Ho pensato che fosse giunto il tempo di disconnettersi per un pò di tempo, di uscire dal flusso ininterrotto della comunicazione virtuale per vedere l’effetto che faceva. Per una decina di giorni ho disconnesso la mia vita da Facebook e mi sono accorto che si sta bene, molto bene. Che fuori c’è la vita reale, spesso molto diversa da quella che ci raccontiamo nel virtuale.
Non che prima vivessi al riparo dalla realtà, sono sempre in movimento, vivo immerso nella realtà come la maggior parte di voi ma mi rendo conto che esiste un sottofondo comunicativo, narrativo (spesso solo virtuale) nel quale viviamo, che sta diventando sempre più generatore di realtà, in negativo come anche in positivo. Per dieci giorni non ho letto notizie di ruberie, di disservizi, di inquinamento, di promesse (e sempre mancate) rivoluzioni, di guerre, di complotti, di egoismi e ne ho tratto gratificazione innanzitutto sul piano dell’umore. Il rumore comunicativo in cui viviamo immersi, infatti, agisce spesso da detonatore delle nostre passioni e da diffusore di sfiducia collettiva.
Qualcuno direbbe che sono andato in vacanza, ma io tendo sempre più a non distinguere il tempo del cosiddetto “lavoro” da quello dalla cosiddetta “vacanza” per una semplice ragione: amo il mio lavoro e non vedo confini, non vedo recinti, non vedo differenze tra la mia vita e il mio lavoro perchè coincidono, se fossero separati starei semplicemente recitando un ruolo, avrei una doppia vita, non sarei me stesso. Se la nostra vita non fosse una continua separazione tra tempo di lavoro e tempo di vacanza il mondo sarebbe un posto migliore, i territori non si svuoterebbero a seconda delle stagioni e ognuno troverebbe la sua naturale collocazione nel mondo, così come i tasselli di un puzzle che spesso, invece, ci ostiniamo ad incastrare nello spazio sbagliato.
Sono partito dopo aver letto questa bella citazione di Gaia De Pascale sul viaggio, contenuta nel suo libro “Slow travel”: “C’è qualcosa che accomuna il viaggio e il gioco. Si tratta, in entrambi i casi, non di una sospensione della vita o di una sua metafora, ma di un momento preciso della vita stessa in cui si decide di varcare la soglia e di vedere cosa c’è dall’altra parte delle cose” e mi sono messo in cerca di ispirazioni, perchè per me il viaggio è sinonimo di ispirazione. Durante questo tour attraverso l’Italia e anche oltre, mi sono imbattuto a metà dello stivale, in Umbria, in una manifestazione dal titolo “Futurando… si impara” giunta alla sua sesta edizione. Una due giorni che ha visto molte associazioni locali incontrarsi per provare a costruire una nuova realtà sostenibile, in alternativa a quella attuale. Stand, seminari, laboratori, proiezioni e attività alla ricerca di una felicità basata sul mangiare sano, il vivere naturale, sostenibile, creativo, divertente. Non è l’unica ce ne sono tante sparse per lo stivale che si moltiplicano sempre di più perchè la gente è stanca, ha compreso che si è vicini ad un punto di non-ritorno e cerca di immaginare un nuovo modo di vivere e di relazionarsi con gli altri.
Mi siedo, ascolto alcuni interventi, e noto che quando si passa ad immaginare delle proposte per cambiare il mondo gli interventi sono caratterizzati da due atteggiamenti di fondo che li rendono spesso molto simili tra di loro, oltre che sterili: 1) c’è molta gente impegnata a cercare di cambiare gli altri, a dare istruzioni su come gli altri dovrebbero agire perchè il mondo cambi, e molta meno gente impegnata a cambiare se stessa, che in realtà è l’unico cambiamento possibile che ciascuno di noi può mettere in atto, capace poi di generare di conseguenza un cambiamento negli altri; 2) sembra che nessuno riesca, nell’immaginare un proprio agire, a prescindere dall’aiuto da parte delle “istituzioni”, si tratta proprio di una deformazione mentale, di un’opzione che non può essere presa in considerazione.
Il ragionamento può essere sintetizzato in questa frase: “se gli altri fossero diversi (onesti, buoni, disponibili etc.) e se fossimo in tanti e se le istituzioni agissero come dovrebbero il mondo cambierebbe, ergo io non ho alcuna responsabilità/potere di cambiare le cose perchè gli altri non mi seguono/supportano”.
Poi ricevo il link al servizio del TGR Calabria, a firma di Emanuela Gemelli, sul progetto Mulinum di Stefano Caccavari e per la prima volta provo la bellissima sensazione di trovarmi nel posto sbagliato e ho la conferma (la convizione ce l’ho da tempo) che il luogo dove accade il futuro oggi è la Calabria. E mi domando: che ci faccio in Umbria (o altrove)? Che è la domanda che molta gente emigrata comincia a farsi (preparatevi perché fra meno di cinque anni in Calabria avverrà un’emigrazione al contrario).
Vedo che i progetti a cui tengo tanto vanno avanti da soli con le proprie gambe e mi inorgoglisco e commuovo allo stesso tempo. Vedo tanta bella gente sorridente, vedo una comunità (sindaco compreso) che si stringe intorno ad un obiettivo comune e vedo finalmente il tanto evocato cambiamento. Oggi la Calabria è finalmente il luogo dove le cose accadono prima, una regione in continuo fermento che lascia presagire un futuro interessante. La Calabria è il posto perfetto, perchè la sua atavica sfiducia nelle “istituzioni” oggi rappresenta il suo principale punto di forza. Una terra che ha sempre fatto a meno delle “istituzioni” può continuare a farlo tranquillamente, si è forgiata ad agire senza, mentre altrove dove le istituzioni hanno sempre lavorato al fianco dei cittadini la loro latitanza rappresenta un momento di disorientamento che ci consente di avere un vantaggio competitivo non indifferente. Ci aspetta un autunno molto interessante, sono tante le idee in cantiere e tanti gli appuntamenti in programma per continuare a diffondere questa grande energia positiva che parte da qui e pian piano, ne sono convinto, risalirà lungo tutto lo stivale.

Massimiliano Capalbo

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