Da almeno cinque giorni è tutto un susseguirsi di servizi ossequiosi ed elogiativi nei confronti di Super Mario. Non c’è giornale, tv, radio o webzine che non sia impegnata nell’elencarci i meriti, le qualità, le proprietà taumaturgiche del nuovo Salvatore della patria. Ricordo qualcosa di simile, ma con un pò meno di enfasi, in seguito alla nomina del precedente Mario. Un primo miracolo certamente l’ha già compiuto, quello di far scomparire l’emergenza Covid. D’altronde, tutti i dpcm emanati dalla scorsa estate fino ad oggi sono serviti ad impedire la diffusione delle contraddizioni interne alla maggioranza, non del virus. Certo che noi italiani siamo proprio masochisti, avevamo il fuoriclasse in grado di farci vincere tutte le sfide e lo tenevamo in panchina. Sembra che solo Mattarella l’avesse capito, infatti era da almeno tre anni che attendeva l’occasione, essendo stato costretto ad affidare per ben due volte l’incarico a Conte a causa di quella fastidiosa consuetudine tutta occidentale che va sotto il nome di democrazia.
Nonostante il governo sia fermo da circa un anno (la seconda ondata di contagi è stata il prodotto di questo immobilismo) e il Capo dello Stato ritenga che non si possa perdere ulteriore tempo con le elezioni, da almeno un mese i partitici sono impegnati a consultarsi prima con Conte, poi con Mattarella, poi con Fico e adesso con Super Mario e non sappiamo ancora per quanto e con chi. Coi primi ponendo veti e controveti, col secondo mostrando la più ampia disponibilità, una sorta di conversione/folgorazione sulla via di Damasco e questo possiamo affermare essere il secondo miracolo compiuto in pochi giorni dal nostro Salvatore. E non saranno i soli miracoli a cui assisteremo, se ne prospettano molti altri all’orizzonte. Perché il personaggio esercita un fascino imbattibile.
Ma cos’è che lo rende così efficace e convincente? Cos’è che gli consente di ottenere ampi consensi in Italia e all’estero? Da dove gli deriva questo carisma in grado di modificare gli animi e le coscienze e di convertire finanche gli scettici? Da una capacità che possiede: è tra le poche persone al mondo a padroneggiare, ad un livello di astrusità mai raggiunto prima dall’umanità, una materia che non possiede alcuna scientificità (scientificità che non è sinonimo di verità, come molti credono, ma di verificabilità in primis) ma che si avvicina molto ad una religione: la finanza. Credere in quello che dicono gli economisti in generale, ma in particolare quelli che si occupano di finanza, è un pò come compiere un atto di fede. Ciò che affermano non è verificabile, se non a disastro compiuto. E’ come credere a un mago, a un santone, a un leader spirituale. Super Mario è tra i pochi detentori di un segreto misterico non accessibile ai più. Tutto il parlare giornalistico di questi giorni si fonda sul sentito dire, nessuno sarebbe in grado di discutere alla pari col nostro Signore dei suoi segreti misterici. Di fronte al suo linguaggio volutamente tecnico, difficile, incomprensibile, astratto, ci si sente inadeguati e siccome a scuola ci è stato insegnato prima di tutto a nutrire timore reverenziale nei confronti di chi ne sa più di noi (badate bene “più” e non “meglio” di noi) questo è sufficiente a determinare l’acriticità di giornalisti (?), partitici e compagnia pendendo (dalle labbra). “Chi non è capace di enunciare qualcosa con chiarezza e semplicità deve tacere e continuare il proprio lavoro, finché non sarà pervenuto ad una chiara enunciazione” scriveva invano Karl Popper.
In realtà si tratta di una tecnica che è sempre stata utilizzata nella storia dell’umanità per perpetrare il dominio di pochi su molti. Creare una religione e poi porre un’interfaccia tra te e il dio (un sacerdote che parla una lingua inafferrabile) ha sempre consentito di governare le masse e di manovrarle a piacimento.
Ma l’umanità, fortunatamente per il pianeta, è quasi giunta ad un punto di non ritorno e siccome il nostro Salvatore è esponente di una materia, l’economia (in questo caso politica) che John Stuart Mill considerava “non come una cosa in sè, ma come un frammento di un tutto più grandeè come se noi stessimo affidando il timone della nave ad uno che la guida guardando da uno degli oblò.
In questa delicatissima fase della nostra esistenza i problemi urgenti si chiamano inquinamento ambientale, cambiamento climatico, siccità, pandemie che non richiedono le “competenze” degli economisti che li hanno prodotti, ma al contrario di uomini capaci di sapere cosa fare per salvare la terra, scienziati della natura e filosofi in primis.
Ma nella nostra società l’economia e la finanza sono stati posti sul piedistallo più alto. Ernst Friedrich Schumacher, che prima di essere economista era filosofo, scriveva: “l’economia moderna è spinta innanzi da una frenesia di avidità e indulge in un’orgia di invidia, e queste sono le vere e proprie ragioni della sua espansione e del suo successo.” Ed è sempre Schumacher a scrivere: “è caratteristico della metodologia della scienza economica ignorare il fatto che l’uomo dipende dalla natura” e ancora “l’economia offre uno solo dei moltissimi aspetti che si devono valutare nella vita reale prima di prendere una decisione“.
In molti ne fanno una questione di competenze, di quadretti appesi al muro. Sta tornando in auge, infatti, il concetto del “governo dei migliori” di Platone, altro che democrazia. “Chi deve governare?” si domandava Platone. “I migliori” rispondeva, quindi l’aristocrazia, un’oligarchia, che è l’operazione che l’establishment dell’UE sta tentando di compiere da tempo anche in Italia (cominciata con Monti e proseguita adesso con Draghi).
Tempo fa ha fatto il giro dei social il video di un sacerdote calabrese che, a margine di una messa, descriveva l’incontro tra Draghi e Di Maio alla luce della differenza abissale tra i loro curriculum e le loro esperienze professionali. L’opinione del sacerdote è condivisa da nove italiani su dieci. Quello che però sfugge sia al sacerdote sia a tutti gli altri e che, con o senza titoli, sia Draghi sia Di Maio si sono mossi e si muoveranno lungo la stessa strada, quella dominata dall’economia, producendo più o meno gli stessi risultati disastrosi per tutti. Come ci ricorda sempre Popper, “la domanda fondamentale della teoria dello stato è tutt’altra da quella presunta da Platone. Non è “chi deve governare?” bensì “quanto potere si deve accordare al governo?” o forse, più esattamente, “in qual modo possiamo edificare le nostre istituzioni politiche in modo da far sì che nemmeno detentori del potere inetti o disonesti possano arrecare gravi danni?” Io, agli inetti e ai disonesti, aggiungerei anche gli “esperti”.

Massimiliano Capalbo

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