L’ho scritto nel 2009, nel libro “Di là dal ponte”, molto prima della caduta di Berlusconi, della crisi della FIAT e dello scandalo giudiziario che sta coinvolgendo la Lega Nord. Il Nord ha fallito, sotto tutti i punti di vista: come modello di sviluppo, come modello di imprenditorialità, come modello politico, il mito è definitivamente crollato. Ora tocca al Sud proporre un’alternativa.
L’Italia può ritrovare un senso ed una direzione solo se il suo Sud esce dal vittimismo atavico che lo caratterizza da 150 anni a questa parte e dalla dipendenza psicologica nei confronti di un Nord, fin qui troppo mitizzato, e comincia a prendere in mano il proprio destino. E’ vero, il Nord l’ha saccheggiato, l’ha impoverito, l’ha reso “questione meridionale” per molto, troppo tempo. Ma dal giorno dopo l’unità d’Italia il Sud cos’ha fatto per ricominciare? Per pianificare il proprio futuro? Nulla.
Ha lasciato le redini in mano al Nord, accontentandosi delle briciole, fino a quando non ne ha perso il controllo, trascinando con sé chi, per troppo tempo, è rimasto a guardare.
E’ arrivato il momento di ripartire, di riaccendere i motori, perché per rimettere in marcia il treno Italia non è sufficiente far ripartire la locomotiva, occorre anche che gli ultimi vagoni si rimettano in moto.
Anche se il Sud apparentemente non sembra più capace di sognare, anche se sembra essersi spento definitivamente, è proprio da qui che si può ripartire, è proprio qui che si trova il germe della rinascita. In questo anno di Ereticamente ci siamo accorti che basta guardarsi intorno, leggere, informarsi per scoprire che molte idee e molti uomini del Sud operano in silenzio, con passione, competenza ed etica per ricominciare. Questi uomini, queste imprese eretiche, potrebbero costituire la base di una nuova rivoluzione culturale che parta proprio dalle popolazioni mediterranee. Il secondo Raduno delle Imprese Eretiche in programma per il mese di settembre servirà ancora una volta a ribadire questo concetto.
L’avventura dello sviluppo trainato dal Nord è terminata, è naufragata miseramente. Lo sviluppo ha coinciso solo ed esclusivamente con il saccheggio del Sud e l’instaurazione di una mentalità parassitaria e assistenzialista, origine e causa di tutti i suoi mali attuali. E’ giunta l’ora di porre fine alla trappola dello sviluppo. Ognuno è artefice del proprio destino, pertanto tocca alle singole comunità fare la propria parte, invece di sottrarsi alle responsabilità come è avvenuto finora. Gli errori compiuti fino ad oggi dovrebbero averci insegnato che se la storia non la facciamo noi la farà qualcun altro e non sarà particolarmente attento e sensibile ai nostri bisogni ed alle nostre aspettative.
Il Sud può adottare e proporre al resto del Paese un nuovo stile di vita e un nuovo modello sociale basato su una nuova etica, che non si contrapponga a quella delle regioni più industrializzate ma si ponga in un rapporto dialettico e di confronto volto ad ottenere migliori risultati per tutti e non solo per una parte del Paese come è avvenuto fino ad oggi. Il Sud può farlo perché, nonostante le disastrose politiche attuate fin qui, conserva ancora, soprattutto nell’entroterra, le giuste caratteristiche e le giuste risorse umane (i suoi giovani) e naturali. Ma per farlo deve soprattutto puntare sui legami deboli.
Ecco perché, scrivevo all’epoca, c’è bisogno di costruire un ponte, non in cemento armato, ma un ponte metaforico, che abbia un duplice obiettivo: da un lato dovrà servire ad avvicinare le popolazioni del Sud, perché è nell’unione di intenti e di cervelli che si genera la forza necessaria per raggiungere obiettivi comuni; dall’altro servirà per essere attraversato, per andare oltre, per approdare ad una nuova mentalità, perchè è giunto il momento di lasciarsi una volta per tutte il passato alle spalle e vivere finalmente il presente da attori protagonisti e non da spettatori passivi.

Massimiliano Capalbo

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