Aveva un’aria felice e così l’ho accoltellato alla gola” pare abbia detto il giovane che ha ucciso Stefano Leo il 23 Febbraio scorso a Torino. Scrivo “pare” perché di quello che la stampa o i tg rendono pubblico è sempre opportuno dubitare.
E’ invece cosa certa quella che ho letto qualche giorno fa in un post su Facebook. Una donna, dopo aver elencato una lunga serie di mali che affliggono l’umanità odierna, conclude affermando: “chi è felice in un mondo simile è un criminale“.
Non c’è solo un uso stravolto della parola “criminale”, c’è ignoranza, perché chi è felice non lo è perché non ha problemi, ma nonostante i problemi. Aiuta l’umanità sofferente non chi invita a piangere continuamente come se fosse un peccato esser nati, ma chi indica la luce in qualsiasi circostanza.
Sempre vado con il pensiero a Etty Hillesum che, prigioniera nel lager nazista in cui poi morì, scrisse nel diario che contemplava ogni giorno un filo d’erba e si sentiva pervasa da un sentimento di beatitudine.
Era felice Stefano? Lo descrivono tutti come una persona serena, disponibile, aperta, un collega ha detto un'”anima pura”. Laureato in Giurisprudenza, faceva il commesso, era single e vegano, aveva viaggiato a lungo nel mondo: Australia, Nuova Zelanda, Thailandia, Giappone, Brasile, in Oriente aveva incontrato lo yoga, il buddismo, lo zen. Forse è in Oriente che ha sperimentato che la felicità è uno stato interiore, non dipende da quello che hai (come propongono i media) e dall’assenza di problemi, ma da quello che sei.
Se c’è una cosa che indica il declino dell’Occidente è il risentimento verso la felicità semplice dei tanti Stefano, quella felicità che si manifesta negli occhi, quella pugnalata dal killer e dalla donna su Facebook.

Giuliano Buselli

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