No, non mi riferisco al lepidottero che attacca le pinete, nonostante si riscontrino alcune somiglianze (appartiene ad una nota famiglia, si sposta in fila indiana ed è infestante) ma ad uno dei riti più diffusi in Calabria che, in quanto tale, è strettamente connesso con la religione, le tradizioni e l’antropologia in generale. Non ha quasi nulla a che vedere, invece, con la spiritualità.
Il rito, ce lo insegna il sociologo Durkheim, ha una componente sociale che serve a fondare o rinsaldare i legami interni alla comunità. E questi non sono soggetti ad alcuna legge che non sia quella, non scritta, riconosciuta e rispettata dalla comunità di appartenenza.
Tutti i calabresi si sono accodati almeno una volta nella loro vita ad una processionaria, specie da piccoli. Il sottoscritto ha addirittura fatto parte di un comitato organizzatore dei festeggiamenti in onore di uno dei santi della chiesa del proprio quartiere, quindi parla con cognizione di causa.
La processionaria è la teatralizzazione della posizione sociale dei membri di una comunità (paese o quartiere che sia). La posizione e il ruolo occupati all’interno della processionaria ne definiscono l’importanza. Osservare una processionaria in movimento significa osservare l’ordine sociale di una comunità. Mentre alla testa del corteo, tra le preghiere recitate ad alta voce dal sacerdote e dai chierichetti e la musica della banda, non è dato percepire altro, man mano che si procede verso il fondo non vi è ombra di devozione ma solo un “taglieggiamento sociale” (fatto di critiche e pettegolezzi) verso i propri compaesani affacciati da balconi e finestre che restituiscono con gli interessi.
All’interno delle processionarie i sacerdoti, i politici, i boss, le forze dell’ordine, il medico e tutte le altre figure socialmente riconosciute hanno un posto ben definito, da sempre. La processionaria è un’importante occasione di visibilità per tutti loro.
La processionaria non ha nulla a che vedere con la spiritualità ma molto con il folklore e la superstizione, la statua è un amuleto a cui affidarsi per chiedere una grazia, un miracolo, un favore come si fa quotidianamente con le persone in carne ed ossa. Fino a qualche tempo fa le statue erano ricoperte di banconote e i cosiddetti “credenti” credevano, ragionando da miseri esseri umani, che più soldi significasse più possibilità di grazia come se fosse una tangente per oliare la pratica. D’altronde i comportamenti non cambiano al variare dei contesti.
La processionaria tiene tutti uniti, in fila, ognuno al proprio posto. E’, dunque, uno strumento di controllo sociale. Ma in Calabria fa anche notizia, è raro assistere ad un’edizione del nostro TG Regionale, infatti, dove non ci sia spazio per raccontarne una. La Chiesa ha sempre utilizzato le processionarie come strumento di marketing religioso e i media locali (che oggi si accodano allo stupore di quelli nazionali) si sono sempre prestati molto volentieri.
Il presidente della Conferenza Episcopale Calabrese, Mons. Nunnari, all’indomani dell’unico inchino documentato dai media ha affermato, forse sull’onda dell’emozione, due cose. La prima “bisogna avere il coraggio di fermare le processioni” che ritengo sbagliata perchè senza senso, si tratta di riti tradizionali che anzi andrebbero tutelati e valorizzati dal punto di vista antropologico. La seconda, invece, molto giusta. Poichè non hanno nulla a che vedere con la spiritualità “dispiace che i preti non abbiano avuto il coraggio non di andare via ma di scappare dalla processione“. Aggiungerei: “senza tornarci”.

Massimiliano Capalbo

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