ilvaGuardo la trasmissione di Riccardo Iacona, Presa diretta, dedicata all’Ilva di Taranto e rabbrividisco. Non tanto per il disastro ambientale e sociale perpetrato in quel territorio (di cui ero già a conoscenza) ma per due atteggiamenti che l’inchiesta ha fatto emergere: quello di rassegnazione di chi ha scelto di convivere con questo ecomostro e la superficialità di Iacona nel far passare il messaggio che esista un modo per far convivere industria e salute.
La rassegnazione dei tarantini è stupefacente. Stanno cadendo come birilli, sotto i colpi di tumori, leucemie ed ogni altro tipo di malattia targata Ilva e appaiono ancora titubanti, incerti, esitanti nel decidere tra la salute e non “il” ma “quel” lavoro. Sono ancora lì in attesa che qualcuno si occupi di loro, che gli risolva il problema. Così come nel 1961 attesero che qualcuno risolvesse, autorizzando la realizzazione dell’impianto, il loro problema di tirare a campare, disinteressandosi delle conseguenze e del territorio, anche oggi attendono che qualcuno gli eviti il pericolo di morire. Ancora una volta pronti a ricommettere lo stesso errore.
Le persone che adottano questo atteggiamento sono quelle preferite dagli imprenditori senza scrupoli che su questa apatia, rassegnazione, ignavia costruiscono le proprie fortune. Sono sempre in cerca di territori da sfruttare facendo leva sulla carenza di spirito di iniziativa dei propri abitanti. E spesso, quasi sempre, questi territori coincidono con il Sud del nostro Paese. I neo-colonizzatori fanno sempre leva sulla carenza di lavoro, sulla miseria, sull’ignoranza, sulle convivenze politico-istituzionali, sul complesso di inferiorità, sul vittimismo di cui noi meridionali siamo sempre stati portatori e artefici.
Tutt’altra storia a Linz, in Austria, dove i cittadini non hanno atteso che qualcuno gli risolvesse i problemi ma hanno costretto (facendo pressione sui politici) le fabbriche che producevano acciaio ad abbassare (non ad eliminare come sembra far comprendere l’inchiesta) e anche di molto i livelli di inquinamento, perchè erano evidenti come a Taranto.
Le fabbriche possono ridurre ma non eliminare l’inquinamento, tutti gli impianti che bruciano qualcosa producono in misura maggiore o minore nanoparticelle. Il fatto che non si depositi più della polvere grossolana sui davanzali delle finestre non significa che non ci sia inquinamento, è tutto da verificare.
Le particelle grossolane (PM10), infatti, sono ovviamente inquinanti (le vediamo e le respiriamo) ma (e qui sta il trucco soprattutto in Italia) sono le particelle più piccole (PM 2,5 e inferiori) ad essere più pericolose, perchè più sottili e invisibili. Penetrano nell’organismo non solo attraverso le vie respiratorie ma anche attraverso i pori della pelle, causando malattie di vario genere. Questo tipo di particelle sono il risultato del progresso tecnologico. Gli impianti di nuova generazione, infatti, a partire dalle marmitte catalitiche delle automobili a finire alle centrali e agli inceneritori rendono sempre più sottili le particelle (nano appunto) che le centraline, sbandierate dal ministro Clini nell’intervista, non registrano perchè la legge neanche le contempla. La legge si ferma a quelle più grossolane, le PM10. Questo ritardo nella normativa consente agli impianti che bruciano di inquinare a norma di legge. Queste conoscenze sono appannaggio di pochi esperti nel mondo, i dottori Montanari e Gatti, e sono verificabili sul sito: www.nanodiagnostics.it
Non è possibile bonificare Taranto così come non è possibile bonificare nessun altro luogo inquinato, perchè le nanoparticelle sono ETERNE, una volta create non scompaiono ma semplicemente si spostano, vengono trasportate, per migliaia di chilometri, dal vento e si depositano. Dove? Sulla frutta, sulla verdura, sui davanzali delle finestre etc.
Ecco perchè, caro Iacona, l’agricoltore di Linz che mostra il suo certificatino bio non ha alcuna attendibilità, ecco perchè il problema dell’Ilva non è un problema di Taranto ma di tutti noi. Ecco perchè industria e salute non possono convivere. Lo riferisca anche al ministro Clini se ne avrà nuovamente l’occasione.

Massimiliano Capalbo

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