Non mi hanno stupito gli insulti del vicepresidente del Senato Calderoli al ministro Kyenge, il curriculum del personaggio in questione è lastricato di espressioni razziste e di gesti di intolleranza e disprezzo nei confronti del diverso. Mi ha stupito molto di più, invece, la risposta del ministro all’integrazione, una risposta a mio giudizio sbagliata, che avalla un atteggiamento molto diffuso nella società post-moderna italiana: il gioco di ruolo.
Le dimissioni non le richiedo io. Questo non è un punto che mi riguarda. Io pongo un’altra questione, una riflessione sul ruolo di chi riveste una carica pubblica” ha affermato il ministro, e tutti dietro a sottolineare quanto il ruolo che riveste lo obblighi a comportarsi in un certo modo. E no, caro ministro, ha perso un’occasione. Il ruolo non c’entra nulla. Lei avrebbe dovuto rispondere all’uomo Calderoli non al vicepresidente del Senato Calderoli. Perchè questi atteggiamenti restano intollerabili per chiunque, anche per l’uomo della strada. Il ruolo non aggiunge nulla, semmai toglie.
La questione non è politica è sociale, se continuiamo a chiedere che ci si comporti onestamente, correttamente, imparzialmente, equilibratamente solo perchè si ricopre un ruolo allora continueremo con questa ipocrita sceneggiata che ciascun cittadino si sente legittimato a mettere in scena, nel proprio piccolo, quotidianamente. Il poliziotto non deve essere corretto perchè veste una divisa, il prete non deve essere santo perchè porta una tonaca, il magistrato non deve essere imparziale perchè indossa una toga, il politico non deve essere onesto perchè siede in Parlamento. Tutti dovremmo scegliere, deliberatamente e consapevolmente, di ricoprire un ruolo che sia consono e coerente con le nostre attitudini personali, perché nell’esercizio delle nostre funzioni rispondiamo sempre ad altri uomini a prescindere dal ruolo. C’è bisogno di veri e buoni esempi in questo Paese, non di gente che fa finta di essere ciò che non è. Un razzista è un razzista anche se diventa Papa o Presidente della Repubblica. Basta con i giochi di ruolo, questa nazione è piena di gente che recita un ruolo, che predica bene in pubblico e razzola male in privato.
La recita sta per finire, il mondo intero si sta accorgendo che noi italiani siamo degli impostori, che abbiamo recitato fino ad oggi un ruolo che non ci appartiene, che abbiamo millantato un credito che non abbiamo mai realmente avuto. Il nostro è considerato sempre di più il Paese dei bugiardi, di quelli che non dicono mai la verità (che non a caso ha contribuito più volte, nel corso degli ultimi venti anni, ad eleggere come degno rappresentante quello che sapeva raccontarle più grosse), un Paese che, anche se fa di tutto per mascherare la realtà, non perde occasione per rivelare al mondo la sua vera identità.

Massimiliano Capalbo

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1 commento
  1. domenico sorace
    domenico sorace dice:

    E’ condivisibile, in linea di massima, quanto si sostiene nel pezzo. Tuttavia, credo non si possa tacere, per onestà intellettuale, che il ruolo, la carica, la funzione pubblica facciano da detonatore ai vizi privati ed impongano un livello di attenzione e prudenza superiore a quello richiesto al comune cittadino. Vi è, piaccia o no, un tratto “pedagogico” nello svolgimento di una funzione pubblica, che impone – d più di quanto non ricorra nella vita privata – l’adozione di comportamenti improntati a rigore, riserbo, austerità, severità. E’ evidente che tale costrutto non deve limitarsi ad essere una sorta di paravento istituzionale al vizio privato: la coerenza tra comportamenti predicati e comportamenti testimoniati dovrebbe costituire l’ossatura imprescindibile del vive civile ed istituzionale. In questo senso la pervicacia del Calderoli nel persistere, dall’alto della sua carica di vice presidente del Senato, nelle esternazioni razziste e rozze, costituisce un vulnus alle istituzioni ed alla stessa vita politica del Paese che, certo, non ne sentono proprio il bisogno.
    Sullo sfondo rimane, come giustamente osserva Massimiliano, l’improntitudine di un’italietta che non riesce più nemmeno a nascondere la polvere sotto il tappeto e che, ormai preda di una “cupio dissolvi”, si concede triviale ed oleosa al cospetto impietrito dei suoi interlocutori internazionali.

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