Nei giorni scorsi la dott.ssa Roccisano, Assessore al Lavoro, Formazione e Politiche Sociali della Regione Calabria, commentando un mio post su FB, mi ha chiesto di esplicitare nel merito le critiche che ho avanzato riguardo il bando della Regione Calabria che prevede lo stanziamento di 1,5 milioni di euro per assumere disoccupati. Di seguito le ragioni del mio dissenso.

Lo scopo di questo bando, esplicitato nella premessa, ovvero quello di “rispondere in maniera strutturata ed efficace alle urgenze poste dall’attuale crisi occupazionale e creare le condizioni di ripresa e di rilancio dell’economia regionale“, rappresenta una pura velleità poichè: 1) non si tratta del primo provvedimento che la Regione mette in campo in tal senso; 2) il fatto che se ne renda necessario ancora uno significa, come minimo, che quelli messi in campo fino ad oggi (simili a questo) non sono serviti a raggiungere lo scopo (dimostrando la loro inefficacia), ma solo a prolungare l’agonia dei senza lavoro a spese della collettività. Per ovvi motivi.
L’occupazione non si crea allettando gli imprenditori con un incentivo economico, che spesso serve solo a ridurre momentaneamente (perchè il bando obbliga il beneficiario a mantenere il lavoratore al massimo per 18 mesi) il costo del lavoro, ma riducendo le tasse e annullando tutte le forme di assistenzialismo, regionale e non, che hanno contribuito ad annientare lo spirito di iniziativa in questa regione.
Se i calabresi, allevati da generazioni in cattività, alla sottomissione, ad aspettare l’aiuto del partitico di turno, avessero la capacità e l’autonomia di vedere e trasformare in valore le infinite risorse che li circondano, non solo non avrebbero bisogno di misure come queste ma dovrebbero chiedere aiuto a qualcuno da fuori regione per far fronte alla quantità di lavoro che si creerebbe.
Ci sono, poi, due pregiudizi di fondo che caratterizzano le azioni delle istituzioni locali e nazionali di questo Paese.
Uno motiva provvedimenti, come quello in oggetto, nei confronti dell’imprenditore e l’altro nei confronti del lavoratore. Nei confronti dell’imprenditore (attenzione, quando parlo di imprenditori mi riferisco a quelli veri, che rischiano con capitali propri) sussiste la convinzione che non sia propenso ad assumere o che cerchi sempre in qualche modo di eludere questa possibilità. La verità è un’altra e cioè che l’imprenditore (soprattutto quello piccolo-medio) non può assumere (nonostante ne abbia tanto bisogno) perchè la tassazione applicata sul lavoro, che ne conseguirebbe, raggiungerebbe livelli insostenibili che rischierebbero di rendere l’impresa non competitiva sul mercato e, di conseguenza, di non far quadrare i conti a chiusura bilancio. Sono le tasse, dunque, il primo disincentivo all’aumento dell’occupazione. Una società che continua a considerare il lavoro come un costo, e non come una risorsa, è una società destinata a farlo scomparire il lavoro. Sarebbe, quindi, sufficiente ridurre il costo del lavoro e delle tasse e gli imprenditori, come per magia, comincerebbero ad assumere e ad investire. Ma questo è un provvedimento che compete in minima parte al governo regionale, di più a quello nazionale.
L’altro pregiudizio riguarda il disoccupato che ambirebbe a diventare lavoratore. Il disoccupato (escludo dalla categoria ovviamente gli ammalati e i diversamente abili) solitamente resta tale per due ragioni: o perchè non ha voglia/bisogno di lavorare o perchè non ha le competenze/qualifiche adeguate alle richieste provenienti dal mercato del lavoro. In Calabria “lo status” di disoccupato è sempre stato molto ambito, poichè chi lo acquisisce diventa destinatario di molte attenzioni, come il panda del WWF, da parte della partitica. Più il disoccupato resta tale e più la partitica può mettere in campo “soluzioni tampone”, da riproporre periodicamente, destinate a prolungare da un lato l’agonia lavorativa del disoccupato e, dall’altro, a garantirsi il consenso elettorale. Inoltre, il disoccupato è considerato un uomo senza qualità, senza alcuna competenza specifica, per cui nei bandi l’unico requisito necessario per essere considerato assumibile è sempre e solo il possesso di questo status. Un imprenditore serio necessita, invece, per rendere competitiva la propria impresa, di gente qualificata, di talento, non di disoccupati e le persone di valore raramente restano senza lavoro per molto tempo.
Infine, agevolazioni di questo genere convengono alle grandi imprese con molti dipendenti, che spesso riescono a restare sul mercato perchè vivono di frequentazioni (leggi scambio di favori) partitiche, mentre la maggior parte delle piccole e medie imprese, costrette a confrontarsi con la flessibilità del libero mercato sempre più instabile e mutevole, non può garantire assunzioni a tempo indeterminato, tipologia di contratto assolutamente rigida, anacronistica e inadeguata a fronteggiare le sfide di un mercato del lavoro in continua trasformazione.
A tutto questo si aggiunge: 1) l’assoluta assenza di servizi alle imprese e ai cittadini (circola infatti da troppo tempo una leggenda metropolitana in Italia che riguarda le tasse, secondo la quale queste servirebbero a sostenere il welfare, ovvero l’istruzione, la sanità, la giustizia etc, quando in realtà servono a mantenere le cosiddette “istituzioni” e le relative sovrastrutture, in primis i partiti, inefficienti, inette e corrotte); 2) un apparato burocratico governato da dirigenti, ai quali la legge consente di poter agire da veri e propri monarchi, in grado di sopravvivere a qualsiasi gestione partitica e di sperperare (senza dover dare conto a nessuno) il frutto del sudore della parte produttiva del Paese.
E’ facile comprendere, quindi, come provvedimenti come quello in oggetto agiscano come l’aspirina agisce sul tumore. Qui si tratta di ridefinire cosa siano le tasse, a cosa servono, che valore diamo all’iniziativa privata, cos’è il lavoro, come si crea economia e occupazione, perchè siamo tutti precari finchè non decidiamo di prendere in mano la nostra vita.
Se consideriamo, infine, il fatto che spesso chi mette mano alle normative e si fa promotore di riforme in questo settore, quasi sempre non ha mai lavorato un giorno in vita sua, comprendiamo di essere tutti passeggeri di un autobus guidato da un non vedente nel cuore della notte.

