Dagli incendi in Siberia che stanno contribuendo allo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia ai concerti di Jovanotti che minacciano nelle spiagge italiane alcune specie animali e (anche se se ne parla meno) vegetali, il dibattito sull’ambiente in questa estate 2019 è molto acceso. E sono proprio questi due episodi a rappresentare in qualche modo i due estremi di un approccio alla natura che vede in entrambi i casi (l’assenza in un caso e la presenza nell’altro dell’uomo) un problema.
In Siberia è proprio l’assenza dell’uomo ad aver generato gli incendi, un territorio selvaggio, difficile da vivere, che non consente di intervenire. Spesso, infatti, astenersi dall’agire non è una buona ricetta per conservare la natura. Si, certo, è tutta colpa (un termine sul quale si potrebbe discutere) del riscaldamento globale che a sua volta è colpa dell’uomo (cioè di tutti noi) ma non essendoci al momento alcuna alternativa alla presenza dell’uomo sulla terra o ci prendiamo cura del creato e decidiamo una volta per tutte di vivere in simbiosi con la natura (di cui siamo parte) oppure continueremo ad assistere a dibattiti come quelli di queste settimane che oscillano tra un’etica della natura incontaminata (un’etica assolutista su qualcosa che non esiste più e che ha generato quei santuari che sono i parchi nazionali) e l’economia del laissez-faire che include l’organizzazione di concerti di massa in spiagge o sui monti, la cementificazione, la creazione di discariche e tante altre azioni umane.
La distinzione è di Michael Pollan che, nel suo libro “Una seconda natura”, ci mette di fronte a questi due approcci. L’etica della natura incontaminata ha fissato i termini della maggior parte delle battaglie ambientaliste fin qui condotte ed è divenuta, secondo Pollan, parte del problema. E’ un tabù nella nostra cultura occidentale e funge da freno nei confronti della nostra attitudine alla conquista ed alla devastazione (non è un caso se i primi parchi nazionali siano nati negli Stati Uniti, terra di conquiste e colonizzazioni selvagge). E’ proprio quest’etica, secondo Pollan, ad allontanare uomo e natura. La convinzione che se lasciata a sé la natura sia in grado di trovare un equilibrio perfetto non ha conferme nella realtà perché sono molti gli eventi casuali che ne fanno deviare il suo corso (i fulmini nel caso degli incendi in Siberia). Nella storia naturale il caso ha un ruolo quasi altrettanto importante che nella storia umana. Anche il concetto di ecosistema è un costrutto umano utile per spiegarci la natura ma nessuno è mai riuscito ad isolarne uno in natura. Applichiamo alla natura i nostri pensieri, le nostre logiche ma più la studiamo e più scopriamo che il caso e la contingenza la fanno da padrona (molti politici tronfi e pieni di sicurezze dovrebbero imparare qualcosa da questo). La natura prevedibile è quella preordinata da Dio, ultimo paletto rimasto ancora in piedi dopo il crollo delle ideologie nel secolo scorso al quale sembriamo rimasti aggrappati come ultimo baluardo delle nostre certezze.
Scoprire che il tempo e il caso hanno il sopravvento perfino in natura può anche essere liberatorio – scrive Pollon – La contingenza, infatti, è un invito a partecipare alla storia. La scelta umana è innaturale solo se la natura è deterministica; il cambiamento apportato dall’uomo sarebbe innaturale solo se, in nostra assenza, la natura non andasse soggetta a cambiamenti. Se il futuro è aperto, se la sua storia sarà sempre il prodotto di una miriade di eventi casuali, allora perché non dovremmo reclamare anche noi un ruolo, fra tutti quei fattori decisivi? Non siamo forse anche noi una delle contingenze della natura?
Pollon si domanda se non possa esistere un’etica diversa, non basata sull’idea della natura incontaminata ma su quella di giardino che prevede l’uomo nella natura. Un’etica del giardino ci spingerebbe a consultare il genius loci (il genio del luogo) adottando iniziative diverse in luoghi diversi, ciò che è giusto in un luogo non lo è in un altro (un concerto sulla spiaggia di Rimini non ha lo stesso impatto che avrebbe sulla spiaggia di Budelli in Sardegna). L’etica del giardino ci spingerebbe a coltivare natura anche fuori dai parchi nazionali, ad estenderla nel nostro spazio urbano e ad accrescere la consapevolezza della propria importanza. Il giardiniere non ha una visione romantica della natura, sa che non è né buona né cattiva. Il giardiniere, standoci a contatto quotidianamente, si mette in ascolto della natura né apprende i segreti e le regole più nascoste e da questa trae ispirazione per la propria vita. E’ una visione antropocentrica? In parte si, ma non è forse quello che fanno anche i romantici quando umanizzano la natura attribuendole sentimenti e intenzioni? A me pare una visione più sistemica di quelle che ci costringono a contrapporci in un dibattito sterile che pretende di assolutizzare quelle che sono solo contingenze naturali.

Massimiliano Capalbo

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