L’attentato terroristico in Libia e i disordini occorsi nelle scorse settimane, perpetrati da estremisti islamici nei confronti di obiettivi americani, in seguito all’uscita di un fantomatico film considerato blasfemo, pongono un inquietante interrogativo sul ruolo che i media stanno assumendo nelle dinamiche sociali del nostro tempo e sulle responsabilità che la nostra comunicazione assume nei confronti degli altri.
Nell’era della globalizzazione non solo economica ma anche dell’informazione e della comunicazione non possiamo far finta di non vedere gli effetti che la circolazione delle informazioni sta producendo sulle nostre vite. Se un tempo opinioni, considerazioni, guidizi, sussurri, potevano essere espressi senza alcuna conseguenza, oggi le possibilità che essi trovino risalto e amplificazione attraverso la Rete, la tv o altri media, e che possano generare reazioni, sono molto elevate.
C’è dunque un richiamo alla responsabilità del nostro agire, del nostro parlare, che paradossalmente si sta assottigliando sempre di più. Non teniamo più il conto di dichiarazioni o atti irresponsabili o provocatori che generano in chi li riceve e decodifica reazioni più o meno sagge, più o meno pericolose.
Non c’è bisogno di prendere ad esempio Wikileaks o al-Qaida per capirlo. Nell’era dei social network si è perso il diritto all’anonimato, il protagonista è facilmente individuabile, circoscrivibile, additabile. Basta dedicargli una pagina Facebook, mettendo in risalto “lo sgarro” compiuto, per attirare su di lui le antipatie, l’odio e la rabbia di molte altre persone.
La tecnologia, che al suo avvento prometteva di liberarci, ci sta imprigionando sempre di più. E’ la libertà di espressione a farne le spese. I latini dicevano che la virtù sta nel mezzo, la locuzione “in medio stat virtus” invita infatti a ricercare l’equilibrio che si colloca sempre tra i due estremi e, quindi, lontano da ogni esagerazione ma soprattutto, nella nostra epoca, lontano dai media.

Massimiliano Capalbo

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