Massimiliano Capalbo

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3 commenti
  1. Fausto Noce
    Fausto Noce dice:

    Caro Massimiliano,
    ho letto con molta attenzione la tua risposta all’assessore Roccisano. Mi permetto dunque di fare alcune osservazioni. Sappiamo tutti che la Calabria e’ afflitta atavicamente dalla necessita’ di sopravvivere in un ambiente fortemente condizionato dalla malavita organizzata. Vivere in questo contesto non e’ facile dato che oggi piu’ di ieri trovare un equilibrio tra la necessita’ di vivere in modo civile e barcamenarsi nei meandri delle istutuzioni fortemente compromesse da anni di incuria e di mancanza totale di dedizione al dovere, e’quasi impossibile. Asserire che bisognerebbe ‘radere al suolo” le intere istituzioni, ricominciando da capo sembrerebbe una cosa talmente ovvia da risultare…. un’eresia. Dire che bisognerebbe commissariare l’intera regione e gia’ che siamo l’intero Paese da parte di un organismo internazionale sarebbe anch’essa un’eresia.In attesa pero’ che accada il miracolo come si potrebbe gestire l’annoso problema occupazionale, che da decenni affligge il povero popolo calabrese? Non certo con i soliti pannicelli caldi che come giustamente fai notare tu, caro Massimiliano, non servono altro che ad oliare per benino la macchina perpetua delle clientele politiche. Aiutare gli imprenditori seri riducendo loro le tasse ed il costo del lavoro? Certo, ma a condizione che si prendano le responsabilita’ d’investire in modo coscenzioso e non di costruire le ennesime cattedrali nel deserto per poi scappare via con la cassa. Riducendo il costo del lavoro? E di quanto? Quanto li dovremmo spremere ancora questi lavoratori? E riguardo le creazioni d’impresa con i soliti aiuti dello stato, credo sia necessario saper fare delle distinzioni tra chi non ha capitali da investire ( non tutti nascono da famiglie benestanti) e che quindi chiede sovvenzionamenti che fa fruttare facendo impresa in modo produttivo, pagando tasse e contributi; e tra chi riceve i fondi per costruire l’ennesimo gingillo destinato magari a chiudere per poi rimanere se possibile come ornamento “di famiglia”. Per concludere oggi la Calabria naviga in cattive acque e non solo per quanto concerne il lavoro, nonostante lodevoli e geniali, anche se isolate iniziative imprenditoriali; come testimonia il successo di “Orme nel Parco”. Bisognerebbe dunque cambiare in modo radicale; ma affinche’ la regione rimane ostaggio di un gruppo di associazioni criminali che non solo ne condizionano lo sviluppo ma ne avvelenano il territorio, queste pregevoli realta’ rimarranno solo e soltanto un eccezione che purtroppo non fa altro che confermare l’atavica regola di una Calabria incapace di sviluppo e di rinascita sociale.

