Il candore e lo stupore collettivo

Non seguo più il gossip partitico, confezionato dalla tv, da tempo. Così come ho fatto con il calcio quando, poco più che ventenne, decisi di smettere di seguirlo e guarire da una malattia che mi aveva reso schiavo e che occupava buona parte del mio tempo, perso davanti ad uno schermo. Anch’io per molto tempo ho creduto che attraverso quella scatola colorata ci raccontassero la politica ma, mi è bastato alzarmi dal divano e cominciare a frequentare il territorio nel quale vivo per scoprire che ce l’avevo a due passi da casa la politica e non la vedevo, accecato dalla narrazione dominante fatta di stereotipi e luoghi comuni.
La cecità è tra le malattie più diffuse nella nostra società e la percepisco ormai non guardando la tv ma frequentando i social network. Mi è capitato di leggere nei giorni scorsi, infatti, numerosi commenti, oscillanti tra lo stupore e l’indignazione, in seguito all’elezione dei presidenti di Camera e Senato avvenuta, come sempre, alla fine di un compromesso tra i partiti. Persone deluse di fronte a nuove alleanze o ad accordi trasversali in un balletto di commenti al limite del patetico. La maggior parte degli elettori ha ancora un’idea romantica delle istituzioni, nonostante le cronache ci dimostrino ogni giorno l’esatto contrario, ovvero come quelli non siano i luoghi più edificanti da frequentare e si meravigliano, si scandalizzano, di fronte ad ogni atto o decisione.
Dal giorno delle elezioni ad oggi non ho sentito nessuno dei nuovi eletti, di nessun partito, parlare di politica. Ho sentito parlare di alleanze, di personalismi, di invidie, di gelosie, di protagonismi, di percentuali, di ruoli, di procedure, di prassi, di vincitori, di sconfitti, di tutto tranne che di ciò per cui, ci raccontiamo sempre, è necessario andare a votare. Le elezioni servono a delegare uno sparuto numero di persone non a rappresentare le istanze di chi li ha votati ma a costruire la propria trincea dalla quale cercare di resistere, per i successivi cinque anni, il più a lungo possibile. Da quel momento in poi qualsiasi atto, dichiarazione, mozione, proposta di legge è volta a non perdere consenso (che è cosa ben diversa dal risolvere il problema che l’ha ispirata), è costruita monitorando costantemente il sondaggio del momento, per essere a prova di sentiment.
Il quotidiano La Repubblica ha pubblicato, un paio di giorni fa, la foto di un appunto preso da un neodeputato Cinque stelle che, testuale commento: “alla sua prima esperienza, prende diligentemente appunti come fosse a scuola. Questo scatto del fotografo Alessandro Di Meo ha fermato in tutto il suo candore l’esordio di un parlamentare di Montecitorio sui banchi del gruppo Cinque stelle.” In quegli scarabocchi c’è tutta l’astrusità delle sovrastrutture che abbiamo creato per darci un’organizzazione sociale.
Che ingenuo questo neodeputato, è ancora alle prime armi. I giornalisti di Repubblica, invece, abituati a frequentare quegli ambienti, lo sanno che presto si dovrà trasformare come tutti gli altri in un organismo geneticamente modificato e lo sottolinea con una foto. Saranno sufficienti pochi mesi per perdere qualsiasi fattezza umana, qualsiasi capacità di ragionamento proprio. Imparerà a parlare in politichese, a non sbilanciarsi mai, a non prendere posizioni nette, a lasciare sempre una scappatoia nella quale rifugiarsi, a mentire spudoratamente se ce ne fosse bisogno pur di salvare il partito o il posto, a ripetere a memoria le frasi che il partito lo obbligherà a ripetere, a fare doppi salti mortali carpiati per giustificare l’ingiustificabile e così via. Niente di nuovo, Simone Weil lo aveva scritto in tempi non sospetti: “un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva… un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte… l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita e questo senza alcun limite… sono organismi costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia.
In questi luoghi regnano sovrani la furbizia, la scaltrezza, la tendenziosità, la slealtà, la doppiezza, la malignità, l’ipocrisia, la falsità che gli ipocriti chiamano “senso delle istituzioni” e, attraverso l’amplificazione fornita dai media, danno ogni giorno ottimi esempi alla collettività che continua a stupirsi e, contemporaneamente, a ispirarsi.

Massimiliano Capalbo

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aprile 1, 2018

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