crede neppure che sia possibile fare pressione sul governo perché risponda efficacemente ai propri bisogni e quindi ci rinuncia. Proprio come ha fatto l’Italia in questi ultimi venti anni.

Massimiliano Capalbo

Commenti

Lascia un commento

1 commento
  1. marco bertelli
    marco bertelli dice:

    Il professore di Harvard disegna i tratti somatici di un modello di società piuttosto distante (ma mi verrebbe da dire in contrasto) dal modello che è in vigore nel nostro paese.
    Su questo direi che anche le conclusioni dell'articolo concordano.
    L'elemento che a mio avviso fa la differenza è quello storico.
    Nel senso che in Italia siamo ancora legati a concetti di stato quasi medievali, dove le classi dirigenti sono in tutto e per tutto sovrastanti le classi, per così dire, sottoposte.
    Queste ultime, a mio avviso, soffrono di sindrome (e non complesso) di inferiorità, nei confronti delle classi più "alte", e ne patiscono le angherie. Continueranno a farlo fino a quando non ci si accorgerà che il gioco non vale più la candela.
    Il "game over" potrebbe voler dire la catastrofe, ma anche l'inizio di una nuova fase.

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Rispondi a marco bertelli Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *