disperatiIn queste ultime settimane i media stanno mandando in onda, con una frequenza maggiore rispetto al solito, la disperazione, sulla scia dei tragici eventi che stanno interessando l’isola di Lampedusa.
La disperazione è sempre stata in qualche modo protagonista della cronaca giornalistica ma, mentre fino a qualche tempo fa ha interessato esclusivamente una ben precisa categoria di persone, (prevalentemente povere, provenienti da Paesi in guerra e senza fissa dimora), oggi a questa categoria se n’è aggiunta una nuova che vive nei Paesi più ricchi e industrializzati e che, ironia della sorte, si prefigge il compito di risolvere i problemi della prima. Questa seconda categoria di disperati è costituita dai politici.
I disperati tradizionali, ovvero gli emigranti (oggi ribattezzati, per legge, clandestini), rifugiati politici o profughi che dir si voglia, sono sempre esistiti sin dalle origini dell’umanità. Esseri umani che non hanno nulla da perdere perchè non hanno mai posseduto nulla o perchè hanno perso già tutto, che trovano nella fuga, nello spostamento, l’unica alternativa ad una vita di stenti o alla certezza della morte.
La seconda categoria, invece, è una novità dell’ultimo quindicennio che trova in Italia la più nutrita e folta rappresentanza. Comprende la maggior parte dei politici, per lo più gente inutile, incapace, inetta, in cerca di una poltrona istituzionale alla quale aggrapparsi (da quella di consigliere circoscrizionale a quella di parlamentare) con la stessa disperazione con cui gli appartenenti alla prima categoria si aggrappano ai gommoni o alle bagnarole che prendono il largo. Un modo, ormai diventato consuetudine, per salvare la propria azienda, la propria fedina penale o per dare una svolta alla propria esistenza in un momento difficile.
La politica oggi ha perso il suo carattere originario di servizio ed è ormai a tutti gli effetti un mestiere, un’opportunità di carriera. Non solo, come afferma Umberto Galimberti, “la democrazia come confronto di visioni del mondo ha ceduto il posto alla retorica che è l’arte della persuasione.” Basta ascoltare il discorso pronunciato da Berlusconi a Lampedusa per rendersene conto.
I veri disperati, dunque, sono loro, i politici, preoccupati esclusivamente di essere rieletti per poter conservare e perpetrare nel tempo i privilegi sin qui acquisiti, di aggrapparsi alla zattera della politica per salvare la propria esistenza. Basta leggere i loro curriculum per rendersene conto. E’ difficile che qualcuno di loro abbia mai lavorato, in particolare quelli cresciuti nelle segreterie di partito che sono un pò come i calciatori, allevati nella bambagia e incapaci anche di pagare un bollettino in posta.
Se la situazione è questa viene spontaneo domandarsi: come si può pensare di risolvere i problemi degli altri, di intere comunità o addirittura di una nazione se non si è riusciti a risolvere nemmeno i propri? Come si può pensare di affrontare le sfide che attendono la società nei prossimi anni se non si ha la più pallida idea di cosa fare del proprio futuro? A volte basta porsi semplici domande per avvertire un brivido lungo la schiena.

Massimiliano Capalbo

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