Nella giornata di ieri la Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha eseguito 19 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di capi e gregari che facevano riferimento ad alcune cosche storiche del reggino. Il “Sistema Reggio” lo hanno chiamato, per far comprendere al resto d’Italia, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che nella città che affaccia sullo stretto non si muove foglia se non sono i clan a volerlo.
Per saperne di più la Rai ha inviato in Calabria nientemeno che il giornalista di RaiNews Paolo Poggio, corrispondente di guerra, il quale passeggiando sul corso Garibaldi sprovvisto di giubbotto antiproiettili, ci ha spiegato in cosa consisteva “il sistema”. “La ‘ndrangheta – secondo Poggio – doveva autorizzare l’apertura di qualsiasi attività commerciale e imprenditoriale in città“. Ma, sottolinea subito dopo, non è questa la novità. L’uomo che rilasciava le autorizzazioni veniva definito “il Re” e, riportando le parole del Procuratore Capo di Reggio Calabria Cafiero De Rao, Poggio aggiunge: “la ‘ndrangheta dispone sull’apertura delle attività commerciali ma anche sul mercato del lavoro decidendo chi deve lavorare e chi non deve lavorare, andando chiaramente a colpire chi il lavoro lo cerca magari da tempo, magari semplicemente senza conoscere nessuno in maniera onesta.” Per concludere: “Questa è Reggio calabria, oggi, una Reggio Calabria in cui la ndrangheta sempre più unitaria è ancora molto potente.” Lasciate ogni speranza voi che entrate, direbbe il sommo poeta.
Siccome non credo più da tempo in questa narrazione della Calabria costruita ad arte dai media (utilizzando le dichiarazioni più d’effetto degli inquirenti) che induce la gente a credere che in Calabria non si può fare impresa perchè “c’è la ‘ndrangheta”, sono andato a spulciare, come dovrebbe fare un bravo giornalista prima di parlare di un qualsiasi tema, le informazioni sull’operazione compiuta ieri. Scoprendo, come sospettavo, che l’indagine non solo trae origine da un attentato ai danni di un esercizio commerciale riconducibile ad un pregiudicato, collocato ai vertici di una delle cosche implicate nella vicenda, ma che anche tutte le altre attività (sottoposte non a caso al vincolo ablativo) sono riconducibili a personaggi affini (prestanome) o affiliati alle varie cosche del reggino. Insomma una faida tra espontenti di vari clan della zona. Nulla a che vedere con la libera iniziativa imprenditoriale e con l’economia sana della città.
Ma la narrazione che deve andare in onda è quella di una Calabria soggiogata dalla criminalità, che non può farcela da sola, che ha bisogno dell’antimafia, dell’aiuto di qualcuno proveniente possibilmente dall’esterno, di sovrastrutture che spesso finiscono per trasformarsi esse stesse in altri recinti in grado di imprigionare menti e azioni. La paura deve servire da deterrente all’azione, la cosa che fa più paura allo Stato è un cittadino intraprendente, incontrollabile, che abbatte i recinti culturali e materiali.
Sono stanco di sentire nominare questi brand (mafia, ‘ndrangheta, camorra etc.) come se fossero delle entità eteree e inafferrabili contro le quali nulla è possibile, ottimi alibi per mantenere nello stato di non miglioramento i territori e le persone che vi abitano. Sono indignato per l’opera di mitizzazione, voluta e non voluta, che se ne fa. Qualche settimana fa un certo Klaus Davi, che qualcuno spaccia per massmediologo, ha sottoposto un sondaggio ad 800 ascoltatori, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, per sapere quali brand della mafia calabrese sono più conosciuti.
Chi ha interesse a mitizzare questi fenomeni? E’ giunto il momento di alzare il velo dell’ipocrisia, di ribellarsi a questa dittatura culturale e per farlo occorre smontare pezzo per pezzo la sceneggiatura che è stata costruita intorno a noi fino ad oggi. Nessuno in Calabria, oggi, è obbligato dalla criminalità organizzata a fare nulla se non lo vuole, se non ha nulla da spartirvi, se non ha messo le mani in pasta, se sta lontano dalla partitica e da certi appalti, se non ha incrociato gli interessi (quelli grossi) di alcuni “imprenditori”, se non ha come obiettivo il fare denaro (tanto denaro) a discapito della collettività.
La Calabria sta cambiando, lo dimostrano le centinaia di imprenditori piccoli e onesti che ogni giorno portano alto il nome di questa regione, dal 2010 con Ereticamente abbiamo cominciato a raccontarli e a portarli sotto i riflettori e continueremo a farlo in collaborazione con altre associazioni e imprenditori per bene. Nessun giornalista nazionale, ovviamente, parteciperà oggi al #publictalk che si terrà proprio a Reggio Calabria, organizzato da Pensando Meridiano. Nessuno racconterà della Calabria che è già cambiata. Se lo facesse la sua narrazione potrebbe improvvisamente risultare falsa, stereotipata e anacronistica.

Massimiliano Capalbo

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