E’ il simbolo della società post-moderna, tra gli arredi è quello più pubblicizzato, è il fine ultimo della nostra giornata, tutto è organizzato e predisposto perchè possiamo sprofondarci dentro. E’ il divano, l’unico mobile al quale non siamo disposti a rinunciare per attuare il nostro immobilismo.
E’ sempre in promozione, bisogna affrettarsi per acquistarlo entro una certa data (anche se poi verrà spostata più in là), sono sempre di più i cinesi, i rumeni e i bulgari a costruirli (altro che artigiani) chiusi negli scantinati (altrimenti come farebbero a venderli a certi prezzi?). Finita l’epoca d’oro compresa tra gli anni ’80 e il 2000 in cui gli imprenditori (??) italiani venivano sovvenzionati con fondi pubblici (finiti anche quelli) per realizzarli, adesso è una corsa al ribasso. Sono una miriade le piccole aziende, che prima lavoravano come fornitori per le grandi, a produrli direttamente utilizzando manodopera e materie prime a basso costo.
E i consumatori non si fanno pregare. Il divano è diventato l’arredo da mettere al centro della casa, se un tempo nelle case c’erano i salotti con più poltrone per ospitare persone e conversare, adesso c’è il divano più o meno grande che, quasi sempre, è rivolto verso una parete sulla quale campeggia uno schermo da decine di pollici, piatto come la vita di chi vi si siede di fronte. Quando sei solo di fronte ad uno schermo sei più fragile, è più facile persuaderti. Tutto è organizzato perchè stando comodamente sul tuo divano tu possa subire passivamente qualsiasi cosa. Il divano ti costringe ad essere solo uno spettatore, a consumare stando fermo.
C’è chi lavora per raggiungere quest’obiettivo, acquistare una casa con il divano al centro, la massima aspirazione possibile. Il divano è il simbolo della nostra immobilità, della nostra pigrizia, della nostra incapacità di ribellarci, di cambiare, di auto-organizzarci. Di una società che non ama le scomodità, che non sa affrontare gli imprevisti, le difficoltà. Non c’è bisogno che qualcuno, con un atto di prepotenza proveniente dall’alto, riduca le nostre possibilità di azione, la nostra libertà, sappiamo farlo già da soli. Siamo già tutti in fila, composti, per acquistare il divano.
Come scrive Pekka Himanen nella nostra società “l’auto-organizzazione è stata relegata a ciò che resta dopo il lavoro: la sera come fine della giornata, il fine settimana come resto della settimana e la pensione in quanto avanzo della vita” gran parte dei quali, spesso, trascorsi su un divano.

Massimiliano Capalbo

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