Il mare d’inverno è la cartina di tornasole della “civiltà” che abita la costa. L’unico modo per verificare se chi vive quella costa è civile è quello di farsi una passeggiata, nei mesi di marzo o aprile, lungo la spiaggia. Sarà lei a dirvi molto di chi abita quel luogo e soprattutto di come lo abita.
Passeggiare lungo l’arenile nel periodo primaverile, prima che qualche addetto comunale a bordo di una ruspa tenti di ridare dignità ai luoghi e, contemporaneamente, la possibilità al politicante di turno di poter parlare per qualche mese di turismo, è molto istruttivo.
Ci racconta di un luogo che, per gran parte dell’anno, almeno in Calabria, viene rimosso dagli abitanti quasi come se non dovessero tornarci più. A partire dal mese di settembre il rifiuto del mare si trasforma in un mare di rifiuti riversati dai torrenti che, nel corso delle piene autunnali ed invernali, trascinano a valle il prodotto ultimo della nostra civiltà.
Il mare d’inverno è il luogo dove appartarsi, dove parcheggiare l’auto per consumare al buio e al riparo da sguardi indiscreti atti sessuali furtivi, che a loro volta contribuiscono a trasformare in discarica di umori l’arenile. Il mare d’inverno è una cloaca a cielo aperto, perchè nessuno controllerà fino a giugno se il depuratore è in funzione. Il mare d’inverno è, spesso, il cimitero per molti disperati che decidono di imbarcarsi su gommoni diretti verso queste “civiltà”.
Il mare d’inverno resta comunque, a prescindere da tutto ciò, dispensa dei cui prodotti andare fieri e cibarsi perchè considerati, ironia della sorte, freschi e genuini.
Il mare d’inverno è quasi sempre arrabbiato e a volte, quando non ce la fa più, oltre a restituirci quello che gli abbiamo vomitato addosso nel corso dell’anno, si infrange con violenza sulle case che minacciano il suo spazio di manovra, ricordandoci che forse stiamo superando il limite.

Massimiliano Capalbo

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