Le cronache dei nostri tempi ci raccontano di giovani che muoiono, in vari modi, in seguito a bravate di gruppo e ai nostri occhi tutto ciò appare incomprensibile e folle. In realtà è tutto molto più naturale di quello che pensiamo. Sono cambiate, infatti, le modalità con cui ci si sottopone alla prova e, cosa più grave, manca un senso e la presenza della comunità degli adulti.
Da che mondo e mondo, nelle varie culture umane, il passaggio dall’adolescenza alla maturità è sempre stato segnato da prove ed è avvenuto sottoponendo l’adolescente a riti di iniziazione più o meno cruenti. L’ecologo Marco Paci, nel suo bellissimo libro “Le foreste della mente”, ci racconta ad esempio i riti sciamanici di iniziazione dei Karadjeri australiani, vere e proprie tappe di un percorso di crescita che si susseguono nel tempo fin dall’età di dodici anni. Il luogo privilegiato è sempre stato il bosco, la foresta, che simboleggia il ventre materno dove il bambino viene portato per morire e rinascere adulto, dopo essersi sottoposto a prove di coraggio, di dolore, di abilità, di resistenza, di solitudine. “Mentre nel villaggio si piange il ragazzo che non c’è più, nella foresta nasce l’uomo che sa: e non solo perchè gli sono stati rivelati i misteri del sacro, della morte e del sesso, ma soprattutto perchè ha imparato che il dolore insegna a crescere. Quel rito assume il significato di un pro-memoria per la vita.
Le società post-moderne sono società estremamente fragili, i cui giovani vengono sempre più cresciuti da genitori “spazzaneve”, quelli pronti a rimuovere (ancora prima che i figli vi si imbattano) gli ostacoli che incontreranno lungo il cammino, anche quelli più banali. I bambini di oggi non si devono sporcare, non si devono far male, devono vivere al riparo dalla realtà. La generazione contemporanea è stata definitiva la bubble wrap generation: la generazione degli iperprotetti. Ci sarà un motivo se non siamo più in grado di vivere in simbiosi con la natura e se alle prime difficoltà che incontriamo ci areniamo. L’uomo è nato per stare nella natura, il suo impazzimento nasce proprio da questo allontamento.
Ecco che, quindi, i giovani di loro spontanea volontà, senza un rito preciso o una programmazione controllata dagli adulti, decidono di sottoporsi in gruppo alla prova che li farà crescere. E la prova post-moderna può consistere nell’assumere droghe più o meno pericolose, nel guidare ubriachi, nel fare un selfie sui binari mentre è in arrivo un treno, nel lanciare delle pietre da un cavalcavia sul parabrezza delle auto di passaggio, in uno stupro di gruppo, nel tirare un pugno in faccia ad un passante ignaro di ciò che sta per accadergli e così via. La ricerca del limite, infatti, non ha limiti. Il gruppo serve a farsi coraggio ma anche a certificare l’avvenuto passaggio, la demarcazione del confine, l’ingresso nel mondo dei grandi.
Il gruppo è formato da coetanei, gli adulti sono assenti, impegnati a rincorrere le proprie ambizioni o, peggio ancora, a ricercare in ritardo quelle esperienze non vissute a tempo debito. Manca dunque lo sciamano, il sacerdote, colui che dirige e controlla che il rito non si trasformi in tragedia ma soltanto in insegnamento.
Gli sciamani post-moderni sono gli interpreti ambientali, quelli che hanno ricominciato a dialogare con la natura, a percepirne le vibrazioni più profonde, a rispettarne le regole, a porsi come interfaccia tra un uomo post-moderno fragile e spaventato e una natura sempre più offesa e martoriata. Come facciamo ad Orme nel Parco, il parco dove le esperienze a contatto con la natura diventano occasione di crescita e di consapevolezza e il rito strumento di salvezza.

Massimiliano Capalbo

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