Non so perché, ma le giornate dedicate alla commemorazione dell’Olocausto, così come quelle dedicate alle vittime di mafia, mi suscitano un sentimento contrario rispetto a quello che, chi le istituisce, si attenderebbe. Non riesco a sentirmi partecipe, c’è qualcosa che stona, che mi induce a diffidare. A quanto pare non sono l’unico, mi capita di confrontarmi sul tema con altre persone e di riscontrare analoghi dubbi, eppure non frequento e non ho mai frequentato nostalgici del fascismo o di altri regimi totalitari, al contrario.
Ho cercato, quindi, di analizzare le ragioni di tale sentimento di diffidenza rispetto, non ovviamente a quanto accaduto in quegli anni, già confermato e vagliato abbondantemente dagli storici, ma alla retorica che accompagna queste ricorrenze che ne limita, a mio avviso, la partecipazione (non tanto fisica) collettiva. E ho trovato due ragioni fondamentali.
La prima ragione è da attribuire ad una convinzione di fondo, radicata nella maggior parte delle persone. Si ritiene che il male sia prerogativa di un certo tipo di persone, con delle determinate caratteristiche psicologiche, ideologiche o sociali. Molti credono che cattivi si nasce, non sapendo, invece, che cattivi si diventa, che il male (così come il razzismo ed altre forme di negatività) è in ognuno di noi ed aspetta solo l’occasione per manifestarsi. Quasi sempre l’occasione è fornita da un’autorità superiore, alla quale decidiamo di ubbidire, come ha dimostrato Hannah Arendt, inviata del New Yorker per il processo contro il nazista Adolf Eichmann, nel suo libro “La banalità del male” o Philip Zimbardo e Stanley Milgram con i loro esperimenti di psicologia sociale. Oppure è fornita da una condizione di disagio, paura o scarsità. Quello che durante queste ricorrenze non viene detto, soprattutto ai giovani, è che il male è onnipresente e che va tenuto a bada innanzitutto dentro di sè e per farlo occorre fare silenzio e ascoltarsi, confrontarsi, ma soprattutto essere liberi interiormente, non sottomettersi a nessuno come invece fa quotidianamente la maggior parte di chi commemora (ad un’ideologia, un segretario di partito, un datore di lavoro, un sacerdote, uno scienziato, un’autorità in generale). Dunque essere responsabili delle proprie azioni, senza ricercare alibi, scorciatoie o attenuanti. La negatività, come abbiamo spiegato nel corso del secondo appuntamento di Eretica TV con il Prof. De Sario, è prerogativa di ciascuno di noi, a turno siamo tutti negativi. Non è una manifestazione occasionale ma frequente, non è attribuibile a qualcuno in particolare ma a ciascuno e non è localizzata ma diffusa. Il male e la negatività andrebbero accolti e trasformati non solo condannati, come si fa nel corso delle commemorazioni. La convinzione che il male sia prerogativa di qualcuno impedisce di prevenire l’avvento di nuove dittature e nuovi regimi, perché spesso è proprio la parte che si considera giusta, lontana da certi atteggiamenti, a nutrire in seno le condizioni che la porteranno alla trasmutazione ideologica.
La seconda ragione è che queste commemorazioni sono divisive e non unificanti. I fatti che si commemorano, quasi sempre, sono accaduti lontano nel tempo, i responsabili non sono più presenti oppure sono in schiacciante minoranza e, dunque, è più facile prendere le distanze da quanto accaduto e individuare in maniera precisa dei colpevoli, addossando su di loro tutte le responsabilità. Non è un caso, infatti, che non vengano commemorati allo stesso modo e con la stessa enfasi il genocidio dei Tutzi del Ruanda per mano degli Hutu o quello dei musulmani Bosniaci per mano dell’esercito Serbo-bosniaco durante la guerra dei Balcani, per fare due esempi recenti. Perchè i cadaveri sono ancora caldi, i Paesi in cui i fatti sono accaduti non possiedono i servizi di intelligence più bravi del mondo e non hanno la forza economica e culturale per imporsi e le responsabilità sono molto più diffuse di quanto si immagini. Chi commemora dovrebbe auto-dichiararsi complice e questo è il passo più difficile verso la trasformazione.

Massimiliano Capalbo

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1 commento
  1. Virginio
    Virginio dice:

    Bisognerebbe farsi l’esame di coscienza in continuazione, ogni giorno, ogni ora e ogni minuto; il male è soprattutto dentro di noi. C’è da chiedersi come mai siamo così cronicamente ciechi.

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