Raramente parliamo di sanità su Ereticamente perchè siamo convinti che la sanità sia una condizione, una conseguenza del buon o del cattivo stile di vita di una popolazione e dei singoli individui che la compongono e non un servizio o una prestazione cosi come ci viene spacciata oggi, al pari di un fast food.
Il paradosso della nostra “civiltà” è che quando ci si reca nei luoghi che la burocrazia ha deputato a tali scopi invece di uscirne più sani se ne esce più malati. Non mi riferisco alle conseguenze degli errori o dell’incompetenza di medici o infermieri che spesso hanno molte competenze tecniche e poche competenze umane e relazionali. Mi riferisco alla condizione di sofferenza di chi ci lavora dovuta alla disorganizzazione, all’approssimazione, alla superficialità, all’incompetenza, all’ignoranza che vi regnano sovrani e che si manifestano nell’assenza di informazioni e di regole chiare (voluta e necessaria per poterle piegare, alla bisogna, al volere degli “amici” e degli “amici degli amici”) e, conseguentemente, nell’assenza di responsabilità certe, che si trovano sempre altrove rispetto ai luoghi dove accadono i disservizi e gli incidenti. C’è sempre un impiegato che scarica sul direttore sanitario che scarica sul politico locale (che lo ha messo lì) che scarica sul governo centrale che non gli passa i finanziamenti che a sua volta se la prende con l’Europa che lo obbliga a non sforare il budget che se la prende col resto del mondo per aver generato la crisi economica. Tutto ciò finisce per far ammalare (in particolare di stress) chi ci lavora ma anche chi vi si reca in qualità di paziente che non se la può prendere con nessuno se non con l’unica interfaccia disponibile, l’unico essere umano col quale ci si può relazionare più o meno pacatamente, il front man: l’addetto alle prenotazioni. E’ lui il parafulmine, il sacco da boxe, lo scarico verso il quale far confluire tutti i liquami.
Lui è li, curvo, piegato dal peso di tutto questo ma non si ribella. Abbruttito da anni di reclami e di minacce vis a vis si limita a imprecare, a borbottare, a battere violentemente sulla tastiera del pc (che si blocca ogni poco) e quando non ce la fa più ad alzarsi e andarsene per sbollire la sua rabbia in un’altra stanza. E’ la metafora del calabrese che subisce e non reagisce. Che accetta di portare su di sè il fardello della propria codardia, della propria immaturità, della propria schiavitù divenuta ormai (per restare in tema di sanità) congenita.
Tutti credono che il cambiamento avverrà solo quando sostituiremo un partitico con un altro partitico. No cari amici, solo di fronte alla ribellione di questi front man (che non sono solo nella sanità) potremo cominciare a parlare di cambiamento, solo quando questi signori avranno il coraggio e la libertà di alzarsi da quella sedia e di rivolgersi a muso duro prima contro se stessi e poi contro i propri padroni (non prima di aver pubblicamente denunciato il retroscena che fino a quel momento li ha sostenuti) potremo parlare di recupero della sanità in Calabria intesa, innanzitutto, come integrità dell’esistenza.

Massimiliano Capalbo

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