Scrivo questo pezzo con gli occhi lucidi di commozione, perché oggi è un giorno importante. Perché sono orgoglioso e onorato di far parte di una comunità, quella di Vaccarizzo, e perché sono consapevole che ha in mano i destini del Mezzogiorno e forse anche del resto d’Italia, anche se ancora non lo sa.
Questa mattina, in questa piccola frazione di un piccolo comune (quello di Montalto Uffugo) di una sperduta provincia dell’Italia (Cosenza), di una regione tra quelle considerate dai grandi economisti, locali e nazionali, come un problema più che una risorsa (la Calabria), è stata inaugurata la Putiga, un piccolo emporio di prodotti alimentari. Voi direte: embè? Non credi di esagerare? Dove sta la rivoluzione? No, non credo affatto di esagerare. Credo invece, come ho sempre creduto fin dal primo minuto, che ci troviamo di fronte ad un prototipo di comunità che genererà tantissimi tentativi di imitazione e, quindi, quel cambiamento tanto evocato e mai raggiunto, che è poi anche lo scopo finale di questo progetto.
Vaccarizzo è un borgo di poche centinaia di anime, vittima dello spopolamento, come la maggior parte dei borghi del Meridione e non solo. La differenza è che qui c’è un’eretica, che si chiama Roberta Caruso, che dopo aver creato Home for Creativity, nella vicina Montalto, è riuscita a coinvolgere in un progetto di rigenerazione sociale il Mit di Boston. Dopo un percorso di consapevolezza e di riscoperta delle risorse e delle potenzialità della comunità e del territorio nel quale si trova, che è andato oltre l’esperimento iniziale col Mit, il progetto “I live in Vaccarizzo” ha continuato a camminare con le proprie gambe, approdando alla costituzione di una Cooperativa di Comunità che ha generato a cascata: la ristrutturazione del bar principale del paese, la riapertura dell’ufficio postale, l’apertura qualche mese fa di un emporio di prodotti per la casa e, questa mattina, l’inaugurazione della seconda attività commerciale (nel borgo era rimasto aperto solo il bar principale) una bottega di prodotti alimentari. Ma, cosa più importante, il trasferimento di sei nuovi abitanti, una coppia e quattro single (italiani, lettoni e argentini). Si tratta di studenti Erasmus Plus, artisti e un professore. Gli stranieri sono giunti tramite la piattaforma Workaway, alla ricerca di un posto in cui trasferirsi, tutti pagano un affitto e occupano le case abbandonate del borgo che comincia a ripopolarsi nell’entusiasmo generale. Inutile dire che le richieste di sistemazione, per valutare l’acquisto di immobili e sperimentare il clima del borgo, sono in aumento.
Tutto questo è stato prodotto facendo leva principalmente sulle proprie risorse umane ed economiche: un crowdfunding e un prestito bancario. La Cooperativa, grazie alla sua determinazione, si è aggiudicata poi il bando CoopStartup per progetti legati alla costituzione di cooperative di comunità. “Questo non è il lavoro di un singolo ma un lavoro di squadra – ha affermato Roberta, nel corso dell’inaugurazione – questo è solo l’inizio di un percorso che ci porterà lontano.”
Di tutto questo, oggi, non troverete traccia sui principali media italiani più interessati a far sapere agli italiani come fa colazione Mario Draghi. Eppure, se oggi volete trovare dei veri economisti, dovete venire in Calabria, in Aspromonte oppure alle pendici della Catena Costiera, in quei posti considerati irrecuperabili perché hanno resistito alle sirene del profitto senza fine e della crescita infinita. Qui troverete esseri umani che non sono stati de-formati dai master di qualche prestigiosa università italiana, americana o inglese. Qui troverete persone che hanno messo passione, talenti, gioia, allegria, entusiasmo prima che competenze, al servizio di un progetto di vita comune, persone che sono ancora in grado di sorridere e accogliere l’altro essere umano, quello spaventato che fugge da quegli enormi agglomerati urbani che i grandi economisti, dalla faccia triste, hanno teorizzato prima e convinto poi la partitica a produrre. Se chi vi propone un progetto non è il primo a farne parte, ad esserne protagonista, vuol dire che sta recitando una parte, che non crede in quello che afferma, che il progetto è strumentale al raggiungimento di altri scopi.
Nell’era del Covid, nell’era delle chiusure, a Vaccarizzo si apre, si rinasce, si crea economia, perché una comunità ha deciso di farlo, dopo aver compiuto un percorso che ha consentito ai suoi membri di relazionarsi, di far cadere le barriere e le diffidenze che li tenevano separati, di incontrarsi di persona intorno ad una tavola imbandita invece di isolarsi davanti alla tv o ad un computer, di mettere al servizio di tutti le proprie competenze e i propri talenti. Quello che il resto del Paese dovrebbe fare in questo momento difficile e non fa. Non hanno aspettato che un’istituzione lo facesse al posto loro (si sono fatti loro stessi istituzione); che un ente locale mettesse tanti soldi (indebitando oltremisura la comunità) per commissionare un progetto a qualche “esperto” (hanno trovato loro le risorse e le motivazioni); non hanno atteso che si facesse una legge che gli desse l’autorizzazione di agire (hanno posto le basi per definire un modello di sviluppo socio-economico realmente sostenibile). Sul loro esempio si potrebbe scrivere un trattato socio-economico-politico.
Qui non siamo di fronte all’operazione di marketing turistico di facciata, sempre più frequente, che strumentalizza e inflaziona la parola “borgo” per camuffare l’ennesimo sperpero di denaro pubblico. Qui non siamo di fronte a quei meccanismi perversi che producono la distruzione dell’identità dei luoghi e la loro omologazione ad uno schema disegnato a tavolino o peggio ancora la loro museificazione secondo il modello Matera. Qui non si mettono in atto la privatizzazione degli spazi pubblici e la mercificazione del paesaggio. Vaccarizzo non possiede il grande monumento storico, la grande opera d’arte, non ha dato natali a grandi personaggi storici, non ha esemplari rari di piante, non è facilmente raggiungibile, non ha le “infrastrutture”, secondo i grandi consulenti di economia turistica non avrebbe le carte in regola per essere attrattivo. In realtà la sua vera attrazione è costituita dalla sua comunità. Qui c’è la cosa più difficile da creare e da imitare, una comunità di persone in carne ed ossa, reale e coesa, che vive, lavora, fa la spesa, prende il caffè, litiga, dialoga, organizza, brinda quotidianamente ai propri successi e si interroga di fronte ai fallimenti con un unico obiettivo: il ben-essere collettivo. Quella comunità che servirebbe al nostro Paese per uscire da una crisi che prima che economica è di fiducia e di scopo. Questa è la vera rivoluzione che volevo raccontarvi, silenziosa, sotto traccia ma inesorabile e inarrestabile che ci travolgerà lentamente e senza far rumore. Perché le imprese eretiche sono prima umane e poi economiche.

Massimiliano Capalbo

 

si ringrazia per la foto: Piero Sciammarella

Commenti

Lascia un commento

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *