La vicenda che ha visto protagonista Ikea, la nota multinazionale del mobile, che in Arabia Saudita ha cancellato con un colpo di Photoshop le donne dai suoi cataloghi commerciali, ha fatto notizia ma non ha suscitato più di tanto indignazione, soprattutto nelle società capitalistiche dove il dio denaro viene prima di tutto il resto.
Nelle nostre società vige una doppia morale in tema di denaro. Quando il denaro lo fanno gli altri è sempre sospetto, c’è sempre qualcosa di losco dietro. Quando il denaro lo facciamo noi, diventa tutto lecito. Quando poi lo fanno le multinazionali abbiamo una sorta di timore reverenziale o peggio di senso di impotenza, quasi come se la grandezza dell’impresa possa rappresentare da sola una scusante, una giustificazione lecita per fare quel che si vuole. E quindi i commenti diventano spesso, “quella è un’impresa che deve fatturare”.
Io non credo che un’impresa che adotti un’etica che riconosca la propria responsabilità sociale prima di tutto il resto fatturi di meno, al contrario. Credo abbia una marcia in più, un vantaggio competitivo nei confronti di quelle che non l’adottano.
Dobbiamo innanzitutto comprendere che cosa rappresenta il denaro per noi. Se il denaro è un obiettivo, un fine, allora perchè dobbiamo preoccuparci di come lo facciamo? Si guadagna molto denaro spacciando droga, trafficando in armi, o facendo prostituire qualcuno. Certo il rischio è più alto, così come il guadagno però, senza contare la minor fatica. Altra cosa, invece, se consideriamo il denaro non un fine ma una conseguenza delle nostre attività, del nostro talento, della nostra creatività. E’ qui che nascono i distinguo, che entrano in gioco la responsabilità e la coscienza. In questo caso il denaro è solo una conseguenza, arriva quando rappresentiamo un valore per gli altri, quando gli altri sono disposti a pagare per condividere le nostre idee, le nostre conoscenze, i nostri talenti, per “avere a che fare con noi”.
Quando l’idea della società consiste nella massimizzazione del denaro, la realizzazione di quest’idea non richiede alcun cambiamento reale nel mondo” scrive Pekka Himanen. Il confronto tra culture e modelli di vita diversi, infatti, contribuisce all’emancipazione ed alla crescita culturale e sociale dei popoli. Lo scrittore Salman Rushdie affermò, molto prima dello scoppio della guerra in Iraq, che la maniera più efficace per spodestare Saddam Hussein sarebbe stata quella di inondare l’Iraq di prodotti e idee, non di bombe e missili.
Non sono più i governi, ormai, ad avere il potere di cambiare il mondo ma le multinazionali che adotteranno un’etica basata sulla responsabilità sociale, un’occasione che Ikea ha mancato clamorosamente rinnegando il proprio payoff, non più dunque “spazio alla vita” ma “spazio al denaro”.

Massimiliano Capalbo

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