Il Ferragosto della “civiltà” post-moderna è un imperativo che, tradizionalmente, si traduce nella gita fuori porta. E così i “civili” lasciano le proprie “culle di civiltà” per raggiungere i posti selvaggi, quasi sempre all’aria aperta, e contaminarli della loro civiltà, esportandola come si fa da un pò di tempo con la democrazia.
Ed ecco che, sin dal mattino presto, carovane di auto cariche di “civiltà” si dirigono verso le mete prescelte (mari o monti che siano) per allestire il proprio accampamento. Si tratta di un trasferimento di massa non solo delle persone ma anche degli strumenti della “civiltà”. Una volta individuato il luogo ecco spuntare tavoli, sedie, radio, televisori, lampadine, generatori elettrici, fornelli, frigoriferi, computer, comodità dalle quali non riescono a separarsi neanche per un giorno. I più temerari montano la tenda nel giardino della propria casa in montagna.
Muoversi per riprodurre altrove lo stesso habitat nel quale quotidianamente siamo immersi è un’idiozia che solo l’essere umano post-moderno, cosiddetto “civilizzato”, può compiere. Un sintomo della nostra estraneità ai luoghi ed agli ambienti che decidiamo di frequentare e del nostro progressivo disadattamento ambientale.
Nessuno spazio per l’improvvisazione, nessuno spazio per l’imprevisto, nessuna voglia di sopportare il benchè minimo disagio. Li osservo, questi vacanzieri del Ferragosto, e penso a quanto regresso dovremo assistere ancora nei prossimi anni, a quale livello di disadattamento la nostra “civiltà” sarà capace di giungere.
Non vivono ma sopravvivono ai luoghi, li attraversano senza avvertirne il disagio e senza portarne i segni, neanche quelli mentali. L’unica traccia che sono in grado di lasciare è fisica, e coincide con quella del loro passaggio, quasi sempre si chiama rifiuto e si può facilmente individuare nei boschi e sulle spiagge il giorno dopo. Terminato il banchetto i “civili” rientrano nelle loro case con la pancia un pò più piena del solito, unico risarcimento che sono in grado di strappare a questa vita, nel tentativo di colmare il grande vuoto che si portano dentro.

Massimiliano Capalbo

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