Ieri nelle principali piazze italiane si è tenuta la manifestazione dei “precari”, termine ormai diventato onnicomprensivo di una situazione di instabilità, legata principalmente alla maggiore flessibilità del lavoro in un periodo di crisi economica che sembra essere senza fine.
Fatto salvo per le persone indigenti e socialmente deboli ed i cinquantenni che perdono il lavoro a causa della chiusura dell’impresa nella quale lavoravano e difficilmente riescono ad avere un’altra chance, non posso accettare che il termine venga affiancato all’aggettivo “giovani”.
Mi pare che il vittimismo e l’atteggiamento di individuazione delle responsabilità (sempre altrove) stia mietendo vittime anche tra di loro. Credo che questa generazione di giovani sia stata allevata su false credenze e falsi miti che oggi li portano a ritrovarsi senza lavoro, a dover scendere in piazza e a definirsi precari. Vediamo quali sono.
1) Il primo mito viene inculcato nelle famiglie. I genitori, quasi sempre in buona fede, spingono i propri figli a scelte che non tengono per nulla conto dei loro talenti e delle loro inclinazioni. Spesso sono indotti a scegliere il mestiere che i genitori avrebbero voluto fare e non hanno potuto, quando non quello considerato socialmente più ambito, ma comunque con l’unico scopo di portare a casa uno stipendio.
2) La seconda favola viene raccontata a scuola dove aleggiano alcune leggende metropolitane secondo le quali esisterebbero facoltà universitarie o istituti superiori che danno più possibilità rispetto ad altri di trovare lavoro. Questo atteggiamento, a ondate, ha inflazionato alcune categorie professionali (negli anni ’90 andavano di moda gli ingegneri informatici, per esempio, col risultato che oggi sono troppi e sottopagati) ha ingolfato le facoltà, ha creato disoccupazione e precariato a 30 anni.
3) La terza falsa credenza, la più dura a morire, è che esista ancora la possibilità di trovare un lavoro per la vita. Non si tratta tanto di credere o meno al posto fisso (perchè per posto fisso potrebbe intendersi anche un lavoro che cambia nel tempo ma che non viene mai perso) quanto alla possibilità che una volta trovato resti immutato nei secoli.
Queste tre leggende aleggiano ancora nella nostra società, hanno generato e genereranno purtroppo ancora una generazione di frustrati, incapaci di prendere in mano il proprio destino, e hanno fatto la fortuna (e la carriera) di molti politici.
La verità è che siamo inadeguati, viviamo nel 2011 ma con una mentalità da fine ‘800. Il mondo è cambiato e continuerà a cambiare mentre noi siamo fermi, ancorati alle nostre ideologie, aggrappati alle nostre illusioni.
Ciascun essere umano nasce con un talento, scopo della vita è scoprirlo, valorizzarlo (attraverso lo studio e la formazione) e metterlo a frutto per la realizzazione di se stessi e per il progresso della comunità nella quale si vive e lavora. Il lavoro non si perde se si ha la capacità di inventarselo e re-inventarselo (oltre che re-inventarsi come persone) continuamente, al ritmo del mondo che cambia. Se si resta fermi sulle proprie posizioni, invece, si viene spazzati via.
La prima regola è differenziarsi, essere indispensabili, talmente bravi da non essere sostituibili e questo si può fare solo puntando sul proprio talento. Il talento è qualcosa che senti dentro sin dalla nascita, il guaio è che quando avverti la passione, la vocazione, hai solo dieci-dodici anni e non la forza di difenderla con i denti. Ti viene detto che la realtà è molto più dura, che ciò per cui senti battere forte il cuore non conta, che deve essere messo da parte, che le cose che contano sono altre. E’ così, iniziano a morire, a sopirsi, fino a sparire per sempre, le passioni e comincia la precarietà. Quando le motivazioni sociali non trovano un alleato nella passione, si connettono alla sopravvivenza e la vita a poco a poco si concentra sul “guadagnarsi da vivere”.

Massimiliano Capalbo

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