    Saluti dal Canada.

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  2. Massimiliano
    Massimiliano dice:

    Il costo del lavoro non è dato dallo stipendio del lavoratore. Se un imprenditore in Italia decide di dare 1000 euro netti ad un lavoratore, al mese, deve considerare che altri 600 circa deve versarli tra INPS, INAIL e tasse allo Stato. Quindi alla fine dei conti il lavoratore costa all’imprenditore 1600 euro al mese. Paradossalmente l’imprenditore potrebbe dare di più al lavoratore se lo Stato non lo tartassasse. Questo è il costo del lavoro, questo è il deterrente all’aumento dell’occupazione. Occorre parlare con cognizione, altrimenti si rischia di fare solo demagogia. I termini “impresa” e “imprenditore” hanno un significato molto chiaro, chi campa di finanziamenti pubblici non è un imprenditore e non fa impresa, quindi non c’è nessuna distinzione da fare. Le iniziative che tu definisci “isolate” non lo sono più da tempo, informati, aggiornati. Questo sito contiene circa 500 articoli una buona parte dei quali, da 6 anni a questa parte, raccontano di una Calabria che è già cambiata e che è molto più avanti di quello che normalmente si pensa, ma questo non lo sai perché i media non te lo racconteranno mai (e forse è meglio così) e anche perché, per cambiare, occorre essere disponibili a farlo, mettendosi in discussione.

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  3. Fausto Noce
    Fausto Noce dice:

    Caro Massimiliano,
    posso anche non avere una conoscenza profonda, ma basterebbe semplicemente che le tasse le pagassero tutti in Italia; e soprattutto che gli imprenditori (non tutti vengono da famiglie benestanti)facessero seriamente la loro attivita’ indipendentemente dai soldi ricevuti dallo Stato. Riguardo i presunti cambiamenti della Calabria,forse ci saranno cambiamenti a livello imprenditoriale ma per il resto e’ buio profondo. E non ho bisogno di seguire i media dato che so giudicare senza aver bisogno di far ricorso al pensiero altrui. E quello che sto vedendo da anni sono cambimenti certo ma di segno negativo, dato che la Calabria e’ diventata una sorta di pattumiera nazionale. E che genere di sviluppo imprenditoriale ed economico puo’ avere uan Regione che non fa assolutissimamente nulla per salvare il proprio patrimonio culturale e naturale. Quali sono questi cambiamenti?L”Aspromonte ridotto ad una discarica? Le coste marine letteralmente lasciate a se stesse con mari che sono oramai latrine? Altro che mettersi in discussione caro Massimiliano, io lo fascio da 35 anni, altrimenti non avrei avuto il coraggio di lasciare i miei affetti ricominciando da capo. E sempre riguardo ai cambiamenti, denoto purtroppo che la mentalita’ calabrese e’ sempre quella: innata presunzione, con annessa una totale mancanza di umilta’.

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